Vincenzo Bagnoli, Luca Rizzatello
a cura di Marco Giovenale

PublishingNon troppo tempo fa è comparso un articolo di Antonio Tombolini, Il circolo vizioso dell'editoria libraria, che sembra voler riassumere in maniera decisa e preoccupante la situazione di distribuzione, editoria e librerie del nostro Paese. Esponendo in estrema sintesi gli argomenti: Tombolini scrive che non è la sovrapproduzione di libri ad “alimentare il vortice delle rese, è invece il meccanismo delle rese ad alimentare la proliferazione dei nuovi titoli” in un mercato drammaticamente incapace di assorbirli (mancano i famigerati lettori forti). Della situazione, inoltre, non ha colpa il digitale, afferma Tombolini (“se aumento l’offerta digitale non faccio del male a nessuno: non distruggo carta, non inquino, non butto via soldi inutilmente eccetera”), e “non c’entrano niente neanche ‘l’industrializzazione’ né ‘le grandi concentrazioni editoriali’. C’entrano invece, e molto, gli usi consolidati della filiera tradizionale del libro”, che gli “operatori dominanti” difendono a spada tratta, difendendo così un sistema distributivo che spinge gli editori a un progressivo indebitamento.

Sul tema è stato scritto molto ma è interessante forse aggiungere qualche nota a piè di pagina partendo proprio da quel post: si confrontano qui sul tema, dunque, due editor(i) e autori a diverso titolo coinvolti in più imprese e iniziative. In calce al dialogo è possibile trovare le loro note biobibliografiche.

M.G.

Vincenzo Bagnoli:

L'articolo da cui si parte è molto interessante: contiene alcune inesattezze e approssimazioni, ma la sostanza del ragionamento sui distributori è giusta. La cosa drammatica è che in realtà spesso è lo stesso distributore a chiedere direttamente titoli nuovi in cambio di rese, invece di ridurre il compenso. E questo perché lui guadagna spostando copie dal magazzino alla libreria e viceversa, e quindi guadagna di più se fa ruotare molti titoli. È anche per questo che la vita in libreria di un titolo si è abbreviata, da sei mesi fino a sei settimane.
Poi tutto questo ha fatto gioco agli editori per un po’, finché c’era il rimborso per la carta, soprattutto. Venuto meno il rimborso, “magicamente” si è diffuso per esempio il print on demand mediante stampa digitale, per cui adesso anche editori medio-grandi fanno moltissime tirature di 180-500 copie, mirate alle librerie con prenotazione e prodotte secondo il criterio della «filiera corta», che permette inoltre di risparmiare sul costo del lavoro (con il che adesso la redazione deve lavorare il libro solo quando c’è già la prenotazione, e quindi fare in modo che fra editing, correzione, stampa, legatura e spedizione si passi dal dattiloscritto al libro finito in un mese e mezzo-due mesi, con ovvie conseguenze negative per la qualità).
Ed è comunque un vizio degli editori guidati da certe logiche di marketing pensare che saturando il mercato di titoli si batte il concorrente: questo spiega perché lo stesso editore produca due o tre (o dieci, o cento) titoli simili fra loro, in competizione fra loro: difetto, questo, che il libro elettronico non ha affatto lenito, anzi ha esasperato! L’editore si dice: non mi costa nulla di stampa, non mi fa magazzino, mi permette di massimizzare il metodo della «filiera corta» (e non mi devo nemmeno preoccupare delle prenotazioni), quindi saturo il mercato con titoli a pioggia.

Che si tratti di un meccanismo inflazionario perverso lo si può notare se si guarda la serie storica dei dati Istat sui titoli pubblicati in un anno: tra gli anni Venti e gli Ottanta si oscilla, a seconda di precise contingenze sociali e storiche, fra le 8 e le 12.000 novità annue, poi, improvvisamente, dopo il 1980 si balza dalle 13.000 fino alle 66.000 del 2000. E tutto questo in un periodo di continuo calo della lettura e del numero di lettori...

Marco Giovenale:

La situazione è sempre più insostenibile, si direbbe. Vero è che ormai in pratica l’unica cosa che ha senso per i piccoli editori è uscire dalla distribuzione generalista, penso...

