Paolo Carradori

È singolare, quanto costante dato significativo, che per ogni uscita discografica della Giacinto Scelsi Collection – per Stradivarius con la collaborazione della Fondazione Isabella Scelsi - l’emozione, la riflessione sia in fondo sempre la stessa: questa è la migliore, la più bella. Non fa eccezione la settima uscita che raccoglie lavori per pianoforte e violino. E molte altre meraviglie ci aspettano ancora. L’ultimo volume di questa imperdibile collezione monografica arricchisce, amplifica un periodo dove l’interesse verso Giacinto Scelsi (1905-1988) è in sicura ascesa anche nel nostro paese (all’estero il riconoscimento delle sue composizioni è stato acquisito da tempo). Ed era ora, si potrebbe dire, che nebbie, pregiudizi e provincialismi si siano diradati, che il suo ruolo, ora riconosciuto centrale tra i compositori del Novecento, emergesse nella sua pienezza. Va anche riconosciuto però che l’avvicinamento al mondo scelsiano non è proprio semplice e lineare soprattutto se lo percorriamo con strumenti e logiche tradizionali. La marcata distanza dal mondo accademico ha posto Scelsi in una posizione del tutto atipica. La sua filosofia musicale, la fascinazione verso la meditazione esoterica, la centralità del suono come la costante messa in discussione del ruolo del compositore (Scelsi improvvisa e registra su nastro, lascia ad altri elaborazione e componimento su carta) vissute come bizzarre anomalie, ed oggi riconosciute, a quasi trenta anni dalla scomparsa, come geniale segnali anticipatori dei percorsi delle avanguardie. Un (auto)isolamento quello di Scelsi che salvaguarda i caratteri di una libertà creativa in un processo compositivo originale che prende le mosse dagli interessi giovanili verso la Scuola di Vienna per poi assumere connotazioni poliedriche, a volte contraddittorie attraverso revisioni, ricomposizioni, retrodatazioni, costringendo musicologi e ricercatori ad una suddivisione in periodi produttivi di non facile definizione.

Il volume sette si apre con “Suite n.6 – I capricci di Ty” per pianoforte (1939), che si sviluppa in quindici brevi movimenti (il numero XIV dura 0’47”, il numero XV 3’32” è il più lungo) caratterizzati da trame, pulsioni ritmiche, ostinati marcati, ripetuti. Anche aspetti danzanti che, per chi frequenta il jazz, sono riconoscibili nella frenesia percussiva di Cecil Taylor degli anni ‘70. Una musica astratta e vitalissima percorsa da strappi nervosi, spigoli acuti, ma anche aperta a improvvise oasi riflessive, silenzi sospesi. Anna D’Errico la percorre non solo con fresco talento ma anche sviluppando un’alta tensione improvvisativa che trasforma la suite in un puzzle componibile, definito, ma anche scomponibile, autonomo nelle proprie singole cellule creative.

Se c’è uno strumento al quale Scelsi dà una connotazione radicale e antiaccademica subito riconoscibile questi, oltre la voce, è sicuramente il violino. In “Divertimento n.1” per violino e pianoforte (1938) - in prima registrazione mondiale - caratterizzato da discontinuità stilistiche dovute a successive elaborazioni affidate in periodi diversi a collaboratori, ne è un esempio paradigmatico. Le corde di Marco Fusi graffiano con forza tutti i cinque movimenti, a volte seguendo le dinamiche della tastiera a volte allontanandosene violentemente in un turbinio di suoni distorti e sognanti. Ancora più radicale nel dittico per violino solo “L’Âme ailée / L’Âme ouverte” (1973) dove entra in gioco una fascinosa scissione del suono, sfasamenti e sovrapposizioni in una misteriosa trama timbrica costruita sulla scordatura delle corde e assenza di vibrato. Scordatura che ritroviamo anche in “Xnobys” per violino solo (1964) dove la lontananza dello strumento dal bel suono si fa incolmabile. L’uso di una sordina particolare, ideata dallo stesso Scelsi, un oggetto metallico da sfregare sulle corde, moltiplica gli armonici ed estremizza all’inverosimile il suono. Ci vuole tutto il virtuosismo e le capacità tecnico-espressive di Fusi per rendere quella che Scelsi definisce la sensazione di suono sferico e regalarci il momento più alto dell’intero lavoro.

Divertimento n.1” per violino e pianoforte (1938)

L’intervista ad Anna D’Errico

  • Il volume sette della Scelsi Collection conferma il fascino dell’approccio del compositore riguardo a suono e struttura. Frequentando spesso repertori contemporanei quale emozione provi e con quali problematiche interpretative ti devi confrontare di fronte alle partiture scelsiane?

Affrontando le partiture di Scelsi mi trovo di fronte a un'idea estremamente intensa, ma ambivalente, di opera: una traccia fissata su carta che è imprescindibile, ma che allo stesso tempo va trasformata, attraverso un percorso di interiorizzazione del suono, o meglio forse di “abitazione” del suono. Trovo che una resa "accurata" della partitura (nel senso più comune del termine, e cioè una corrispondenza costantemente verificabile tra segno scritto ed esito sonoro) non sia sufficiente. Nel mio lavoro su Scelsi ho dedicato molto tempo ad ascoltare, esplorare e modificare le possibilità timbriche e le risonanze, così ricche nel mio strumento, e ho poi cercato tempi, direzione, gesti da un'altra parte, lavorando sul farsi del suono, sull’energia e la direzionalità delle frasi. Altrimenti questa musica ne esce impoverita. Mi piace pensare che questo approccio possa valere molto più in generale che nel caso di Scelsi, che sia una grande lezione da tener presente di fronte a tutto il repertorio.

  • Suite n.6 “I capricci di Ty” con le sue quindici brevi cellule si caratterizza per un marcato senso ritmico in un uno scenario rigoroso ma anche astratto e sognante. Come hai affrontato questa opera?

A mio parere il centro focale di quest'opera è lo stato di trance creato dall'iterazione dei suoni ribattuti, una sorta di spina dorsale del suono, che diverrà cifra dell’ultimo Scelsi e che qui è già fortemente presente, forse più che in altri lavori coevi. Una sfida particolarmente difficile è stata dare continuità alle quindici sezioni che la compongono mantenendo la tensione lungo questo centro ossessivo verso il quale la musica viene magnetizzata, attorno a cui esplode, proiettata su tutta la gamma delle altezze e delle dinamiche, per poi tornare lì.

  • “Divertimento n.1” per violino e pianoforte si connota per una maggiore discontinuità stilistica. Il primo tempo Improvvisazione rimanda alla libertà degli esecutori. Come la si gestisce pur rimanendo dentro il contesto estetico del brano?

La disomogeneità del Divertimento n. 1, prodotto di un assemblaggio di movimenti nati in circostanze diverse, ne ha senza dubbio reso problematica l’interpretazione. Il primo movimento va collocato attorno al 1940, la cadenza per violino si proietta negli anni ’50, il pezzo si articola tra questi due estremi. Ci è sembrata interessante l'idea che quest’opera rappresenti un vettore che collega la musica di Scelsi attraverso oltre un decennio di evoluzione. Nelle nostre scelte interpretative abbiamo deciso di conciliare le pluralità stilistiche privilegiando un approccio vicino allo Scelsi più maturo, mettendo in rilievo tutto ciò che nella scrittura puntasse a una matrice improvvisativa, gestuale e a una ricerca timbrica, esaltando anche nelle parti di concezione più tardo-romantica tutto ciò che già fa presagire quello che la musica di Scelsi sarebbe diventata nel tempo.

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