Elisabetta Marangon

06_BiancardiUna donna siede immobile su un palcoscenico che avvolge con un velo funebre la sua inattesa nudità; una luce artificiale ne scolpisce le pieghe del corpo che si posano, lievi, sul pavimento disadorno. La figura solitaria, ritratta di spalle, sembra dirigere il suo sguardo oltre quell’apparente deserto emozionale, invitando lo spettatore ad addentrarsi nei territori inesplorati della sua memoria. Il tessuto nero che ne circonda e ne delimita l’effigie si allarga fino a oscurare l’intero campo visivo, per poi dissolversi in linee geometriche che si ricongiungono. Con questa sospensione, visiva e fenomenologica, si apre il libro fotografico di Monica Biancardi che reca in sé, sin dal titolo, il senso poetico dell’intera opera – RiMembra (lo stesso della mostra napoletana che, alla Biblioteca museo Nitsch della Fondazione Morra, riporta oltre con le fotografie i rispettivi materiali preparatori).

Questo rimembrare trasfigura le membra umane, destinate a impallidire per la loro scadenza naturale, in un evanescente ologramma di loro stesse. La loro trasfigurazione è ambivalente, tesa senza posa tra la presenza e l’assenza, l’oggettività e la soggettività, la materialità e l’astrazione dei respiri raggelati in forme scultoree. Come quelli che tenta di preservare Michelangelo Buonarroti nel sonetto scodato riportato all’inizio del libro, che prefigura al lettore il suo destino mortale prima di scomporlo e ricomporlo nelle forme di un’opera d’arte, collocandolo in un altrove spaziale e temporale, in una dialettica che al «gusto intero e sano» oppone il «tempo ingiurioso, aspro e villano»; e che alla rottura, allo storcere e al dismembrare dal tempo operato oppone l’ assembrare, da parte dell’artista, delle «vive membra» del suo soggetto. Il «rimembrare» è l’atto finale di questo processo di spoliazione e vestizione non solo fisica, ma anche mnemonica e identitaria, tramite il quale ci si immerge nel vivo dell’opera di Biancardi, composta da cinquantacinque fotografie a colori che nel volume si intrecciano coi versi di Gabriele Frasca, attraverso un’ininterrotta tensione scritturale tra le due forme artistiche.

03_BiancardiDalla monumentalità dei versi michelangioleschi si passa ai toni più intimi di Frasca (il quale pronuncia in un filo di voce «esausta», il componimento, nel video di Biancardi – con la musica di Stefano Perna – proiettato alla Biblioteca museo Nitsch), che pare rivolgersi direttamente a colui che guarda, da un lato, conducendolo nelle pieghe sottili del suo sentire, e dall’altro all’autrice delle immagini – quasi fosse la voce stessa dell’opera che si rivela nel parlato. A ogni apertura di pagina i versi si accordano al dittico composto da due immagini, rimarcando l’alterità del nuovo punto di vista adottato rispetto a quello iniziale. Non più mera figura isolata in uno spazio neutro, la donna ritratta di spalle in copertina si presenta in posa frontale, nella prima pagina, mentre si copre il volto con le mani: gesto che suggerisce un’eco percettiva con l’immagine seguente, quasi questa fosse una proiezione del suo vedere estatico (si tratta del dettaglio di un tronco d’albero reciso, nel cui cavo si sono formati alcuni funghi). Le affini tinte cromatiche, e il comune movimento ondulato delle forme, suggeriscono una enigmatica similarità delle due immagini, pur nella differenza materica dei tessuti.

Da questo dittico è iniziata la ricerca compositiva di RiMembra, durata oltre sette anni (ha raccontato Biancardi presentando il suo lavoro al Museo MADRE lo scorso 12 aprile): una ricerca «nella quale non c’è alcuna appartenenza fra le immagini, né temporale né spaziale, ma la volontà di creare un terzo elemento, un ibrido». Ed è proprio sul concetto di corrispondenza non identitaria che si avvicendano le sue fotografie con i versi di Frasca, rimembrandosi le une con gli altri in un gioco di specchi vertiginoso, a causa dell’imprevedibile accordo strumentale da loro prescelto, simmetrico e al contempo disarmonico. Talvolta il testo anticipa le immagini, altre volte le incalza, altre volte pare procedere autonomamente; e le immagini se da un lato lo rievocano, dall’altro lato se ne allontanano, mentre variano la loro essenza affiorando sulle pagine ora sfocate, ora mosse, ora posate su un’inerte staticità che offre a chi le contempli, molteplici e differenti possibilità interpretative. A ragione Lorand Hegyi sottolinea «l’effetto pressoché impercettibile sull’osservatore, che avverte una forza elementare, assolutamente naturale, irresistibile, nonostante in realtà l’artista si serva di una tecnica mentale complessa, latente, ponderata, una tecnica del ritardamento, che costringe l’osservatore a riflettere».