Vincenzo Bagnoli:

Sì, assolutamente sì: vendere su internet, o per catalogo comunque. Curando molto la qualità del catalogo, appunto, con una scelta attenta. E secondo me accanto a questo ha senso – laddove esista un editore “vero” – una sorta di fundraising, se questo si configura come la vecchia lista di “sottoscrizione" che si faceva nella libreria editrice: si annunciava un titolo, chi ne voleva una copia la prenotava pagando, e se si raggiungeva il numero di quote necessario si stampava, altrimenti il librario-editore restituiva i soldi. Non ha senso ovviamente il fundraising fatto come colletta fra i parenti per poi stampare con un editore a pagamento che dice sì a chiunque porta soldi, né il sistema può bastare se si limita a premiare il titolo con più visibilità o popolarità: ma se si riesce a ripristinare una figura di editore come colui che si preoccupa di cercare e promuovere libri di valore, guadagnando la fiducia dei lettori (in luogo dell’editore-smerciatore) forse può funzionare. Penso soprattutto ai piccoli editori: qualcuno che – come il vecchio libraio – abbia un contatto col suo pubblico e riesca a stabilire un vincolo fiduciario. Non certo qualcuno che si affida ai direttori del marketing (che possono venire da qualsiasi settore che non c’entra niente con la lettura...). L’essenziale per fare buona editoria , oggi come poi in fondo sempre, è curare la qualità del catalogo che si vuole proporre a librai e lettori.

Luca Rizzatello:

Intervengo a partire da alcuni spunti presenti nell’articolo di Antonio Tombolini e nelle vostre risposte, rilanciando con delle proposte operative. Premessa, decisamente tranchant: per un piccolo editore la distribuzione tradizionale (quella a cui si fa riferimento nell’articolo, per intenderci) non è un’ipotesi praticabile, pertanto direi di non curarcene troppo, e di pensare a quello che si può e si potrebbe realmente fare, sviluppando dei modelli come se la distribuzione tradizionale non esistesse.

In merito ai costi di produzione, credo vada fatta una prima distinzione tra la stampa offset – quella per cui “stampare almeno mille copie, ché farne di meno tanto costa uguale” – e la stampa digitale, che consente di realizzare tirature più basse, mantenendo un costo proporzionato al numero di copie stampate. Qui evidentemente si pone un problema non secondario: la qualità della stampa. Per esperienza personale, e per il tipo di pubblicazioni che realizza la mia casa editrice (che non prevede illustrazioni) posso dire che la stampa digitale, se realizzata su materiali di qualità, consente di ottenere dei buonissimi risultati. Se mi occupassi di illustrati o di cataloghi fotografici, quasi certamente sarei sbilanciato sul versante offset; ma, riferendoci alla stragrande maggioranza delle pubblicazioni, penso che l’ipotesi stampa digitale, ponderando limiti (riconducibili alla resa tipografica) e pregi (riconducibili ai costi più vantaggiosi e alla maggiore versatilità delle tirature e dei tempi di stampa), dovrebbe essere presa seriamente in considerazione. Perché questa pratica sia virtuosa, ancora una volta, sono determinanti le scelte e il lavoro concertato tra editore, grafico e tipografo, che realizzeranno degli oggetti-libro a partire da uno studio dei materiali e della resa di stampa.

A questo punto, cercherei di uscire dallo schema per il quale l’editore “vero” è quello che pubblica i libri di carta. Dico meglio, per evitare fraintendimenti: condivido quasi totalmente l’analisi di Antonio Tombolini, e, proprio per questa ragione, credo sia opportuno uscire da modelli in qualche misura inattuali, ovvero non più praticabili, nel modo in cui ci è stato spiegato dovrebbero venire praticati.

Quindi, produrrò alcune proposte (perfettibili, e che mi piacerebbe venissero messe a fuoco anche a partire da questo confronto), ribadendo che intendo associarle alla dimensione del piccolo editore.

