Roberto Silvestri

19-the-square-2.w710.h473.2xSemaine, Quinzaine e Camera d’or alla Francia. Ma il concorso principale lo ha vinto The square, dello svedese Ruben Ostlund. Un film ossimoro già nel titolo: l’antieroe è un conservatore che dirige un museo di arte contemporanea di cui si evidenzierà via via la nascosta grettezza.

Ma è una metafora “provocatoria” e perfida, come si è scritto, della crisi del “pensiero unico” al potere? Forse. Però.

Non è ipocrita criticare l’ipocrisia della borghesia colta, che predica bene e razzola male, visto che il mondo è retto da reticoli di interessi e ancora più impresentabili (cioè predicano e razzolano male) dei collezionisti di opere di Beuys, Basquiat e Schifano?

O, dopo l’exploit di Trump, è in fondo una nobile battaglia popolare la satira dell’arte contemporanea, degno specchio degli orrori della Casta dominante? È peggiore Franceschini o chi gli ha sciovinisticamente bocciato le nomine poco patrie?

La giuria di Cannes 70 guidata dall’ex enfant terrible Pedro Almodovar deve aver visto nel film, come diceva Ginsberg, un contributo artistico «a modificare le leggi che governano i cosiddetti paesi civili di oggi: leggi che hanno coperto la Terra di polizia segreta, campi di concentramento, oppressione, schiavitù, guerra, morte». Bene. E in questa direzione apprezziamo anche i premi a Sofia Coppola per la regia, il gran premio a Robin Campillo per 120 battiti al minuto, il premio alla sceneggiatura a Lynne Ramsay e quello per l’interpretazione maschile a Joaquim Phoenix per You were never really here, e il super premio del settantesimo a Nicole Kidman. Davvero una fuori classe.

Anche se, a proposito di beat generation, Jack Kerouac, per spiegare perché un branco di giovani babbei terrorizzati dalla bomba atomica disertavano, scrivevano come dei traditori zen e rinnegavano la tradizione occidentale, replicava: «È stato un fuorilegge il padre della nostra patria? Sì. È stato un fuorilegge Galileo per aver detto che il mondo è rotondo? Io dico che il mondo è rotondo! Non è square».

Il mondo a venire non è square. La linea di Cannes invece è troppo dritta. E temiamo porti dritto dritto verso un baratro, nonostante il crescente successo di pubblico e di critica anche di questa edizione (che non ha nascosto, però, gravi problemi logistici e artistici al di là dell’obbligatorio stato d’emergenza). Venezia è ancora quarta nella classifica generale dei megaraduni filmici, dopo Cannes, Sundance e Toronto. Ma ha buone chance di recupero nonostante o forse grazie all’esilità della nostra industria che non deve esibirsi e premiarsi a tutti i costi.

Il titolo del film che porta a casa una Palma d’oro del valore di 20 mila dollari, adornata da quasi 200 diamantini, è dunque emblematico di questa edizione 70 (in realtà 68) del festival. La più revisionista a memoria d’uomo. Non solo per alcune scelte o esclusioni di cartellone innaturali (Polanski no e Hazanavicius sì, Carpignano e Garrel no, Akin sì) ma per alcuni innesti estetici in stile ong preoccupanti. Diane Kruger, eroina tarantiniana è eccellente, ma il film che la trasforma in euro-kamikaze (In the fade) anche qui di produzione franco-tedesca è preoccupante per lo stato mentale del cinema sovvenzionato dall’Europa.

La Quinzaine sessantottina così ha risposto alla provocazione premiando Garrel padre e Denis.

Più che un’indicazione di tendenza verso un cinema povero e trascendentale alla Ingmar Bergman, comunque, questo The Square sembra infatti appoggiare una tendenza contaminativa del cinema europeo di coproduzione (Svezia, Danimarca, Framcia e Germania) capace di sedurre anche il mercato americano (quinto coproduttore). E questo sarebbe vitale se si sganciasse dall’ossessione dell’equilibrio politico-culturale medio possibilmente né di destra né di sinistra. Che un’opera abbia successo commerciale (o di giuria) non significa che sia davvero eccellente, bella o buona. Indica solo che vale come bella o come buona nella misura espressa dall’algoritmo vigente. Woody Allen e Steven Spielberg hanno ragione quando dichiarano che si può gareggiare tra film solo partendo da uno stesso soggetto. E Keynes, quando usa la metafora del concorso di bellezza (indovinare chi sarà ritenuta la miss più bella), sembra che parli di Cannes. I cui film vengono scelti, affidati a una certa giuria e premiati non perché sono i più belli o perché una opinione media ritenga che lo siano, ma perché bisognerà indovinare come l’opinione media immagina che sia fatta l’opinione media medesima. Così si scelgono i soggetti da produrre. Così si chiamano a raccolta i produttori di tutto il mondo. Così in questi giorni abbiamo visto le opere scritte, pensate, finanziate quattro cinque anni fa, affinché piacciano tra qualche tempo al più grande pubblico possibile educato al Festival du Film de Cannes e al suo Marché.

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