Cecilia Guida

Sophie-Calle-PortraitSi fatica a definire Artisti di carta di Roberto Pinto semplicemente come saggio poiché il libro si colloca nelle gradazioni cromatiche dei “territori di confine” tra arte e letteratura. Non si parla qui di universi paralleli ma di sconfinamenti tra l'ambito testuale e quello visivo giungendo a un punto di contatto estremo tra due discipline, tra realtà e invenzione, tra rappresentazioni visuali e verbali. L'argomento del libro non sono i pittori che scrivono o gli scrittori che dipingono ma sono gli artisti e le opere d'arte “inventati” dagli scrittori contemporanei. Pinto nota come negli ultimi anni siano molti i romanzi in cui l’arte non è semplicemente citata ma è affermata rivestendo un ruolo principale nella trama. Come scrive l'autore nell'introduzione: “Molti scrittori, infatti, hanno fatto ricorso alle opere d'arte come espressioni culturali particolarmente idonee a mettere in luce la complessità e la problematicità della società attuale. La commistione tra l'opera e il proprio vissuto, il problema dell'autorialità e dell'identità, l'attenzione ai conflitti e alle dinamiche culturali e politiche sollevati da alcune opere d'arte e dalla loro esposizione – assieme alla dipendenza dalle dinamiche del mercato così come i fenomeni dell'ipertrofìa e del gigantismo diffusi nell'arte degli ultimi anni – incarnano, agli occhi degli scrittori, metafore perfette del nostro mondo.”

A muovere Pinto è l'interesse di analizzare cosa si conosce dell'arte contemporanea nella realtà, come circola, quali tracce lascia nell'immaginario collettivo, indipendentemente da ciò che dicono gli addetti al settore. Nel tentativo di allargare il punto di vista sull'arte, non lo incuriosisce l'opinione delle persone comuni ma lo sguardo degli scrittori, che sono intellettuali abituati a osservare con attenzione, a descrivere, a riflettere sui linguaggi della contemporaneità, tra i quali l'arte rappresenta uno strumento utile per dare forma alle loro idee. Da filologo dell'arte, Pinto preferisce gli scrittori agli storici perché lo aiutano a vedere le cose del mondo e, nello specifico, la sfera dell'arte in una maniera diversa e inedita. È per questo motivo che li prende sul serio ed esamina i lavori narrati nei loro romanzi servendosi della sua lunga esperienza di curatore, nonché delle teorie e degli strumenti metodologici propri della critica d'arte. Se diciamo che è arte quella concettuale che riflette sull'uso del linguaggio e della parola scritta (come per esempio i lavori di Joseph Kosuth realizzati nel corso degli anni '60 o quelli di Sol LeWitt o di Lawrence Weiner), si può dire che le opere di invenzione letteraria sono arte?

I lettori ideali del libro non sono le persone comuni (neppure in questo caso) ma gli addetti al settore, il pubblico colto dell'arte contemporanea. Pinto ha voluto fare due omaggi: uno, di natura critica e culturale, rivolto agli studi sull'ékphrasis tradizionale e sul “terzo spazio” comune tra la letteratura e l'arte di Michele Cometa, da cui l'indagine di Artisti di carta trae ispirazione seppure partendo dalla prospettiva opposta, concentrata sull'arte e sulla sua storia e non sulla teoria letteraria. L'altro omaggio è di tipo artistico ed è rivolto a Marcel Duchamp, la cui radicale fusione tra vita e arte esercita una forte fascinazione sull'autore e sugli intrecci delle storie raccontate dagli scrittori d'avanguardia presenti nel saggio, da Jusep Torres Campalans (1958) di Max Aub al più noto La vita istruzioni per l'uso (1979) di Georges Perec fino alle “istruzioni” contenute in 2666 (2004) di Roberto Bolaño, mancando tuttavia, con una certa sorpresa (o forse perché inserirlo sarebbe risultato ovvio?), un riferimento a Victor (1977), l'ultimo romanzo autobiografico di Henri-Pierre Roché, dedicato all'amico Duchamp e rimasto incompiuto a causa della morte dello scrittore.