1. Non credo sia più possibile intendere la casa editrice come la realtà produttiva che realizza e commercia soltanto libri di carta; come ho scritto in altra occasione (qui), non considero l’ePub l’alternativa al libro di carta, tantomeno la sua evoluzione, essendo entrambi supporti con caratteristiche tipografiche. Quindi va benissimo la loro complementarietà, mentre è fumo negli occhi spostare l’attenzione su cartaceo vs ePub (come lucidamente rilevato da Antonio Tombolini). Altro è, a mio parere, l’uso di supporti multimediali da associare all’oggetto-libro tipografico, che intendono il libro in un senso più ampio, tanto in termini di immaginario quanto in termini commerciali. Nello specifico, e per esempio, mi riferisco a un uso professionale (che introduca quindi nella filiera produttiva dei professionisti, p.e. videomakers o musicisti) di dispositivi come il booktrailer e le gif animate, da utilizzare prima dell’uscita del libro, e di sonorizzazioni/videoallestimenti, in sede di presentazione del libro. Ma ho il sospetto che questa proposta possa sembrare vagamente algida, o con un retrogusto genericamente sperimentale. Perciò, sento di precisare che lo scopo di tale proposta risiede nella convinzione che prima di tutto sia fondamentale utilizzare questi strumenti per comunicare il libro alle lettrici e ai lettori, distinguendo la complessità del libro, che è legittima e in molti casi auspicabile, dalla complessità/complicazione delle modalità di presentazione e di reperimento del libro, che andrebbe in ogni caso evitata.

2. Fare a meno della distribuzione tradizionale implica un ripensare, o meglio pensare, una piattaforma di altro tipo, con altre caratteristiche. Personalmente credo che i libri debbano stare negli scaffali delle librerie, e che per fare questo occorra ricostituire un rapporto di fiducia con i librai. Non con i librai tout court: ci sono librai che fanno bene il loro lavoro e librai che lo fanno male, come ci sono editori, o calzolai, che lo fanno bene o male. Costruire quindi un network di librerie, a partire da un rapporto di fiducia e da una prospettiva condivisa, che consenta certamente di mettere i libri a scaffale (e sarà compito dell’editore meritarsi lo scaffale, o la vetrina), ma anche di realizzare delle presentazioni in maniera continuativa, comunicando con le lettrici e con i lettori; in altri termini: uscire dalla dimensione settaria o cimiteriale che, molto spesso e non a torto, ammanta la presentazione del libro di poesia, che la rende respingente. E non è limitandosi a scrivere le poesie che arrivano alle persone che si risolve il problema, o quantomeno non a questo livello di ragionamento; il problema si comincia a risolvere, io credo, nel momento in cui si decide di voler aprire sul serio un dialogo con chi si sente respinto dallo scaffale della poesia, prendendo sul serio le critiche, e cercando di comprendere le ragioni per cui si è arrivati a questa percezione. Per onestà, devo ammettere che io non riesco a ragionare nei termini di poesia, e mi è più facile farlo nei termini di libri di poesia.

3. La soluzione proposta da Vincenzo in merito al fundraising, nei modi in cui lui la propone, ha radici profonde, e si appoggia a un metodo espresso con serietà. Per questo, mi permetto di fare l’avvocato del diavolo, sollevando alcune criticità, in parte espresse già dallo stesso Vincenzo. Il mio sospetto è che il fundraising, tra le altre cose, potrebbe portare a una diminuzione della produzione di opere prime. Tecnicamente, il numero di opere prime pubblicate potrebbe restare immutato, ma cambierebbe il modo di intendere il percorso che porta dalla ricezione di un manoscritto alla pubblicazione di un libro. Se il ruolo dell’editore, come io credo, è anche quello di autore (intendendo qui la costruzione di un catalogo come di un progetto che ha valore tanto proiettivo quanto retroattivo, in cui ogni libro giustifica quello precedente e prevede quello successivo), lasciare che siano le lettrici/i lettori-sponsor – dotati non dell’intero manoscritto in lettura, ma di una selezione di testi estratti e di una sinossi – a decidere se tale libro dovrà o non dovrà essere pubblicato, potrebbe portare a una discontinuità dei titoli in catalogo, rendendo certamente praticabile la sostenibilità del progetto, ma erodendo il senso del fare editoria come impresa. Non secondariamente, credo sia difficile sfondare il muro del pubblico della poesia ­– nel probabilmente fondato luogo comune per cui sia maggiore il numero di coloro che scrivono le poesie piuttosto che di coloro che le leggono –, se ci si riferisce giocoforza a loro per finanziare o per non finanziare una pubblicazione. Dal mio punto di vista, il progetto legato alla produzione di ogni singolo libro impone alla casa editrice delle valutazioni che riguardano, non accessoriamente, la scelta dei materiali con il quale esso sarà prodotto, oltre che una stratificazione multimediale, che vanno oltre il semplice di cosa parla un libro o di come il libro è scritto. Riguardano l’azzardo, e la possibilità di poter stupire le lettrici e i lettori, di dare loro quello che non si aspetterebbero, di portarli dove non avrebbero previsto di andare, perché è un loro diritto.

