Valentina Valentini

Fotografia di Maria Teresa Carbone

Il teatro musicale è il luogo dove è ancora possibile la narrazione di storie e si apparenta in questo – benché forma espressiva ottocentesca – agli attuali film di fiction, alle telenovelas, alle serie tv, ai graphic novel. Siamo attratti per quattro ore nella bella sala del teatro dell’Opera di Roma, restaurato nel 1937 da Marcello Piacentini, a seguire le vicende rocambolesche di Lulu e della sua girandola di seduzione e di morte: gli intrighi loschi in cui il denaro si mescola con la passione, la pittura (i ritratti di Lulu), la danza, il varietà incrociano la crisi economica e il fallimento degli speculatori che giocano in borsa.

Il tema portante è la figura di Lulu (la straordinaria Agneta Eichenholz, soprano acuto) dalle molteplici vite e identità di cui si fanno latori i nomi diversi: Eva, Nellie, Mignon che, come la femme fatale di dannunziana memoria (ancor più di quella dei Velvet Underground o di Lou Reed), reca lutto e distruzione. Alban Berg sintetizza nei tre atti in cui suddivide il racconto (il terzo atto era rimasto incompiuto ed è stato ricostruito da Friedrich Cerha a partire dai numerosi appunti lasciati dal compositore) l’ascesa di Lulu ai vertici della scala sociale e nell’ultimo la sua caduta, prostituta a Londra e ricattata per l’assassinio di uno dei tre mariti. Benché il libretto sia stato scritto nel 1935, dal momento che trae ispirazione dalle opere di Franz Wedekind, Il vaso di Pandora (1895) e Lo spirito della terra (1904), è impregnato – non senza ironia – del culto espressionista per il primigenio, l’istintuale, le polarità luce-tenebre, caduta-ascesa. Mescolare sentimentalismo e ironia, infatti, secondo Pierre Boulez è una peculiarità del compositore che arriva fino alla derisione, riscontrabile nell’uso di forme desuete, riprese dall’opera italiana di inizio ottocento, come in alcune battute che provocano il riso (ad esempio, Alwa, il figlio del dottor Schöl, cerca di baciare Lulu e lei fa notare che sono seduti sullo stesso divano dove il padre è morto dissanguato a opera sua).

La storia, ricca di peripezie, finisce con la femme fatale – instabile oggetto del desiderio che non produce appagamento – uccisa insieme alla contessa, anche lei sedotta dal fascino di Lulu, da Jack lo squartatore. Nessun desiderio si realizza, nessuna aspirazione giunge a compimento, neanche quello della contessa di ritornare in Germania, iscriversi alla facoltà di legge e lottare per l’emancipazione delle donne. Nella sequenza dei fatti narrati, come nella partitura musicale è in azione il dispositivo costruttivo della simmetria: ai tre mariti morti a causa di Lulu (il primo d’infarto, il pittore suicida, il dottor Schön ucciso da Lulu con cinque colpi di pistola) corrispondono i tre clienti della scena finale, agiti dagli stessi interpreti-cantanti che indossano gli stessi abiti e accompagnata dalla stessa musica presente nelle tre scene precedenti.

Fotografia di Yasuko Kageyama

Su questo mito primonovecentesco il libretto di Alban Berg intreccia motivi più “avanguardistici”: la metateatralità leggera, l’amore omosessuale, l’emancipazione femminile, la crisi dell’aristocrazia, l’ascesa di una classe borghese, l’accusa nei confronti di una borghesia dissoluta e consumata da sé stessa, il cinismo e la mancanza di sentimenti di Lulu, una sradicata dalla società che può agire senza responsabilità morale perché non si riconosce in essa, non vi appartiene (ma non c’è un punto di vista di lotta di classe).

A dominare la scena allestita da William Kentridge è l’enorme ritratto di Lulu che cambia in continuazione in sintonia con la instabilità delle passioni che mettono in moto la fabula. Kentridge popola il teatro-mondo di Lulu con disegni a inchiostro su diversi fogli che sulla scena si spargono e si ricompongono, insieme a parole scritte, lettere, pagine di libri e di giornali. Il nero, spesso e corposo dell’inchiostro incide la carta con tratti pesanti, realizzando qualcosa come un graphic novel animato in una scena sempre in movimento, parossisticamente attiva verso il nulla. Commenta l’artista : «Questa vicenda è colma di violenza, sangue, di drammatiche morti, l’inchiostro, per come irrompe sulla carta bianca, intercetta e traduce queste atmosfere[...] li ho trattati [i disegni] come se fossero dei burattini, manipolandoli, facendoli interagire fra loro» (Lulu e la natura delle ossessioni. Intervista a William Kentridge, programma di sala Teatro dell’Opera di Roma, 2017).