Nei romanzi le intersezioni tra le due discipline offrono in molte occasioni sguardi inediti della creatività artistica e facilitano passaggi di ruolo in entrambe le direzioni, come negli esercizi quotidiani descritti in Body Art (2001) di Don DeLillo, negli espedienti letterari dei lavori di Sophie Calle, nei discorsi e nelle azioni dei personaggi di Siri Hustvedt, nei romanzi ready-made di Enrique Vila-Matas, negli ambienti e negli oggetti de Il Museo dell' Innocenza (2008) di Orhan Pamuk, nelle situazioni paradossali, eppure realistiche, di Tiziano Scarpa, nelle idee (spesso provocatorie, un po' romantiche e legate a cliché) sulla bellezza e sul potere dell'arte contenute ne La carta e il territorio (2010) di Michel Houellebecq.

Underworld (1997) e Body Art sono, tra i romanzi di DeLillo, quelli da cui emerge di più la profonda conoscenza delle trasformazioni dell'arte contemporanea e la sensibilità spiccata dello scrittore statunitense nei confronti delle svariate possibilità espressive messe in campo dagli artisti negli ultimi anni, sia nel caso delle sculture “espanse” di Klara Sax (protagonista di Underworld), sia nelle performance perturbanti di Lauren Hartke (personaggio principale di Body Art). “In quasi tutte le storie narrate, tra i personaggi di primo piano c'è sempre qualcuno che indossa i panni dell'artista e non appena ci si immerge nella lettura affiora con chiarezza la capacità di immedesimazione dello scrittore, che con raffinata abilità descrive opere e processi creativi”.

Se Pinto riconosce nella maestria di linguaggio di DeLillo il talento del grande artista e nei suoi romanzi il motore di partenza del libro, attribuisce invece all'artista Sophie Calle la costruzione dei cosiddetti “territori di confine” dove convivono felicemente fotografia e narrazione, realtà e finzione, dettagli privati ed espedienti letterari. “Je suis une artiste narrative” dice di sé Calle, della quale è nota la vicinanza agli scrittori, in primis Paul Auster e Vila-Matas che trovano in lei una musa (nel Leviatano e in Perché lei non lo ha chiesto, rispettivamente), e con i quali l'artista si confronta per avanzare nei suoi lavori (come per esempio in Doubles-Jeux, 1998), arrivando a creare giochi di espropriazione di ruoli e intrecci talmente fitti che non risultano sempre chiari i limiti del contributo degli uni e dell'altra. “Tu scrivi una storia e io la vivo” scrive Vila-Matas nel suo racconto spiegando di aver scritto la storia appena narrata perché Sophie Calle glielo aveva chiesto: “Lei avrebbe obbedito all'autore in tutto e per tutto...” (Vila-Matas, 2007)

Siri Hustvedt, dal canto suo, è una delle scrittrici che meglio ha raccontato il mondo artistico contemporaneo. Nei suoi romanzi c'è una partecipazione speculare all'arte che deriva dall'assidua frequentazione di mostre di cui si serve come fonte per alimentare le sue storie. Ne Il mondo sfolgorante (2014) porta in scena i pregiudizi misogini del mondo dell'arte attraverso un'operazione ironica e cinica al tempo stesso, in cui combina sapientemente l'inganno con il gioco, il femminile con il femminista, l'arte con il dolore. La protagonista, Harriet Burden, sembra avere molti tratti in comune con la scrittrice, e l'indifferenza con cui vengono visti i suoi lavori pare attingere all'esperienza diretta e alle difficoltà affrontate da Hustvedt per conquistarsi una credibilità: “Si potrebbe affermare che l'empatia che emana da Harry e dalle sue opere, a volte anche contorte e difficili, forse scaturisce dalla straordinaria capacità della scrittrice di costruire figure femminili così complesse e interessanti che, quasi fosse una naturale conseguenza, ci mostrano anche la profondità degli aspetti artistici dei lavori che le appartengono”.

