Francesca Magnini

Linga3Dopo otto anni di assenza dalla Capitale la formazione svizzera Linga, residente al Teatro l’Octogone Pully/Lausanne dal 1993, ha incantato gli spettatori del Teatro Vascello di Roma (17 e 18 maggio) e della Fonderia39 di Reggio Emilia, sede della Fondazione Nazionale della Danza Compagnia Aterballetto (20 maggio), con uno spettacolo fondato sull’esplorazione dello spazio condiviso e delle possibili interrelazioni geometriche al suo interno. A due anni di distanza dal debutto mondiale e per la prima volta in Italia, Tabula ha portato in scena quella che il genovese Marco Cantalupo – coreografo e direttore artistico della Compagnia insieme a Katarzyna Gdaniec – ha definito “una nuova alchimia”, il risultato di una ricerca sul movimento che associa “una forza viva, brutale, terrena, una quotidianità gestuale a dei corpi ‘educati’ da percorsi più accademici”.

Nel 1992 Katarzyna è prima ballerina del Béjart Ballet Lausanne, celebre compagnia fondata nel 1987 da Maurice Béjart, che già all’epoca accoglieva danzatori di qualsiasi nazionalità, interpreti di alto livello con una perfetta padronanza della danza accademica e con una grande capacità di adattamento alle correnti neoclassiche. Marco Cantalupo – formatosi alla scuola della Scala di Milano, poi all’Opera di Amburgo e quindi ballerino del medesimo Béjart Ballet Lausanne, dopo numerose presenze in formazioni di stampo prevalentemente classico – realizza con Katarzyna, sua compagna nella vita e nel lavoro, un desiderio di creatività indipendente fondando Linga, che in sanscrito significa “marchio” o “segno” e nella religione induista è un simbolo di fertilità. Un nome profetico insomma, considerando che la coppia a Losanna non solo ha segnato una delle realtà produttive indipendenti più dinamiche della Svizzera, ma ha anche coltivato un polo in cui ampio spazio è dedicato alla ricerca e alla pedagogia.

Senza dichiarare appartenenza a una precisa scuola di pensiero, a un metodo o a uno stile predefinito – anche se la danza cui assistiamo è densa d’influenze bauschiane ed echi della gestualità pura di Carlson – Linga presenta un modo di concepire la coreografia che è figlio di un momento storico in cui più linguaggi si fondono, nessuno escluso, e dialogano a livello interculturale. Nell’era del “corpo sottile” in cui sempre più spesso la fisicità è sottomessa all’esigenza di enfatizzare i postulati concettuali del processo creativo, anche tramite ossessivi sistemi mediatici, stupisce quasi il confronto diretto con danzatori che piantano ancora i piedi per terra con tutte le loro radici, attraversando la tradizione con intelligenza e sobrietà. La compagnia, infatti, si esprime oggi in una danza carnale, sensuale e potente che utilizza un vocabolario molto chiaro in cui la tecnica è solo un veicolo per evocare le situazioni politiche e sociali, interrogando le loro ripercussioni sui corpi.

LInga2In occasione del festeggiamento dei venticinque anni di attività (1992-2017) l’ensemble annuncia nuove missioni tese a nutrire il progetto artistico di creazione e di trasmissione dei saperi agli allievi, in un’ottica di trasformazione continua che rifiuta l’idea di esclusività dei generi e degli stili; un atteggiamento che per certi versi accoglie l’eredità di un Maestro come Béjart, rimasto sempre fedele a un’idea di spettacolo globale in cui l’universo musicale, lirico, teatrale e coreografico si incontrano e si fondono. Invitata nelle più importanti manifestazioni della scena internazionale Linga crea uno-due spettacoli l’anno ed è sostenuta dalla Città di Pully, la Città di Losanna, il Cantone di Vaud e Pro Helvetia – Fondazione svizzera per la cultura. Le collaborazioni esterne sono state svariate in questi anni, con Istituzioni come l’Opera di Lausanne, Dresda, Ankara, Samsun, il Teatro Nazionale di Mannheim, il Ballet National du Portugal, il Maggio Fiorentino; con l’Università di Losanna per il progetto di corpo interattivoRemapping the body, con il canale ARTE per un film con l’orchestra della WDR, con Pro Helvetia per un programma che ha portato alla creazione di un collettivo di “physical theatre” (un genere di rappresentazione che persegue la narrazione essenzialmente attraverso mezzi fisici, in bilico tra linguaggio del corpo e percorso del pensiero) ad Alessandria d’Egitto, con l’Università di Zurigo per il Bachelor in danza contemporanea.

