Federico Campagna

The Great British Bake Off è uno dei programmi televisivi più seguiti nel Regno Unito. In un giardino immacolato, un enorme gazebo bianco ospita dei concorrenti impegnati a preparare torte su torte, sotto l’occhio vigile di una giuria di ‘esperti’ mangioni. Le telecamere si muovono a ritmo da thriller tra i volti sudati dei partecipanti e le loro creazioni, spesso mediocri, talvolta immangiabili, raramente sopraffine. Ma a prescindere dalla loro qualità, le opere degli aspiranti pasticcieri seguono tutte un medesimo destino: prodotte nel vuoto pneumatico di un gazebo, a fine puntata finiscono tutte insieme nei rifiuti poco fuori la porta. Le pantomime da giardino restano affari da giardino, così come il cavallo degli scacchi smette di muoversi appena fuori dal suo mosaico di tessere.

Gli spettacoli, si sa, sono da sempre lo specchio della società che li produce. Nomina sunt consequentia rerum, e ilGreat British Bake Off è il nome segreto dell’isola in cui spopola. Non c'è da stupirsi se il suo modello si estende ben al di là delle sfide culinarie in TV, fino al midollo della cultura isolana. Queste ultime elezioni, per esempio, hanno riproposto su scala grandiosa il format del gazebo pasticciere. Sotto gli occhi di una giuria di votanti più o meno ‘esperti’, due concorrenti si sono sfidati a colpi di manicaretti: Theresa May, la figlia spietata di un vicario, e Jeremy Corbyn, un vecchio lupo di mare della flotta socialista. May, data inizialmente per favorita, è riuscita ad autosabotarsi in maniera spettacolare, sfornando una sfilza ininterrotta di portate rancide: rigurgiti bellicosi da inverno nucleare, amicizie losche con Trump e i Sauditi, bizzosità gratuite verso gli ex-alleati Europei, inasprimento dell’annosa persecuzione contro i poveri, grida contro i diritti umani, e così via. Colpo dopo colpo, quella che si poneva come l’alternativa della ragionevolezza ‘strong and stable ’, si è rivelata invece un’opzione tanto livorosa quanto inaffidabile. Dall’altro lato del gazebo, il concorrente underdog (un classico delle competizioni in TV) Jeremy Corbyn, ha invece stupito tutti con una sola, grande portata finale: il manifesto Labour, un capolavoro di socialismo novecentesco bello quasi quanto un cesto di frutta di marzapane. La sfida si è conclusa in maniera agrodolce: Theresa May vincitrice sconfitta, Jeremy Corbyn perdente trionfatore. A fine puntata, come sempre, la festa è continuata nel gazebo, mentre il ricordo delle grandi torte elettorali riverberava ancora un poco sugli schermi televisivi connessi, prima di finire nella spazzatura del giardino.

Vi chiederete: che c’entrano i programmi di pasticceria nei giardini inglesi con le General Elections del 2017? Domanda comprensibilissima, per chi non viva al di qua delle bianche scogliere di Dover (o più esattamente, dei ruderi dei campi profughi di Calais). Il fatto è che l’Inghilterra soffre da sempre di una particolarissima forma di autismo, in cui la difficoltà di entrare in relazione col mondo esterno si mescola spesso e volentieri a scatti di narcisismo violento. Solo in rari momenti della sua storia, e solo grazie a personalità eccezionali, è riuscita a uscire dalla dicotomia imperialismo/isolazionismo. Da quando si è spenta la fiammata dell’Empire, poi, alla Grande Bretagna non è rimasto altro che la brace tiepida di una mentalità sempre più provinciale. Anche il modello del ‘multiculturalismo’ britannico segue questa direzione, restando incapace di trovare la strada del sincretismo culturale al di fuori della falsa alternativa tra ghettizzazione e integrazione. Personaggi come Theresa May e i suoi nuovi alleati di governo del DUP Nord-Irlandese (partito di ex-paramilitari protestanti che mescolano superstizioni medioevali a turgidezze fasciste) incarnano l’anima più becera e crudele del provincialismo britannico. Altri, pochi, come il caparbio Jeremy Corbyn incarnano invece lo spirito più gentile della vecchia patria del Welfare. Ma tanto in un caso quanto nell’altro, le prospettive del discorso politico iniziano e finiscono sul limitare del giardino di Albione, lungo la linea di un muro che pare aver smarrito la porta sul mondo.