Il Museo dell'Innocenza è la tappa finale in cui le arti visive e la letteratura rompono completamente le barriere e si specchiano l'una nell'altra in modo chiaro. È interessante notare come uno scrittore dallo sguardo scettico verso l'arte contemporanea, qual è Orhan Pamuk, abbia concepito un progetto espositivo e letterario così fortemente partecipato, consistente nell'idea di esporre in un museo gli oggetti “reali” di una storia d'amore immaginaria e scrivere un romanzo basato su quegli oggetti. Secondo Pinto l'intera operazione, costruita in più momenti, de Il Museo dell'Innocenza è “un'opera d'arte” che potrebbe sembrare una rielaborazione delle pratiche dell'Institutional Critique, attraverso le quali negli anni '60 e '70 gli artisti mettevano in discussione la funzione e le narrazioni dei musei.

Artisti di carta è un approfondito studio sulla percezione e sull'universalità dell'arte anche attraverso la mediazione del testo. Il romanzo può essere considerato una variazione artistica? Le opere di carta possono essere esaminate come fossero reali? La serietà e la precisione dimostrate dall'autore nell'analisi dei suoi oggetti di studio portano il lettore a pensare che queste siano le domande centrali del libro. Nel rispondervi, Pinto non nasconde la sua profonda passione, gioia e curiosità per l'arte, né formula giudizi di valore: le opere di carta sono belle, brutte, efficaci, disturbanti come quelle vere esposte nei musei, nelle gallerie e nelle biennali in giro per il mondo. I frammenti di recensioni e di saggi critici sui lavori narrati, le parti di interviste e i colloqui tra gli artisti inventati e i loro amici, familiari e collaboratori riportati e analizzati da Pinto fanno sì che la sua ricerca costituisca un'interessante operazione critica sulla validità del quesito “cosa è arte”, in ogni caso, forma e contesto espressivo.

Si immagina l'autore divertirsi (oltre che affaticarsi) mentre esaminava e scriveva delle opere di carta, così come il lettore (quello dell'arte) appassionarsi alle vite degli artisti di carta mentre legge e prova, pagina dopo pagina, romanzo dopo romanzo, a dare una forma ai loro corpi, una consistenza alle loro installazioni, un movimento alle loro azioni, una dimensione agli spazi in cui operano o espongono. Lette le duecento pagine di cui si compone il saggio, si ha la sensazione di aver letto nel frattempo le trame di almeno 30 romanzi, di sapere di opere imperdibili efondamentali nella produzione artistica degli ultimi decenni, di conoscere le biografie di artisti interessantissimi e sconosciuti (forse) alla maggior parte dei curatori, critici e professori d'arte. Si tratta di una piacevole e divertita sorpresa che raramente i testi di critica d'arte sono in grado di generare nei lettori.

Roberto Pinto
Artisti di carta
Postmedia

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3 Risposte a Territori di confine, il romanzo come variazione dell’opera d’arte

  1. Giuseppe ha detto:

    Confermo tutto
    da leggere come un viaggio di scoperta degli autori e del tema arte contemporanea

  2. Luisa ha detto:

    e io ho avuto il dubbio di essermi persa qualcosa di fondamentale, leggendo questa recensione, di non conoscere romanzi e artisti “interessantissimi e sconosciuti”. Davvero, viene una gran voglia di leggere il libro

  3. Luca ha detto:

    Dopo una presentazione così non si può che correre a comprare il libro! L’arte concettuale è quella cosa che quando la vedi in un museo non ha senso mettersi a disegnare sul tuo taccuino; questo tipo di arte vive meglio, per sua natura (come la scrittura, di cui è concettualmente figlia) sulla carta.

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