Nel “quadro della visione” di Tabula è chiaro fin da subito che le regole del gioco sono scandite, per l’appunto, dalla presenza di due massicce tavole – scenografia tanto imponente quanto essenziale – che, mosse continuamente dagli otto danzatori in scena quasi fossero partner di un passo a due, a tre, a quattro e così via, perdono ogni connotazione legata all’uso quotidiano per esplorare pure dinamiche di flusso, peso, sospensione e immobilità. Gli equilibri precari messi in atto dall’interazione dei materiali di questa danza, vale a dire corpo e oggetti, evocano a tratti immagini caravaggesche che presto sfumano in dinamismi ad alta flessibilità d’interpretazione. I costumi sono semplici, legati al quotidiano e anche la scelta musicale è un mix ibrido tra il nuovo classico e la drone musicminimalista. La luce è disegno attivo, meditazione sui limiti e sulle possibilità della visione: dialoga e attiva ombre agendo come raccordo vitale tra sistemi di organizzazione dello spazio e organicità dell’azione. Le due tavole protagoniste non fanno in tempo a spianarsi, creando l’occasione per arrampicate, scalate e scivolate collettive su effimere figure geometriche, che subito si ricompongono in architetture solide che fisicamente chiudono, isolano, confinano. La luce diventa quasi prensile poiché segna dinamiche di profondità, modifica luoghi dati ricreando lo spazio, rigenerando forme e facendo incontrare i corpi. L’evocazione di territori d’azione ben definiti e le gabbie create dagli spostamenti dei due voluminosi oggetti richiamano da vicino l’idea di frontiera, in un tempo in cui lo “straniero” è sempre sull’uscio delle nostre città, delle nostre case, dei nostri spazi vitali e la relazione col “diverso” genera spesso meccanismi di tensione, sospetto, paura. Che la multiculturalità sia invece una risorsa per Linga è evidente dalla presenza di danzatori di nazionalità differenti, che confrontano la propria fisicità l’uno con l’altro, incontrandosi e scoprendosi in un dialogo autentico filtrato da segni e linguaggi personali in continuo mutamento.

La genuinità della danza di Linga, la linearità della drammaturgia, insieme all’uso sensibile delle tecniche più disparate suggerisce una riflessione sul senso dei “canoni” oggi, sulla possibilità di un loro attraversamento disinvolto e senza strappi tra passato e presente: un’opportunità per riscoprire dei corpi che non tacciono, né strillano il proprio senso, ma lo lasciano scorrere producendo il massimo della meraviglia. I continui scambi di peso e ruolo da parte dei danzatori – insieme alla verità degli affanni e alla sicurezza dei loro sguardi impegnati a prendere sempre una posizione radicata – sono fondamento di questo progetto coreografico firmato Katarzyna Gdaniec e Marco Cantalupo. Sul finale un crescendo di suono e intensità generale, seppur prevedibile, di cui corpo stesso (non più un corpo di ballo, ma un corpo sociale) si è dichiarato produttore consapevole. Ognuno di questi elementi ha contribuito a fare del palcoscenico un momento privilegiato di verità, uno spazio denso di tracce umane e bestiali in continua oscillazione, cui è valsa la pena di aderire.

https://vimeo.com/123326620

Compagnie Linga

Tabula

ideazione e coreografia di Katarzyna Gdaniec e Marco Cantalupo

Roma, Teatro Vascello, 17-18 maggio 2017

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