Se la destra della May propone una Brexit truculenta a base di deportazioni di massa, ad esempio, il Labour di Corbyn replica con una versione ‘soft’ in cui le frontiere si chiudono lo stesso ma piano piano, come la porta di una camera da letto. Da entrambi i lati, comunque, non si pensa nemmeno lontanamente di poter immaginare un mondo in cui le frontiere vadano svanendo, e in cui il concetto stesso di ‘nazione’ venga messo in discussione. Persino l’internazionalismo di Corbyn, pregevole come un vino d’annata, rivela i suoi sentori d’aceto nell'incapacità di pensare al di fuori del ‘nazionalismo’ – per quanto replicato tante volte quante sono le combinazioni di bandiere del mondo. Non si tratterebbe che di un’adorabile stranezza, magari perdonabile, non fosse che il nostro pianeta si trova ad affrontare sfide che ci impongono di trascendere le linee immaginarie dei confini nazionali. In cosa davvero può consistere l’alternativa socialista, se non acquista il ritmo di un respiro planetario piuttosto che l’affannare asmatico di una nazione chiusa in se stessa? Se mai Jeremy Corbyn dovesse andare al potere in UK (come è probabile che avvenga alle prossime, inevitabili elezioni anticipate), in che modo il suo socialismo patriottico potrebbe affrontare questioni autenticamente planetarie come il global warming o le stragi nel Mediterraneo?

La proposta politica di Corbyn appare in fin dei conti come la migliore torta mai sfornata nel Great British Bake Off: deliziosa da guardare per chi si immagini di vivere in un bianco gazebo, ma poco più di un insipido sogno digitale alla prova della lingua. Come una bella rappresentazione a teatro, in cui le lotte del mondo si riproducono con spade di cartone e per un attimo ci si dimentica che la finzione regge solo nei pochi metri quadrati del palco. E dunque evviva la disfatta di Theresa May e la rivincita di Jeremy Corbyn! Evviva le torte che non sfamano nessuno, anche se sono belle, e le grandi pantomime eroiche che scaldano i cuori! Ma adesso che è finita la puntata e i commessi hanno spazzato la farina da terra, è l’ora di uscire dal giardino e di cercare di capire come portare davvero l’emancipazione, la pace, la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale nel mondo vero. Quel mondo senza confini che le tende dei gazebo e i giardini all’inglese cercano sempre di cancellare – ma che è da sempre, per tutti noi, l’unico mondo reale.

Tagged with →  
Share →

Una Risposta a The Great British Bake Off

  1. Ho trovato l’articolo molto interessante e vorrei condividerlo con una mia amica di Liverpool che non legge l’italiano. Dove posso trovare la traduzione inglese del testo?

    Mi ha toccato particolarmente il punto in cui si parla di una visione ancora lontanissima anche nella mente delle figure politiche più stimabili: lo scenario possibile di un mondo dove frontiere, confini e nazionalismi e imperi non hanno più senso perchè prevalgono gli obiettivi della pace, della giustizia sociale, della salvaguardia dell’ambiente.
    Con un poco di tremore e con quasi identiche parole ho espresso il medesimo pensiero durante una delle mie ultime lezioni di Storia e Geografia in una delle classi di Liceo in cui ho insegnato. La classe quest’anno ha accolto per qualche ora settimanale due ragazzi richiedenti asilo. Una esperienza che ha contribuito a rovesciare molti vecchi paradigmi non tanto in me, già da tempo predisposta a nuove visioni, ma negli studenti e nelle studentesse. Sono ora più che mai certa che i cambiamenti auspicati dal “respiro planetario” vadano preparati con la stessa cura e assiduità con cui i vecchi ideologi e i loro adepti lavorano, anche sotto mentite spoglie, per la conservazione e il consolidamento dello status quo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi