cannes2017_fotoschedaOggi da Cannes

  • Roberto Silvestri, Polanski, per favore mordetemi sul collo
  • Mariuccia Ciotta, You Were Never Really Here

Roberto Silvestri

Scriveva più o meno Borges (Le rovine circolari): “Non essere una donna: essere la proiezione del sogno di un’altra donna: che umiliazione incomparabile, che vertigine!”.

Il desiderio inconscio, i sogni, il doppio, il fantasma e le suggestioni notturne e mutanti in generale sono la specialità di Polanski. Uno specialista nella regia dell’azione. Dunque. Brividi forti e chiari di paura, sia grazie a Lynch che a Da una storia vera, perfido titolo spiazzante del nuovo, meraviglioso Polanski di Cannes 70. È più o meno come se Per favore mordetemi sul collo fosse ambientato alla fiera del libro di Parigi.

Solo loro due, Lynch e Polanski, sono ancora capaci di tagliarti in due con un improvviso primo piano d’amore (e in seconda battuta di morte). Non più un vampiro, un demonio, un inquilino che ti fissa dalla finestra accanto, un mostro che ruba l’acqua ai messicani, un Blair che massacra un popolo per sbaglio, però, questa volta. Ma addirittura il primissimo piano della donna più bella del mondo che entra a forza nella tua vita. A cominciare dal sogno. Gli occhi prensili di Eva Green, nel ruolo di una donna, L. o Elle, colta, sofisticata, impeccabilmente à la page e scrittrice sicura di sé, che incontra casualmente e poi si insinua nella vita quotidiana e diventa l’amica intima del cuore e imprescindibile di una romanziera di best seller, Delphine, che si trova nella brutta situazione, già descritta da Billy Wilder in Giorni perduti, di non riuscire più a scrivere O a scrivere meglio. Oltre ad avere modi nervosi e capelli biondi disordinati. E un amante un po’ distratto e volatile. E una figlia insopportabilmente pilota d’aereo, altro che insicurezze. La bruna L è proprio l’amica disponibile, generosa, simpatica, complice che si ha a 17 anni. Come il conigliaccio Harvey di Jimmy Stewart. Ma non è la sicurezza che attrae Delphine. L al contrario è importante per il suo lato dark (che poi è anche dentro Delphine: i sensi di colpa di aver utilizzato e strumentalizzato la vita vera degli altri per strappare, opportunisticamente, il successo): “qualcosa di nascosto, di appena percettibile, mi diceva che L. era una sopravvissuta, che aveva alle spalle un passato torbido e misterioso, che aveva messo in atto una straordinaria metamorfosi." Una sopravvissuta, come tutti gli scrittori o le persone o i cineasti pericolosi. L. pericolosa come Delphine. Una coppia più vicina di quanto non sia un rapporto lesbico dichiarato.

histoireConservatori della messa in scena sintatticamente più che corretta, Lynch e Polanski, questi rivoluzionari dell’immagine creano paesaggi interiori tematicamente perturbanti, simili alla messa in scena di un atto psicoanalitico, di un transfert nel quale però è arduo trovare il punto di vista dell’analista. È il regista? Lo spettatore? Il critico? Da cui l’imbarazzo di fronte ai suoi film più riusciti. Forse solo un po’ l’allieva inglese Ramsay sembra seguire (sulla Croisette) gli stessi sentieri deliranti, fantasmatici, futili, babbei (da beato: da “povero di spirito”) e schizofrenici della strana coppia. Un bel finale di festival.

