Raffaella D’Elia

Virginia Woolf ha prodotto uno sconfinamento cardinale, attraverso la sua produzione artistica. Si è situata laddove erano passati, fianco a fianco, fra alcuni altri, James Joyce e Thomas Stearns Eliot. Ma dal porto raggiunto e sempre rilanciato oltre i suoi stessi confini, lei li ha guardati, e oltrepassati (nel significato di passare oltre), questi scrittori e poeti che percorrono tutti, lei compresa, il percorso di rinnovamento del fare letterario novecentesco. Woolf ha fatto dello sconfinamento (fino a quello ultimo e fatale) l’indice della sua opera: che testimonia tutta – dai romanzi alle poesie, dalle lettere alle pagine di diario ai taccuini di viaggio – una pratica della scrittura coincidente con la vita, e viceversa.

The voyage out , La crociera è per una curiosa coincidenza il suo primo romanzo, pubblicato nel 1915. L’idea di un viaggio oltre confine, suggerita dal titolo, viene confermata dalla vicenda della protagonista femminile, Rachel, che lascia Londra per trascorrere un periodo in una località immaginaria del Sudamerica. L’iniziazione alla vita, all’innamoramento, alla formazione tuttavia fallisce. La morte per tifo della protagonista rende impossibile attingere a ciò che si pretenderebbe o vorrebbe.

A questa altezza Woolf in maniera rabdomantica già esplorava il mondo della lettura, della scrittura, capovolgendo in un certo senso l’abituale prassi di sistole e diastole nel mondo e verso il mondo: per lei andareoltre ha significato non solo gettare al di là della tradizione (“ fine old potentate”, la poesia inglese così traslitterata nelle sue considerazioni) i propri convincimenti e le proprie armi. L’iniziazione per lei è consistita anche e soprattutto nell’opera di sottrazione, di salvaguardia esclusiva di alcuni elementi. Nella battaglia dello scrittore, più in generale dell’artista nei confronti del mondo, il vero discrimine non è mai con o contro ciò che sta fuori, ma con ciò che ha residenza e ha trovato dimora all’interno, vale a dire il proprio mondo interiore. E quello di Woolf ha avuto in sorte di vivere al tempo di una generale “ristrutturazione” del fare letteratura, sapendo distinguere e tralasciare le cose non essenziali – così mirando sempre al proprio, di orizzonte. Negli anni che vanno dal 1905 al 1909 (Woolf nasce a Londra nel 1882 e muore a Rodmell nel 1941), quando è poco più che ventenne, già parla in questi termini: “Mi piacerebbe scrivere non soltanto con l’occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze”.

Diari di viaggio in Italia e in Europa presenta testi in larga parte inediti in Italia, dedicati alla Grecia, la Turchia, la Gran Bretagna e in generale l’Europa. Woolf non ha mai scritto letteratura di viaggio come la intendiamo noi, si è sempre distinta nella volontà di rappresentare l’oggetto in questione in modo insolito. I taccuini dell’ultimo decennio, degli anni 1931, 1935 e 1938, sono quelli di una scrittrice ormai affermata che sconfina in presenza, se posso dire: liquida Milano in poche righe, parla di Assisi senza menzionare S. Francesco, e tiene sempre a mente “un diverso tipo di bellezza”: “raggiungo una simmetria attraverso infinite discordanze, mostrando tutte le tracce del passaggio della mente per il mondo; e alla fine ottengo una sorta di insieme fatto di frammenti vibranti; questo mi pare il processo naturale, il volo della mente”.

Dalla casa monumentale del quartiere benestante di Kensington a Bloomsbury, la figlia di Leslie Stephen (importante intellettuale dell’epoca vittoriana, a seguito della cui morte Woolf si trasferisce nel quartiere che darà poi il nome a un celebrato gruppo di artisti e scrittori), curva e fa vibrare l’ago della sua bussola personale. Atipica è la sua postura, all’interno di una comunità così chiacchierata (vi appartenevano critici d’arte come Roger Fry, romanzieri come E. M. Forster, storici come Litton Strachey; in Momenti di essere Woolf traccia un ritratto di questi “Bloomsberries”). A differenza dei fratelli, il suo apprendistato si compie in casa e l’accesso all’immensa biblioteca paterna la pone in contatto anche con la cultura greca e classica. La sua non è però mai una cultura esibita. Quando studia gli epistolari di Elizabeth Barrett Browning e Christina Rossetti, attribuisce alla sorella di Dante Gabriel la capacità di trovare la propria voce, cosa che invece è mancata a Browning, rimasta quindi a suo giudizio confinata entro l’Ottocento.

