Valentina Parisi

I moscoviti sono abituati a vedere la loro città trasformarsi rapidamente intorno a sé. Irrimediabilmente tramontati sono i tempi in cui Pëtr Kropotkin, principe di antico lignaggio e teorico dell'anarchismo, osservava nelle sue Memorie di un rivoluzionario: "Мosca è cresciuta piano. Ecco come mai nelle sue parti ha finora conservato intatte le tracce che la Storia le ha impresso". Con il Piano Generale di Ricostruzione varato da Stalin negli anni Trenta, al paradigma di uno sviluppo lento è subentrato un irresistibile slancio in avanti che ben poco spazio ha lasciato alla salvaguardia delle sopravvivenze del passato. Lo testimonia per esempio una delle scene più esilaranti della commedia La nuova Mosca di Aleksandr Medvedkin (1938), in cui il pittore Fedja non fa letteralmente in tempo a dipingere la veduta urbana che gli si offre dal balcone, perché i palazzi antistanti vengono fatti saltare in aria con la dinamite, oppure spostati dall’altra parte della strada – come accadde in effetti in via Tverskaja, all’epoca del suo ampliamento.

Se dunque gli abitanti della capitale sono diventati spesso le vittime predestinate di sconvolgimenti urbanistici calati ex abruptu dall’alto, d’altronde anche i progetti staliniani più arditi rischiamo d’impallidire di fronte all’impressionante “piano di rinnovamento” voluto dall’attuale sindaco Sergej Sobjanin, esponente – manco a dirlo – del partito di Vladimir Putin “Edinaja Rossija” (“Russia unita”). Un disegno che minaccia di incidere non solo sullo skyline di Mosca, non solo sul suo equilibrio architettonico, ma anche e soprattutto sul suo assetto abitativo. Bersaglio della campagna di demolizioni a tappeto disposte dal comune sono infatti le cosiddette chruščëvki, le case prefabbricate in serie con cui a partire dalla fine degli anni Cinquanta il segretario generale del PCUS Nikita Chruščëv tentò di ovviare alla cronica penuria di alloggi e di incentivare l’inurbamento di ampie masse provenienti dalle campagne. Inconfondibili per chiunque abbia mai messo piede in Russia, le chruščëvki (dette anche chruščoby, neologismo coniato dalla vox popoli sulla base dalla parola truščoby, che significa “tuguri”) consistono in spartani parallelepipedi di mattoni tirati su in economia e ingentiliti tutt’al più dagli immancabili giardinetti incastrati tra un blocco e l’altro, dotati di scivoli e altalene per i bambini, panchine per i pensionati e betulle per chiunque.

Assai prossime nella loro elementarità al grado zero dell’architettura, le chruščëvki, con i loro appartamenti tutti uguali disposti solitamente su cinque piani, hanno avuto tuttavia il merito di fornire una “superficie abitativa” (žilploščad’) dignitosa a chi fino ad allora aveva vissuto ammassato nelle baracche costruite alla bell’e meglio nel dopoguerra, oppure negli appartamenti comunitari (kommunalki). Sotto i loro soffitti bassi, nelle cucine disposte invariabilmente secondo uno schema prestabilito, ispirato a un utilizzo ottimale dello spazio, gli intellettuali si riunivano a bere, discutere e inveire contro il regime e c’è chi addirittura mette in relazione la nascita del dissenso con la possibilità offerta dalle chruščëvki di leggere e ricopiare testi proibiti tra le mura domestiche, al riparo dagli sguardi indiscreti dei vicini.

Ciononostante, pur avendo sottratto (almeno in parte) l’ homo sovieticus da quella dimensione comunitaria che rendeva possibile il controllo totalitario, la chruščëvka non può certo vantare un afflato mitico equivalente a quello che circonda tuttora le vecchie abitazioni nobiliari o borghesi trasformate negli anni Venti in kommunalki. Un fascino che resiste ancor oggi: dopo essere state trasfigurate da Il’ja Kabakov nelle sue celebri “installazioni totali” degli anni Novanta, gli ex appartamenti comunitari non solo sono tornati a essere le residenze più ambite del centro della capitale, ma continuano a generare un’infinità di narrazioni. Lo testimonia anche il libro per bambini Istorija staroj kvartiry ( Storia del vecchio appartamento) di Anna Desnickaja e Aleksandr Litvin (Mosca, Samokat, 2017) che, con le sue sontuose illustrazione, narra la storia di una famiglia attraverso le trasformazioni subite dallakommunalka in cui all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre si sono ritrovati a vivere, insieme a tante altre persone.

