G.B. Zorzoli

Durante la seconda metà del secolo scorso, nel mondo politico americano il pragmatismo è stato una scelta condivisa. Il cambio dell’appartenenza politica dell’inquilino della Casa Bianca o della maggioranza al Congresso provocavano rettifiche degli indirizzi precedenti, non un loro stravolgimento. In particolare la politica estera fu sempre bipartisan. Il pragmatismo dominò anche nei temi ambientali. Così nel 1992 George Bush partecipò al summit di Rio, dove manifestò riserve sull'impegno americano, ma non si oppose all'approvazione dei documenti che impegnavano gli Stati a combattere i cambiamenti climatici.

Il segnale più clamoroso di una mutazione genetica si ebbe nel 2003, a seguito dell'intervento militare in Iraq, ma anche su altri temi si creò una contrapposizione rigida tra repubblicani e democratici: ad esempio, George W. Bush assunse posizioni sostanzialmente negazioniste sul cambiamento climatico, in perfetta sintonia con molti parlamentari del suo partito.

L’atmosfera peggiorò dopo le presidenziali del 2008. L'elezione di Obama fu vissuta da parte repubblicana come una provocazione. Lo scontro divenne la regola, con degenerazioni inusitate – le “fake news”, secondo cui Obama non era nato in America - tanto che l'approvazione del bilancio federale si trasformò in una sorta di roulette. Di conseguenza, le uniche decisioni di politica ambientale e climatica prese da Obama furono quelle attuabili mediante “executive order”.

L'elezione di Trump, oltre a confermare che la spaccatura politica rifletteva un'analoga spaccatura nel paese, buttò ulteriore benzina sul fuoco. Un miliardario senza precedenti esperienze politiche, per di più nemico dichiarato del “politically correct”, ha portato lo scontro a un livello che fa impallidire quello tra berlusconiani e antiberlusconiani dopo le elezioni italiane del 1994, con possibilità di mediazioni praticamente nulle.

La radicalizzazione dello scontro, accanto a stati tradizionalmente ambientalisti come la California e a grandi municipalità, come New York, ha portato nel fronte che si oppone alla decisione di non rispettare l'Accordo di Parigi, anche esponenti del mondo della finanza (Goldman Sachs) e perfino, con la Exxon, di quello petrolifero. Questo schieramento è importante a livello sia simbolico, sia pratico. Tuttavia, occorre resistere alla tentazione di utilizzarlo in modo consolatorio (“States and Cities Compensate for Mr. Trump’s Climate Stupidity”, titolo del New York Times), senza prestare sufficiente attenzione a chi appoggia Trump o ha scelto di non pronunciarsi, come l’industria automobilistica americana, finora prodiga di dichiarazioni verbali sul proprio impegno ecologico; forse perché in attesa di un’altra possibile azione di Trump, che avrebbe come bersaglio la California.

All’avanguardia nelle politiche ambientali, con 39 milioni di abitanti e un prodotto annuale di 2,4 trilioni di dollari, la California è la sesta economia mondiale, per cui ha un tale peso sul mercato che le sue norme per gli autoveicoli vengono automaticamente adottate dai costruttori americani, anche se sono più restrittive di quelle federali o di altri stati.

Ebbene, i consumi chilometrici massimi di benzina, che saranno ammessi in California a partire dal 2025, sono stati resi molto restrittivi, per promuovere la rapida diffusione dei veicoli elettrici: scelta che preoccupa i costruttori di automobili, i quali se ne sono già lamentati con Trump, e almeno altrettanto l’intera catena del business petrolifero (in USA l’80% di un barile di greggio va nel trasporto). Poiché la California è stata autorizzata a stabilire normi più stringenti di quelle federali da un decreto emesso a suo tempo da Richard Nixon, circolano voci sull’intenzione di Trump di revocare questa deroga. E non è detto che sia l’ultima iniziativa di riduzione dei poteri locali, almeno a giudicare dalle dichiarazioni del nuovo capo dell’EPA, Scott Puitt, sull’uso abnorme del federalismo da parte di singoli stati USA.

Basterebbe comunque l’annullamento della deroga di Nixon per bloccare il percorso verso lo sviluppo sostenibile in un settore che in America ha un peso molto rilevante. Aggiungendosi all’abrogazione di tutti gli ordini esecutivi di Obama, che avevano posto limiti all’utilizzo di combustibili fossili e alle emissioni delle centrali elettriche, e alla revoca dell’adesione americana all’accordo raggiunto a Parigi, frenerebbe ulteriormente il percorso, di per sé insufficiente, avviato con tale accordo con la Exxon. In un mondo impegnato in una corsa contro il tempo, per evitare che la temperatura globale raggiunga i due gradi, il conseguente ritardo potrebbe rivelarsi esiziale.

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