Trovare la propria voce significa anche attraversare il mondo e sapersene difendere. Lo spiega bene attraverso l’espressione Lunedì o martedì, titolo anche dell’unico libro di racconti pubblicato in vita, oggi disponibile nell’edizione da poco uscita per Bompiani a cura di Mario Fortunato, che comprende i racconti dal 1906 al 1941 (riferendosi all’edizione inglese del 1985, The Complete Shorter Fiction a cura di Susan Dick, che contiene tutta la narrativa breve woolfiana e già nel 1988 aveva portato nella nostra lingua La Tartaruga col titolo Tutti i racconti; nell’edizione Bompiani non compare un testo del 1934, perché in versi; nel 2016 è uscito anche Oggetti solidi. Tutti i racconti e altre prose , a cura di Liliana Rampello, di cui si dirà tra breve). L’espressione è presente, come ricorda Fortunato, anche nel saggio La narrativa moderna: “esaminate per un momento una mente qualsiasi in un giorno qualsiasi”, scrive, “riceverete una miriade di impressioni […] che piovono da ogni parte, come un diluvio incessante di atomi; e mentre cadono, mentre assumono la forma di vita del lunedì o martedì, l’accento si posa in modo sempre differente; il momento essenziale non si è verificato qui, ma lì”.

Dov’è che si verificano le cose importanti? Occorre tornare indietro, spostarsi in avanti. Affiancare Woolf nel suo doppio movimento: quando da scrittrice di primo Novecento esplora lo scardinamento della trama e dei meccanismi letterari tradizionali; e quando, soprattutto, reagisce a suo modo. Procedere in “modo ablativo” (come scrive Nadia Fusini nel saggio introduttivo al doppio Meridiano dedicato ai Romanzi nel 1998) significa sapere che l’uomo di inizio secolo è non solo privo di trame da restituire sulla pagina, ma in lutto e in congedo rispetto alla vita stessa, che non si fa più cogliere, fermare. È quindi a livello del romanzo che si gioca la partita novecentesca di riformulazione del genere, ma l’autrice compie un ulteriore passo in avanti. Non si limita a operare nel romanzo e all’interno del romanzo.

Come Rachel nella Crociera, Woolf approda lontanissimo, nel nucleo incandescente della prassi romanzesca, e produce un nuovo magnetismo. L’esito del suo muoversi lungo l’asse Londra-Kensington-Bloomsbury la conduce nel centro pulsante del suo essere scrittrice, poiché il suo Nord si costruisce a partire da una mancanza che diventa una possibilità di essere, moments of being (così Jeanne Schulkind intitolerà nel 1985 una raccolta postuma di brevi testi autobiografici che resta fuori dalle edizioni italiane dei “racconti”). Non solo: a partire da questo cuore pulsante, ogni parola in aggiunta a un’altra parola ha un potere assoluto, e la capacità di metamorfosi, di mutazione del romanzo contagia gli altri modi di scrivere. Cioè di vivere.

Oggetti solidi, Tutti i racconti e altre prose contiene quarantaquattro prose narrative, presentate in ordine cronologico e suddivise per gruppi di anni; la traduzione riprende quella della citata edizione della Tartaruga. La curatrice, Liliana Rampello (woolfiana di lungo corso, cui si devono fra l’altro la monografia Il canto del mondo reale e la cura della raccolta delle pagine saggistiche, Voltando pagina, uscite entrambe dal Saggiatore rispettivamente nel 2005 e nel 2011), intercetta di ogni raccolta per così dire “anagrafica” il gradiente specifico. I testi che vanno dal 1906 al 1909 “mettono in scena molte tematiche che le saranno sempre care, e che si svilupperanno nella più ampia tessitura dei romanzi o che ritroveremo imbullonate nell’intelaiatura dei suoi saggi, così come questi e quelli illumineranno a loro volta i movimenti di un racconto o dell’altro”. Questa capacità osmotica, e questo battere e levare di Woolf, la facilità in entrata e in uscita dal fare romanzesco, attraverso anche altre pratiche scrittorie, è stata la sua rivoluzione nella rivoluzione del Novecento.

Il libro di Sara Sullam, Tra i generi, esamina la matrice comune del genere romanzesco woolfiano: unico secondo l’autrice a poter “rifunzionalizzare” gli altri generi ibridandosi con essi. Attraverso l’indagine puntuale dei romanzi, Sullam amplia il discorso di Fusini sui generi e funzioni come “luoghi di negoziazione”. Che il genere letterario in Woolf sia “un campo immenso, sfrangiato e percorso da continue tensioni” è punto di partenza e approdo di ogni prospettiva. Dal “centro, magnete” si struttura per esempio, nel 1922, La stanza di Jacob: grazie al vero e proprio “intarsio” (sempre Sullam) di forze centrifughe, con la galleria di figure femminili come ossatura del romanzo; dalle due presunte trame tradizionali di Mrs Dalloway, 1925 (romanzo di formazione e marriage plot di Richard e Clarissa), si approda due anni dopo al grande discrimine di Al faro. La stagione degli anni Venti si chiude forse non a caso con lo statuto di genere volutamente incerto di Orlando (1928): in cui la fantasmagoria dei generi sessuali fa anche da metafora per una riflessione sui generi letterari. Le pagine dedicate poi da Sullam a Le onde (1931), con le due triadi maschili e femminili a confronto, rilanciano l’idea di una lingua che deve “tramare una rete di immagini a maglie larghe”, capace secondo le parole di Woolf di “includere tutto, tutto”.

Lasciatasi quindi alle spalle l’urgenza del tempo in cui vive di rompere (letterariamente) con il passato e la memoria ottocentesca, Woolf può confrontarsi e misurarsi, ora che lo svincolo dalla tradizione si è operato, con la sua propria, unica voce; e accedere ai suoi moments of being (“Che cosa rimane interessante? Come sempre, i momenti di essere”), senza lasciare intentata una definizione di quella materia opaca che ingloba l’essere vero e proprio: “tante volte nello scrivere i miei cosiddetti romanzi mi sono trovata di fronte al medesimo ostacolo: come descrivere quello che nel mio linguaggio privato chiamo ‘il non-essere’. In ogni giornata il non-essere è molto di più che l’essere […] Gran parte di ogni giornata non la si vive consciamente” (Immagini del passato, da Momenti di essere. Scritti autobiografici, La Tartaruga 1977 – edizione, tradotta da Adriana Bottini, più volte ristampata sino al 2003) .

Questa realtà nella realtà (“I had my vision”) è possibile incontrarla oggi anche negli scritti londinesi, che fanno rivivere alcuni luoghi della città attraverso le parole della scrittrice. Oxford Street, l’abbazia di Westminster e la cattedrale di St. Paul, Wembley, insieme a luoghi quali i tribunali civili o certe case di uomini illustri (Keats e Carlyle), si susseguono nelle parole dell’artista sempre attenta a riferirne la densità e l’intensità storica assieme però a un certo tipo di provvisorietà: “questa pietra che sembra carta e i mattoni friabili rispecchiano la leggerezza, la frenesia e l’irresponsabilità del nostro tempo […]. Il fascino della Londra di oggi risiede nel fatto di non essere costruita per rimanere ma per passare. Tutti i suoi vetri, la sua trasparenza, le sue impietose onde di cartongesso colorato offrono un piacere diverso come raggiungono un fine diverso da quello voluto e cercato dagli antichi costruttori e dai loro committenti, i nobili inglesi” ( La marea di Oxford Street, in Londra; l’antologia di pagine londinesi appena pubblicata da Bompiani, sebbene il blurb affermi “per la prima volta raccolti in un solo volume […] tutti gli scritti londinesi di Virginia Woolf”, era stata preceduta nel 1992 da quella curata da Ermanno Pea per Marcos y Marcos col titolo Volare su Londra).

Verrebbe quasi da dire che, di fronte a una tale voce, la stessa critica debba fare un passo indietro (in avanti): per abbracciare, nel rispetto del sapore massimo di ogni parola, lo sguardo che diventa visione, la frase che muta e si tramuta in mondo, per preservare e proteggere quella “libera vita significante delle parole” (così Liliana Rampello nell’introduzione a Oggetti solidi). Quando nel 1953 uscì per Hogart Press A Writer’s Diary (tradotto da minimum fax nel 2009 con il titolo Diario di una scrittrice) così scriveva Giorgio Melchiori (su “Lo Spettatore Italiano”, febbraio 1954): “Le sue annotazioni sono vive e sono effettivamente ‘letteratura’, si inseriscono cioè in un’antica tradizione letteraria, o meglio in una sua precisa fase; e dimostrano l’integrità di una vocazione, che invece negli scrittori recentissimi non è più neppur mestiere, ma sembra ridotta a semplice gioco”.

Virginia Woolf non ha solo dimostrato di opporsi ai codici tradizionali, e soprattutto non ne ha mai fatta una questione solo di codice, ma di visione del mondo. Ha incarnato un ideale di essere umano e di scrittrice che risponde unicamente alle sfide lanciate e rilanciate dal proprio mondo interiore. Nell’umana e artistica ricerca di un orientamento, l’orizzonte e il punto cardinale senza dubbio più importanti a cui rivolgersi.

Sara Sullam

Tra i generi. Virginia Woolf e il romanzo

Mimesis, 2016, 233 pp., € 22

Virginia Woolf

Diari di viaggio in Italia e in Europa

a cura di Francesca Cosi e Alessandra Repossi

Mattioli 1885, 2016, 285 pp. € 9.90

Lunedì o martedì. Tutti i racconti

traduzione e cura di Mario Fortunato

Bompiani, 2016, 400 pp., € 18

Oggetti solidi. Tutti i racconti e altre prose

traduzione di Adriana Bottini e Francesca Duranti, cura di Liliana Rampello

Racconti, 2016, XXIV-470 pp., € 19

Londra

traduzione e cura di Mario Fortunato

Bompiani, 2017, 192 pp., € 12

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Una Risposta a Sconfinata Virginia Woolf

  1. Federico La Sala ha detto:

    PER LA “SCONFINATA VIRGINIA WOOLF”, UNA NOTA IN “MEMORIA” DI JUDITH, LA “SORELLA MERAVIGLIOSAMENTE DOTATA” DI SHAKESPEARE … *

    == “Virginia Woolf non ha solo dimostrato di opporsi ai codici tradizionali, e soprattutto non ne ha mai fatta una questione solo di codice, ma di visione del mondo. Ha incarnato un ideale di essere umano e di scrittrice che risponde unicamente alle sfide lanciate e rilanciate dal proprio mondo interiore. Nell’umana e artistica ricerca di un orientamento, l’orizzonte e il punto cardinale senza dubbio più importanti a cui rivolgersi” (Raffaella D’Elia, “Sconfinata Virginia Woolf”, Alfabeta2, 17.06.2017)==

    VIRGINIA WOOLF*: “[…] Ad ogni modo non potevo non pensare, mentre guardavo le opere di Shakespeare nello scaffale, che almeno in questo il vescovo aveva avuto ragione; sarebbe stato impossibile, completamente e interamente impossibile che una donna scrivesse nell’epoca di Shakespeare le opere di Shakespeare. Immaginiamo, giacché ci riesce così difficile conoscere la realtà, che cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, diciamo. -Molto probabilmente Shakespeare studiò – poiché sua madre era ricca – alla grammar school; gli avranno insegnato il latino – Ovidio, Virgilio e Orazio – e qualche elemento di grammatica e di logica. Era, come si sa un ragazzo irrequieto, il quale cacciava di frodo i conigli, e forse anche i daini; e dovette anche, prima di quanto avrebbe voluto, sposare una donna dei dintorni, che gli diede un figlio un po’ più presto del solito. Questa avventura lo spinse a cercare fortuna a Londra. Si interessava, a quanto pare, di teatro; dicono che abbia cominciato facendo la guardia ai cavalli presso l’ingresso degli attori. Presto imparò a recitare, divenne un attore di successo, e si trovò al centro della società contemporanea; vedeva tutti, conosceva tutti, sfoggiava al sua arte sulla scena, il suo spirito per strada, e riuscì perfino ad essere ricevuto nel palazzo della regina.
    Intanto sua sorella,così dotata, supponiamo, rimaneva in casa. Ella non era meno avventurosa, immaginativa e desiderosa di conoscere il mondo di quanto non lo fosse suo fratello. Ma non aveva studiato. Non aveva potuto imparare la grammatica e la logica, e non diciamo leggere Orazio e Virgilio. A volte prendeva un libro, magari un libro di suo fratello, e leggeva qualche pagina. Ma poi arrivavano i suoi genitori e le dicevano di rammendare le calze o di fare attenzione all’umido in cucina e di non perdere tempo tra libri e carte. Questi ammonimenti saranno stati netti, benché affettuosi, poiché si trattava di persone agiate, che sapevano come debbono vivere le donne, e amavano la loro figlia; anzi, è molto probabile che ella fosse la figlia diletta di suo padre. Forse riusciva a riempire di nascosto qualche pagina, su nell’attico; ma poi aveva cura di nasconderle o di bruciarle.

    A ogni modo, non appena arrivata alla pubertà, ella era stata promessa al figlio di un vicino mercante di lane. La ragazza protestò che il matrimonio era per lei una cosa abominevole; sicché suo padre la picchiò con violenza. Poi, cambiando tono, la pregò di non fargli questo danno, questa vergogna di rifiutare il matrimonio. Le avrebbe regalato una bella collana, oppure una bella gonna, diceva, con le lacrime agli occhi. Poteva forse disubbidirgli? Poteva forse spezzargli il cuore? Eppure la forza del suo talento la spinse al gesto inconsueto.

    Una sera d’estate Judith fece fagotto con le sue cose, scese dalla finestra e prese la strada di Londra. Non aveva ancora diciassette anni. Gli uccelli che cantavano sulle siepi non erano più musicali di lei. Ella possedeva, come suo fratello, la più viva fantasia, il più vivo senso della musica delle parole. Come lui, si sentiva attratta dal teatro. Bussò alla porta degli attori;voleva recitare, disse. Gli uomini le risero in faccia. L’amministratore, – un uomo grasso, dalle labbra spesse – proruppe in una gran risata. Disse qualcosa sui cani ballerini e sulle donne che volevano recitare; nessuna donna, disse, poteva essere attrice. Egli accennò invece … ve lo potete immaginare. Nessuno le avrebbe insegnato a recitare. D’altronde non poteva mangiare nelle taverne, né girare per le strade a mezzanotte.

    Eppure il genio di Judith la spingeva verso la letteratura; ella desiderava cibarsi abbondantemente della vita degli uomini e delle donne studiare i loro costumi. Infine (poiché era molto giovane, e di viso assomigliava molto a Shakespeare, con gli stessi occhi grigi e la fronte curva) Nick Greene, l’attore-regista, ebbe pietà di lei; Judith si trovò incinta di questo signore, e pertanto – chi può misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando questo si trova prigioniero e intrappolato nel corpo di una donna? – si uccise, una notte d’inverno, e venne sepolta a un incrocio, là dove ora si fermano gli autobus, presso Elephant and Castle.

    Così più o meno, sarebbe andata la storia, immagino, se ai tempi di Shakespeare una donna avesse avuto il genio di Shakespeare […].

    Cos’altro posso fare per incoraggiarvi a far fronte alla vita? Ragazze, dovrei dirvi – e per favore ascoltatemi, perché comincia la perorazione – che a mio parere siete vergognosamente ignoranti. Non avete mai fatto scoperte di alcuna importanza. Non avete mai fatto tremare un impero, né condotto in battaglia un esercito. Non avete scritto i drammi di Shakespeare, e non avete mai impartito i benefici della civiltà ad una razza barbara.

    Come vi giustificate? È facile dire, indicando le strade, le piazze, le foreste del globo gremite di abitanti neri e bianchi e color caffè, tutti freneticamente indaffarati nell’industria, nel commercio, nell’amore: abbiamo avuto altro da fare. Senza la nostra attività nessuno avrebbe solcato questi mari, e queste terre fertili sarebbero state deserto.

    Abbiamo partorito e allevato e lavato e istruito, forse fino all’età di sei o sette anni, i milleseicentoventitré milioni di esseri umani che secondo le statistiche sono attualmente al mondo; e questa fatica, anche ammettendo che qualcuno ci abbia aiutate, richiede tempo.