Le proiezioni video dei disegni di William Kentridge funzionano da ambiente, definiscono gli spazi e il loro dinamismo, non sono immagini bidimensionali da guardare frontalmente su uno schermo, ma stratificazioni di atmosfere e spazi mentali. Dunque, i fatti cantati dal soprano acuto in duetto con tenore e baritono si ambientano in una scena che è essenzialmente disegnata, ma nello spesso tempo spaziale, con pannelli che si aprono e lasciano apparire scale che portano altrove, antri bui dove spariscono i cantanti, uno spazio scenico sghembo e sbilenco, che precipita verso la platea con gradinate che mettono a rischio la stabilità degli oggetti e creano un senso di vertigine e disagio, anche ai cantanti che assumono accidentate posture. Due danzatori, una donna e un uomo, entrambi in bianco e nero, lui in frac e lei con una calza bianca e una nera, come sculture – il rimando è a Oskar Schlemmer – presidiano per i tre atti la scena, osservando immobili, in pose acrobatiche e scomode, gli avvenimenti, in funzione di coro muto. Tutto è in procinto di crollare, come gli amanti di Lulu che provengono dal passato e coabitano il presente della scena con altri sempre nuovi .

Fotografia di Yasuko Kageyama

L’idea registica di William Kentridge si legge come una rivisitazione della matrice visiva espressionista in direzione di una manipolazione da graphic novel, a partire dalle citazioni dei ritratti di donne di Ernst Ludwig Kirchner, dalla tensione alla verticalità e alla deformazione, dai segni marcati, dal dinamismo che sottolinea l’irrequietezza dell’umanità che trascorre nel teatro-mondo di Lulu. Umberto Artioli scrive che la drammaturgia espressionista è costruita sull’ossessione della rinascita e della stabilità, «scandisce la dolorosa erranza dell’eroe alla ricerca dell’identità perduta » 1, eroe che vive in un mondo in cui niente ha un posto stabile e in cui ogni “traccia di divino è ammutolita”2. Nella Lulu di Berg questa ossessione /nostalgia di superare il caos è assente, così pure il desiderio di afferrarsi a delle radici (il passato) e trovare una identità. Lulu di Berg è il trascorrere delle identità, una creatura senza luce che vive in una notte che la inghiotte senza tragicità, non ha nulla di salvifico, dal momento che il suo mondo non prevede palingenesi, né ricongiungimento alla propria origine. E il suo inseguimento per dominare un uomo dietro l’altro ha come effetto la sua degradazione perché ogni tentativo di risalita porta a uno sprofondamento ancora più radicale. Ancora più distante da questa polarità tematica espressionista, lo spettacolo di William Kentridge che colorato, ironico evita di scivolare nella parodia affidando alla dimensione visuale e plastica l’umore dark, lo sconvolgimento delle passioni. La regia di Kentridge procede nell’opera di svuotamento dei contenuti profondi della visione del mondo espressionista tematizzata nei testi di Wedekind di cui restituisce la cultura visiva, reinventando il fumetto in funzione dello spazio scenico.

1 U. Artioli, Il ritmo e la voce: alle sorgenti del teatro della crudeltà (Brescia, Shakespeare & Co., 1984; Bari, Laterza, 2005, p 70

2 Ibidem

Lulu
opera in tre atti
libretto di Alban Berg tratto da Il vaso di Pandora e Lo spirito della terra di Frank Wedekind
Musica di Alban Berg
Direttore Alejo Perez
Regia di William Kentridge
Scene di Sabine Theunissen e William Kentridge
Orchestra del teatro dell’Opera di Roma
Nuovo allestimento in coproduzione con Metropolitan Opera di New York, English National Opera De Nationale Opera di Amsterdam

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Una Risposta a Lulu, una femme fatale nel teatro-mondo di William Kentridge

  1. Mario Gamba ha detto:

    propongo a Valentina un confronto (ovviamente non competitivo) con questo mio articolo su un altro allestimento recente di “Lulu”
    https://ilmanifesto.it/nel-tragico-serraglio-di-lulu/

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