Al contrario, le povere chruščëvki sembrano impenetrabili a qualsiasi tentativo di estetizzazione. Ma non è certo questo il motivo per cui ora le autorità cittadine vogliono impietosamete abbatterle, invece di ristrutturarle. Dietro il decreto approvato in aprile dalla Duma che conferisce poteri speciali al sindaco di Mosca per completare la demolizione degli “edifici a cinque piani” (pjatietažnye zdanija, questa la dizione ufficiale) si cela la possibilità di dar carta bianca agli speculatori edilizi in quartieri un tempo ritenuti periferici e adesso sempre più ambiti sul mercato immobiliare. In realtà, la liquidazione delle case prefabbricate più fatiscenti era già iniziata negli anni Zero, senza che questo suscitasse particolare clamore. Un brusco “salto di qualità” si è avuto a partire dal mese di febbraio di quest’anno, allorché Vladimir Putin, durante un incontro con Sobjanin, ha definito auspicabile l’abbattimento di tutte le chruščëvki moscovite. Secondo i dati forniti dal quotidiano “Kommersant”, attualmente l’elenco provvisorio stilato dal comune comprende 4566 case “demolibili”, sparse in 85 quartieri della capitale. Fino al 15 giugno i loro inquilini potranno votare se accettare quello che viene eufemisticamente definito “piano di rinnovamento” e lasciare che la propria casa venga distrutta. Dal programma di liquidazione vengono per ora risparmiati i quartieri più centrali; tuttavia anche qui i cittadini hanno la facoltà di aderire al progetto, se lo desiderano.

Uno dei punti meno chiari è, ovviamente, il destino che attende gli abitanti delle chruščëvki abbattute, stimabili nell’ordine delle decine di migliaia di persone che dall’oggi al domani potrebbero ritrovarsi in mezzo alla strada. Sobjanin ne ha stabilito il “trasferimento” ( pereselenie, termine che già di per sé evoca fosche associazioni di idee, stante le deportazioni forzate di intere popolazioni da un capo all’altro del paese avvenute in epoca sovietica) in “edifici di nuova costruzione” (novostrojki), situati oltre quelle colonne d’Ercole rappresentate, nella mentalità del moscovita medio, dal raccordo anulare MKAD.

Com’è comprensibile, la promessa elettoralistica di procedere alla liquidazione completa delle chruščëvki in tempi brevi ha seminato il panico tra coloro che vi vivono ancora e che, magari, hanno appena finito di ristrutturare il loro appartamento di proprietà a costo di mille sacrifici. Sui social network sono ormai innumerevoli i gruppi di cittadini (solitamente suddivisi per quartiere) che si oppongono a quella che è stata ribattezzata chrenovacija (dalla fusione del termine renovacija, “rinnovamento” e chren, l’organo sessuale maschile). Le prime manifestazione di protesta, tenutesi il 14 e il 28 maggio sulla prospettiva Sacharov hanno visto la partecipazione di migliaia di persone contrarie a quest’immane stravolgimento dell’ecosistema urbano – un’operazione dai costi enormi e dalle conseguenze incalcolabili per la collettività. Particolarmente funeste sarebbero anzitutto le ripercussioni dell’“infittimento” (uplotnenie) verticale dello spazio edificato, dovuto alla sostituzione delle chruščëvki con nuovi condomini a più piani. Non è certo difficile immaginare gli effetti di un ulteriore incremento della popolazione su una rete di trasporti già sufficientemente sovraccarica, o sulle altre infrastrutture. Per non parlare poi della riduzione della superficie verde nei quartieri interessati dalla renovacija (che, secondo Greenpeace, potrebbe sfiorare addirittura il 25%). Eppure la sorte della stragrande parte delle chruščëvki moscovite sembra segnata, dal momento che il 6 giugno nel corso di un’udienza pubblica alla Duma alla quale non sono stati ammessi i rappresentanti dei comitati contrari alla demolizione, Sobjanin, a referendum non ancora concluso, ha comunicato che nell’88% dei casi sono stati raggiunti i due terzi dei voti favorevoli necessari per procedere all’abbattimento. Incuranti delle varie esperienze positive di risanamento delle chruščëvki già intraprese nei paesi baltici e a Kaliningrad, le autorità si apprestano dunque a cancellare d’imperio gran parte delle residue sopravvivenze dell’edilizia sovietica, facendo un’ennesima volta di Mosca il laboratorio della Russia a venire.

Il titolo della rubrica, Galja, guljaj riprende quello di uno degli hit di Srednerusskaja vozvyshennost’, gruppo di “rock simulativo” fondato nel 1986 da alcuni artisti dell’underground moscovita nell’intento piuttosto scoperto di creare una parodia demenziale della moda rock che furoreggiava allora in Urss.

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