    C’è del vero in quel che dite – non lo nego. Ma nello stesso tempo devo ricordarvi che fin dal 1866 esistevano in Inghilterra almeno due colleges femminili; che, a partire dal 1880, una donna sposata poteva, per legge, possedere i propri beni; e nel 1919 – cioè più di nove anni fa – le è stato concesso il voto? Devo anche ricordarvi che da ben dieci anni vi è stato aperto l’accesso a quasi tutte le professioni?

    Se riflettete su questi immensi privilegi e sul lungo tempo in cui sono stati goduti, e sul fatto che in questo momento devono esserci quasi duemila donne in grado di guadagnare più di cinquecento sterline l’anno, in un modo o nell’altro, ammetterete che la scusa di mancanza di opportunità, di preparazione, di incoraggiamento, di agio e di denaro non regge più. Inoltre gli economisti ci dicono che la signora Seton ha avuto troppi figli. Naturalmente dovete continuare a far figli, ma, così dicono, solo due o tre a testa, non dieci o dodici come prima […].

    Vi ho già detto, nel corso della mia conferenza, che Shakespeare aveva una sorella; ma voi non cercatela nella biografia del poeta scritta da Sir Sidney Lee. Lei morì giovane, e ahimé non scrisse neanche una parola. È sepolta là dove si fermano gli autobus, di fronte alla stazione di Elephant and Castle.

    Ora, è mia ferma convinzione che questa poetessa che non scrisse mai una parola e fu seppellita nei pressi di un incrocio, è ancora viva. Vive in voi, e in me, e in molte altre donne che non sono qui stasera perché stanno lavando i piatti e mettendo a letto i bambini. Eppure lei è viva.

    Perché i grandi poeti non muoiono; essi sono presenze che rimangono; hanno bisogno di un’opportunità per tornare in mezzo a noi in carne ed ossa. E offrirle questa opportunità, a me sembra, comincia a dipendere da voi.

    Poiché io credo che se vivremo ancora un altro secolo – e mi riferisco qui alla vita comune, che è poi la vita vera e no alle piccole vite isolate che viviamo come individui – e se riusciremo, ciascuna di noi, ad avere cinquecento sterline l’anno e una stanza tutta per sé; se prenderemo l’abitudine alla libertà e il coraggio di scrivere esattamente quello che pensiamo; se ci allontaneremo un poco dalla stanza di soggiorno comune e guarderemo gli esseri umani non sempre in rapporto l’uno all’altro ma in rapporto alla realtà; e così pure il cielo, e gli alberi, o qualunque altra cosa, allo stesso modo; se guarderemo oltre lo spauracchio di Milton, perché nessun essere umano deve precluderci la visuale; se guarderemo in faccia il fatto – perché è un fatto – che non c’è neanche un braccio al quale dobbiamo appoggiarci ma che dobbiamo camminare da sole e dobbiamo entrare in rapporto con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne, allora si presenterà l’opportunità, e quella poetessa morta, che era sorella di Shakespeare, riprenderà quel corpo che tante volte ha dovuto abbandonare. Prendendo vita dalla vita di tutte quelle sconosciute che l’avevano preceduta, come suo fratello aveva fatto prima di lei, lei nascerà.

    Ma che lei possa nascere senza quella preparazione, senza quello sforzo da parte nostra, senza la precisa convinzione che una volta rinata le sarà possibile vivere e scrivere la sua poesia, è una cosa che davvero non possiamo aspettarci perché sarebbe impossibile. Ma io sono convinta che lei verrà, se lavoreremo per lei, e che lavorare così, anche se in povertà e nell’oscurità, vale certamente la pena”

    * Virginia Woolf, “Una stanza tutta per sé”, in: Romanzi e Altro, “I Meridiani” – Mondadori, pp. 761-763, e, pp. 831-833.

    SUL TEMA, MI SIA LECITO,SI CFR.:

    1) LA DECAPITAZIONE DI OLOFERNE E LA FINE DELLA CLAUSTROFILIA. UN OMAGGIO A ELVIO FACHINELLI. Una nota sull’importanza della sua ultima coraggiosa opera – http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=3766

    2) CHI SIAMO NOI, IN REALTA’?! RELAZIONI CHIASMATICHE E CIVILTA’: UN NUOVO PARADIGMA – http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4198

    3) CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A “UNA” DIMENSIONE – http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4977

    Federico La Sala

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