Tiziana Migliore

Alcuni artisti della Biennale di Christine Macel hanno accolto l’invito a mostrare l’arte in fieri – appunto Viva Arte Viva – battendo in sordina una strada precisa.

Quest’anno l’esposizione dell’artefatto cede estesamente il passo all’esposizione delle pratiche di ideazione, dentro cui intervengono i visitatori, da esecutori materiali o cooperanti. Ma l’arte “partecipata”, come realizzazione in comune dell’opera, esiste da decenni. In tema di Biennale, chi non ricorda Photomatic, l’esperimento di produzione collettiva di un murales di tessere fotografiche diretto da Franco Vaccari alla Biennale del 1972? O, di recente,Untitled 2015 (14.086 unfired) di Rirkrit Tiravanija, 14.086 mattoni cotti in situ con l’ideogramma cinese del motto di Guy Debord “Ne travaillez jamais”, acquistabili a 10 euro per finanziare l’ISCOS e così distinguere l’homo faber dall’animal laborans? Oggi, però, è l’inventio e non più l’actio a essere concertata con gli spettatori. E questa progettazione condivisa è un tempo libero dove, per serendipità, si fanno scoperte felici, si trova qualcosa che non si cercava.

L’otium inteso dalla curatrice come tempo della creazione contrapposto al negotium – tempo degli affari, della transazione, del commercio – diviene in alcune opere un tempo dell’apertura mentale, della disponibilità, dell’estroversione. L’atelier esibito con i programmi d’uso e le incertezze che lo caratterizzano, già delocalizzato inMapping the Studio (2009) di Caroline Bourgeois, a Punta della Dogana, si trasforma in un laboratorio di ripensamento collettivo del reale.

Xavier Veilhan al Padiglione Francia e Dawn Kasper nella sala Chini del Padiglione centrale usano l’improvvisazione musicale per dare senso a questo tempo. Ma a mente fredda, visitata la mostra, resta impressa soprattutto la fortuita risonanza fra la sollecitazione di Olafur Eliasson nel “transpadiglione degli Artisti e dei Libri” del Padiglione centrale ai Giardini, e lo spunto di Lee Mingwei nel “transpadiglione dello Spazio Comune” alle Corderie dell’Arsenale. Il Leone d’oro Franz Erhard Walther, il couturier tedesco che prepara sculture pittoriche-abiti da farci indossare, ci immerge nel mood di una corporeità artificata, e tuttavia comunque individuale e rigida. Il taiwanese Mingwei, da un lato, e lo svedese Eliasson, dall’altro, suggeriscono invece di entrare in una corporeità e in una soggettività decentrate, trasferite nell’alterità, donate.

The Mending Project, di Lee Mingwei, è un’installazione composta di un lungo tavolo di legno, di più sedie e di una parete di spagnolette colorate. L’artista siede al tavolo e aiuta i visitatori a rammendare uno scampolo a scelta strappato dai loro vestiti. Il pezzo di stoffa viene quindi riposto sul tavolo insieme ad altri pezzi, tutti con le estremità dei fili ancora attaccate e affisse alla parete accanto. Cresce, durante la mostra, una tessitura simbolica degli scambi creati in questi processi, per cui i gesti della cucitura, della tramatura di fili e dell’affissione valgono come rinuncia di una parte del sé e narrazione nei vissuti degli altri. Non a caso Christine Macel espone, sul lato opposto del corridoio delle Corderie, le tracce della ricerca artistica apripista in questo senso: i Telai, i Libri cuciti e la documentazione fotografica dei legami popolari, stretti con nodi e fiocchi, della poco conosciuta Maria Lai.

Tavoli più piccoli e sedie sono presenti anche in Green light - An artistic workshop, il progetto di Olafur Eliasson, che porta alla Biennale la sua ipotesi di impresa non più come factory, ma come “parlamento” sociopolitico, alla Bruno Latour, in cui l’arte fa da intercessore. Da sempre la luce è l’oggetto teorico delle ricerche di Eliasson e dei suoi circa novanta collaboratori (tecnici, designer, storici dell’arte, archivisti, artigiani, personale amministrativo e cuochi): dal Blind Pavilion della Danimarca alla Biennale di Venezia del 2003 a The Weather Project (2003) nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra, passando perYour Rainbow Panorama (2011) all’ARoS Aarhus Kunstmuseum fino a Little Sun (2012), la lampada a energia solare disegnata con l’ingegnere Frederik Ottesen per i popoli sprovvisti di elettricità. Green light è una semiosfera di confronto fra visitatori, studenti e rifugiati e migranti che vivono a Venezia o in Veneto. Un “atto di benvenuto”, con le parole di Eliasson. Ci si trova, da diversi punti di vista, ad assemblare moduli per la fabbricazione di lampade. Ciascuno interviene con le proprie competenze e ne apprende, mettendo in gioco energie fisiche e mentali per trasformarle in dispositivi significanti. Ogni unità è dotata di piccole luminarie di colore verde che devono far sistema, sotto forma di configurazioni scultoree o architettoniche. Sono prototipi per l’accoglienza. Il benvenuto all’altro sta nell’inventare insieme.

 

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