Simone di Biasio

Nella festa romana in terrazza con cui si apre La grande bellezza di Sorrentino un’immagine indelebile è quella di Carlo Buccirosso danzare arrapatissimo ai piedi di una giovane cubista. All’acmé del suo ballo dionisiaco, accecato dall’eccitazione, esclama: «T’ chiavass’!». Tutto il mondo ha visto quella scena, ma com’è stato tradotto «chiavare»? E se l’esclamazione fosse stata: «T’ vattess’»? Una sottile linea resisterebbe tra i due termini: un legame linguistico, territoriale, sessuale. Lo sguardo di Buccirosso è allucinato, quasi violento, non molto lontano dallo sguardo allucinatorio di chi volesse «vattere» un suo simile. In fondo «vattere» è una volontà di sottomissione, un atto estremamente carnale di «battere» qualcuno, percuoterlo, affondarlo. Così come il «chiavare» allude al gesto di affondare la chiave nella toppa. «Chiavare» è anche trovare la propria misura nel corpo altrui, misurarsi nel tentativo di aprire una serratura, magari a costo di forzarla, ma per sporgersi al di là, possedere un nuovo spazio. Nella stessa misura in cui «vattere» è conquistare lo spazio corporeo dell’altro, occupare la sua aria tanto da non farlo respirare, comprare «Parco della Vittoria» al Monopoli delle mazzate. Come nei lavori teatrali East e West di Steven Berkoff (Gremese, 1994):

« “Fallo a pezzi, Mike!... Perdio, non startene lì impalato! Fracassagli il naso! Staccagli la testa a quello stronzo schifoso! Yaooooo! Yahhhhhh! Riempilo di calci! Fagli assaggiare il coltello!”. E gridano anche: “Cazzone pieno di piscio! Faccia da cane! Fottuto dannato! Colpiscilo, stritolalo… a quella faccia di merda!”. E uno, con voce stentorea: “Sacrifica alla morte quella testa di cazzo!”. Oh, Sylv, sei tu… tu che con voce dolce e vellutata… mi spingi a compiere sfracelli! E allora mi butto nella rissa senza più freni né resistenze… ».

Uno dei protagonisti è spinto a «vattere» dalla donna che ama in quest’opera teatrale che destò scandalo nell’Inghilterra degli anni Settanta, specie per un panegirico degli organi di riproduzione maschile e femminile. A questa piéce è liberissimamente ispirata lo spettacolo TVATT di Luigi Morra e con lo stesso regista sul palco assieme a Pasquale Passaretti e Eduardo Ricciardelli: appena andata in scena a Roma al Teatro di Documenti. Pestaggi mortali riempiono quotidianamente le pagine dei giornali e le bocche dei bar. Evidentemente presso alcune popolazioni dell’Italia è molto diffuso un fenomeno ancestrale che, attraverso questa drammatizzazione, potremmo definire «tvattismo», dall’etimo «t’vatt» che significa «minacciare di picchiare a morte». La pratica «tvattistisca» consta nel lanciarsi contro un animale, perlopiù uomo, della stessa specie, nel tentativo di annientarlo per prevalere su di esso («Cancelleremo gli Usa dalla faccia della Terra», altrimenti noto come «tvattismo coreano»). Apparentemente i motivi che spingono i due animali alla lotta sembrano futili, eppure affondano nella natura terragna degli abitanti di questa porzione di mondo: le femmine, il contendimento territoriale, la supremazia, la brama di potere. «T vatt» è non minaccia in potenza, ma già-quasi-atto.

Nel teatro di Morra il termine «tvatt» è l’acronimo di «Teorie Violente Aprioristiche Temporali e Territoriali», ma qui siamo già nella sociologia, cioè nell’analisi del fenomeno di una violenza che si sprigiona aprioristicamente per la nuda sete di contatto dei corpi (torna il riferimento sessuale). Nello spettacolo i personaggi ritratti da Lucian Freud paiono trasbordare dalla tela, raggiungere la terza dimensione e la vetta più alta del nervosismo, guardarci in faccia, colpirci con una «capata in bocca».

Secondo Saviano «si vatte chi ti è vicino per territorio, cultura, conoscenza, chi è parte della tua vita»; nella Paranza dei bambini allude anche al «vattere» delle madri, dei genitori nei confronti dei figli. Tanto che simbolo di TVATT è uno zoccolo. Lo zoccolo calzato ai piedi del protagonista sbatte continuamente sul pavimento teatrale e auricolare degli spettatori, è quasi lo schiocco di uno schiaffo, la punta di un pugno che scalfisce un osso. La violenza in fondo ce la portiamo appresso anche dall’infanzia e non si può nascondere che venga praticata per ripristinare una situazione di supremazia, di potere, di controllo. Tvatt è inevitabilmente un lavoro in dialetto campano perché quella è l’origine territoriale e linguistica del termine e della pratica, peraltro ancor oggi diffusissima. Il corpo è in primo piano ed è un corpo che già prima della violenza è stanco, fiaccato, con una pancia gonfia che sporge da tutto il resto: il protagonista dello spettacolo insegna alcune tecniche agli spettatori, scendendo in mezzo a loro, guardandoli malissimo e indicandoli tra la folla, come si indicherebbe con la mano infallibile degli occhi il culo ambito d’una donna. Da sguardi che sono tocchi scaturisce sempre la violenza verbale e fisica. Emerge da dimostrazioni perché gli occhi e il corpo sono dimostrazioni, sono una comunicazione aborigena, cioè prima dell’origine dei nostri pensieri: parlano un atteggiamento, dicono una volontà.

Un refrain ossessivo cavalca le orecchie dello spettatore: « bùnghete-bànghete bùnghete-bànghete bùnghete-bànghete». È una formula che potrebbe appartenere ai nostri antenati più lontani, una preghiera rimasta nella bocca, un suono insopprimibile, primigenio, una lallazione. Lo zoccolo è ritratto simbolicamente con un disegno che ne imita il movimento. Perché lo zoccolo è uscito da se stesso, cioè è uscito dalla casa privata per approdare in pubblico. La «capata in bocca», invece, è supremazia del capo, della capa, per afferrare la testa della disputa. La faccia è elemento centrale della battaglia, racchiude in sé il nostro corpo intero: il volto vede, sente, si può rompere («perciò teng ’o nas’ stuort»), può sanguinare, persino uccidere. In questo spettacolo si ride tantissimo. Forse perché nella realtà teatrale nessuno si appiccica veramente con l’altro: la violenza resta raccontata, spiegata, ridicola. Alla fine l’anguria di cui gli altri attori in scena si riforniscono è spaccata con un sol pugno, la polpa rossa irrompe sul palco. È esposta, la possiamo guardare. È l’estetizzazione della violenza. Se il Tvatt fosse una unità di misura al pari del Watt, staremmo parlando di molto più lavoro, di energia sprigionata dalla forza. I tvattori sono solo attori, buoni conduttori.

Nella quarta serie dei Simpson va in scena la «Festa delle mazzate», antico rituale cittadino. Un coro intona: «Con le mazzate, con le mazzate | le serpi noi le suonerem | La schiena noi gli spezzerem e gli occhi poi gli caverem | Con le mazzate, con le mazzate | la grazia del Signor noi chiediam».

Luigi Morra

TVATT. Teorie Violente Aprioristiche Temporali e Territoriali

Roma, Teatro di Documenti, 12-13 aprile 2017

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