È paradossale però che il nomadismo fatto persona e cinepresa del regista polacco di Rosemary’s Baby, L’inquilino del terzo piano e Chinatown sia stato fermato negli ultimi tempi, per colpa di leggi internazionali non consone a uno stato di diritto. Roman non può mettere piedi fuori dalla Francia o dalla Svizzera, vittima di una sorta di “sindrome Sofri-Negri” planetaria. La perfida vendetta contro chi ci aiuta con le immagini a capovolgere il mondo. E il suo indagare che inquieta. Da una storia vera è un romanzo del 2015 di Delphine de Vigan, scrittrice francese cinquantenne pubblicata in Italia da Mondadori, che aveva sfiorato il premio Goncourt nel 2011 con Niente si oppone alla notte, biografia romanzata della vita e del suicidio della madre. Proprio dal successo di quest’ultimo libro, e da una fiera del libro dove l’autrice lo presenta con successo, parte sia il nuovo libro (ancora una volta autobiografico) di de Vegan che il nuovo film di Roman Polanski, scritto con l’ex critico e collega francese Olivier Assayas, interpretato oltre che da una Eva Green perfetta sia come spettro cinematografico sia come proiezione fantasmatica di Delphine, che è la moglie di Polanski, Emmanuel Seigner. È proprio lei che ha voluto il film, colpita da un romanzo in cui realtà e finzione giocano a nascondino, e dunque perfettamente in linea (anche se non dritta, curva) con le ossessioni, i sogni, i fantasmi, insomma la poetica del grande cineasta polacco. Film scandalosamente tenuto fuori dal concorso di Cannes, solo per evitare le solite polemiche che intrigano i bigotti di tutto il mondo. Il romanzo è del 2015, proprio lo stesso anno del suicidio di Chantal Akerman, la regista belga che ha reinventato il tempo cinematografico, ha sempre costantemente raccontato i suoi rapporti con la madre sopravvissuta di Auschwitz, e ha sempre imbastito realtà e finzione senza preconcetti. Spesso c’è più vita vera nell’immaginazione. Mi piacerebbe che questo film le fosse stato dedicato da Polanski e Assayas. Anche perché Akerman come Polanski non usava ralenti per mettere in scena sogni. Non usa il flou per eliminare il fondo che nel sogno è opaco. Il sogno non è solo ciò che si vede ma ciò che si sa. E nulla è statico nei sogni. Tutto si muove e cambia. E si rischia l’incubo. E i colori non sono mai vividi…

You Were Never Really Here

Mariuccia Ciotta

You-Were-Never-Really-Here-1-620x418Nota a margine prima del palmarès sui voti ai film di Cannes che siamo chiamati ad assegnare. Se James Gunn non può andare d'accordo con Straub, figuriamoci Todd Haynes con Hong Sangsoo. Stelline molto disciplinate. Però il russo Zvyagintsev, Leone d'oro per Il ritorno, il regista arty che in Loveless indica in divorzio, cellulari, sesso e tapis-rulant la disgregazione morale della Russia, è trasversale.

A sorpresa, l'ultimo film in gara, You Were Never Really Here della scozzese Lynne Ramsay sale nelle classifiche internazionali (sempre dopo Zvyagintsev), un po' fischiata in sala per il montaggio alternato tra morti ammazzati con il martello e immagini carezzevoli alla Jane Campion.

Concerto per voce sola, Joaquin Phoenix, allucinato come in Vizio di forma di Paul Thomas Anderson, con cui, non a caso, condivide Jonny Greenwood, compositore e super chitarrista dei Radiohead.

Flash-back sincopati, elettrici, brandelli di vita passata di Joe, barbone bianco/nero, cappello da baseball, corpo tumefatto e striato di ferite, Afghanistan, probabilmente. Siamo negli States, tra Cincinnati e New York dietro una tredicenne bionda, figlia di un senatore, scomparsa. Giro di pedofili nei piani alti. Governatori, politici. E Joe, sofferente per vecchie ferite psichiche, anche familiari, si trascina nelle ville decoratissime dei sequestratori di bambine, e martella.

Al contrario di Kathryn Bigelow, la cineasta in tuta mimetica, Ramsay sprigiona una violenza interiore, un'adrenalina sinfonica contro i mostri intoccabili. Il sangue versato è come una lacrima. Il film gioca con lo sguardo di Joe e di Nina (Ekaterina Samsonov), digressioni e dettagli, la madre fragile e allegra, sogni, miraggi, prove di resistenza al male, ricordi di guerra e il pedinamento dentro l'oscurità.

Joe è uno venuto dall'aldilà, un deadman tornato a salvare le tante Nine, carne da macello. È un altro Luther Whitney che indaga nelle stanze del Potere assoluto. Ma la linea di confine tra ossessione mentale e presente sfuma, tu non sei mai stato veramente qui... Joe è distratto, la morte ha il silenziatore.

La regista di …. e ora parliamo di Kevin, presentato a Cannes nel 2011 sa coniugare sangue e tormento, come sdraiarsi affettuosamente accanto, vittima e assassino, e stringersi la mano, come spararsi in testa seduto a un diner e poi tornare vivo. La giornata è bella e Nina ha deciso di fare una passeggiata.

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