altri riferimenti:

Annamaria Testa, Che succede ai libri se svaniscono i lettori

Andrea Coccia, Editoria, siamo sommersi di libri che nessuno legge

Vincenzo Bagnoli (Bologna, 1967), già redattore di testate giornalistiche e della casa editrice il Mulino, autore di saggi sulla letteratura e sull’editoria italiana (Contemporanea, Esedra, 1997; Letterati e massa, Carocci, 2000; Lo spazio del testo, Pendragon, 2003), è stato tra i fondatori di «Versodove». Suoi versi sono apparsi su varie riviste nonché in blog, siti e webzines. Ha pubblicato le raccolte 33 giri stereo LP (Gallo & Calzati, 2004), FM - Onde corte (Bohumil, 2007),Deep Sky (d’if, 2008), e, con foto di V. Reggi,Offscapes. Beyond the Limits of Urban Landscapes (Trafika Europe, 2016). Ha realizzato i testi per l’album Bologna ‘67-77 della band Stratten e per il graphic novel di Elena Guidolin, Outlandos (GIUDA edizioni, 2016); ha inoltre collaborato ad alcuni documentari di Home Movies e Mammutfilm.

Luca Rizzatello (1983). Pubblicazioni: Ossidi se piove (Valentina Editrice, 2007); Grilli per l’attesa – Una riscrittura di Pinocchio (Valentina Editrice, 2008); mano morta con dita (Valentina Editrice, 2012, incisioni di Nicola Cavallaro); faria (Dot.com Press, 2016, con Giusi Montali). Dal 2004 al 2015 è stato coordinatore delPremio Letterario Anna Osti (Costa di Rovigo). Dal 2009 cura la rassegna Precipitati e composti, e nel 2012 fonda le Edizioni Prufrock spa . Dal 2012 al 2015 ha curato, sul sito poesia 2.0, la rubrica Tigre contro grammofono , e nel 2016, sul sito Librobreve, la rubrica Domatori di organi . Nel 2014 allestisce con Roberta Durante il progetto Wow !els a new fairy tales experience ; dello stesso anno è il progetto Numbers - tech house e discorsi celebri . Del 2016 è il progetto di musica elettronica Couplets, con Alessandra Greco. Ha pubblicato, per la NetLabel Ozky e-sound, gli EP Chantom limb (2013) e Opah (2016). Nel 2015, insieme alle case editrici Benway Series eDiaforia, ha fondatoUna modesta proposta , una tavola rotonda itinerante per l’editoria e il pensiero pratico. Gestisce il blog vivere senzapoesia .

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Una Risposta a Altre piattaforme. Dialogo su editoria, distribuzione, librerie

  1. claudio ha detto:

    il libro è una cosa, la lettura una pratica. Detta questa esimia banalità, mi trovo d’accordo quasi su tutto. ma la lettura è il mio chiodo fisso: http://claudiocanal.blogspot.it/2017/04/il-santone-del-libro-lettura-di-strada.html

    http://claudiocanal.blogspot.it/2015/09/una-modesta-proposta-riaprono-le-scuole.html

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