Falsi
In definitiva, quasi tutti ci preoccupiamo di ciò che gli altri – amici, colleghi, perfetti sconosciuti – pensano di noi. Ci prendiamo cura della nostra identità e la trasmettiamo al mondo. Per alcune/i può trattarsi di un appariscente giubbotto da motociclisti, un rossetto audace o una felpa della squadra preferita. Per altre/i potrebbe essere una falsa Baguette Fendi. Quando una borsa vera e il suo doppio made in China raggiungono gli stessi fini sociali, la linea di demarcazione tra il potere e l'apparenza del potere comincia a essere più sfocata. Mentre alcuni vedono le imitazioni come volgari e inappropriate, chi le compra può trovare un senso di verità nella franca esibizione della copia. Oltre il fumo e il luccichio del branding, delle pubblicità patinate e delle parole mielose degli addetti alla vendita, avere una prospettiva non falsata del modo in cui le borse vengono realizzate, concretamente messe insieme, fa sì che per alcuni consumatori acquistare un oggetto falso dia un senso di maggiore realtà.

Gary Chapman, Why Do People Buy Pricey Fakes?, Racked, 1 giugno 2017

Fitness
Un percorso di ginnastica ritmica intorno al Metropolitan Museum, allenamenti in pausa pranzo alla Biennale di Berlino, yoga tra le statue del Brooklyn Museum o nelle sale del Victoria and Albert Museum a Londra: nel corso dell'anno passato la fitness si è insinuata in modo sempre più evidente nei musei, spazi che per secoli sono stati templi di quiete. Non contenti di guardare dipinti e sculture di corpi perfetti, i visitatori sembrano sempre più intenzionati ad andare nelle istituzioni d'arte per imitarli. (…) Che l'esercizio fisico
diventi un'opera d'arte sembra un passaggio naturale, dato che il corpo è stato un soggetto dell'arte da quando abbiamo messo le prime impronte sulle pareti delle grotte. Ma che le istituzioni museali usino la ginnastica come forma di terapia per affrontare la nostra nevrotica incapacità di concentrarci – per aiutarci a essere consapevoli, secondo lo stereotipo dominante – dovrebbe preoccuparci. Nella tensione alla fisicità non dovremmo distogliere gli occhi dalle pareti.

Daniel Kunitz, Why the Rise of Workout Classes in Museums Should Worry Art Lovers, Artsy, 1 giugno 2017

Robot
Secoli di storia vanno a sostegno della tesi secondo cui la tecnologia non aumenta in modo permanente la disoccupazione. Quello che l'aumento esponenziale dei robot lascia supporre è niente di meno che una rivoluzione industriale, un evento che può capitare una (o due) volte nella storia e che altera per sempre la forma dell'economia. Per definizione, eventi storicamente senza precedenti non si prevedono facilmente sulla base di quanto è accaduto in passato. Al contrario, bisogna prestare molta attenzione alle statistiche più aggiornate. Attualmente ritengo che l'automazione non sia una preoccupazione centrale per il mercato del lavoro del 2017. Ma sarà la prossima recessione a dirci di più.

Derek Thompson, So, Where Are All Those Robots?, The Atlantic, 31 maggio 2017

 

Il Semaforo di Alfabeta è a cura di Maria Teresa Carbone

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