02_BiancardiUna riflessione mutevole, come lo sono i volti e i corpi delle persone ritratte, di diversa età e provenienza geografica, immerse in contesti naturali oppure artificiali, che si alternano a oggetti e a animali di varia natura, quasi fossero le voci soliste di un coro le cui forme si contraggono e si restringono per la scomposizione dei singoli elementi in articolazioni evanescenti. Ora dismembrate dai tagli dell’inquadratura, che ne parcellizzano i corpi prediligendone solo una parte che riecheggia nell’inquadratura successiva, come fossero l’una il prolungamento discordante dell’altra; ora adombrate da materiali organici e inorganici come il fango o l’acqua, una presenza amniotica che ritorna con moto cadenzato nell’opera, quasi a suggerire l’idea di una rinascita (a partire dalla donna raffigurata nella copertina, una sorta di dea della fertilità in lutto), per l’incessante aggregarsi con «tutto quanto sboccia nell’attesa / di un’inseminazione universale», sebbene «solo ad afferrarlo si frantuma / e lascia che travagli fra i detriti / di tanta terra che ritorna terra / il grembo che s’ingravida d’inerte».

Contrapposti nelle pose, ora frontali ora di schiena, i soggetti, per lo più femminili, sono simili nella sottrazione identitaria; e si assiste a un ulteriore sdoppiamento percettivo, rimarcato da una scansione spazio-temporale indefinita nella quale una stagione conduce a un’altra, un luogo all’altro, così come l’interno all’esterno e lo stato di veglia a quello del sogno, secondo i flussi di una luce diurna oppure serale, a volte tenue a volte accecante, mentre il loro stato interiore sembra materializzarsi in paesaggi desertici che fioriscono contigui nella percezione, pur nella differenza di trame. Il dittico si estende talora in trittico o si ritira in una singola immagine, sempre cadenzato dai versi di Frasca che suggeriscono la continuità ciclica di quell’errare («e pure a sprofondarvi gli occhi l’ombra / con tutto quello che ritempra / torna a rinvivere corpi da congiungere / ed appaiare poi di forma in forma»). RiMembra si conclude come era iniziato: sul corpo della donna vista di tergo accanto alla quale affiora un dettaglio astratto, scelto anche per la quarta di copertina, quasi il calco di un’interiorità prosciugata dall’attesa che risuoni un canto fecondo tra «le pieghe / che increspano la tela lo spettacolo / e la matrice dove scinde l’ombra / che intanto che moltiplica rimembra».

Monica Biancardi

RiMembra

con un testo di Gabriele Frasca, postfazione di Lorand Hegyi

Damiani, 2016, 72 pp. ill. col, € 25

RiMembra

Napoli, Biblioteca museo Nitsch, dal 13 aprile al 21 maggio 2017

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cantiGiovedì 25 maggio alle 18 si terrà  a Roma, allo Spazio culturale Moby Dick (via E. Ferrati 3)   il primo seminario organizzato dall'Associazione Alfabeta all'interno del Cantiere di studi che la rivista ha avviato a febbraio. All'incontro, intitolato Verità alternative. Filosofia/media/politica/scienza, partecipano Mario De Caro, filosofo, Ida Dominijanni, giornalista e filosofa, Andrea Grignolio, storico della scienza, Vincenzo Piscitelli, esperto di postproduzione fotografica, Fabrizio Tonello, politologo. L'incontro è aperto a tutti, ma gli iscritti all'Associazione Alfabeta (e anche chi si iscriverà quel giorno) avranno in regalo una copia dell'ultimo volume pubblicato dalle edizioni alfabeta2, Ricreazioni. L'arte tra i frammenti del tempo, a cura di Achille Bonito Oliva.

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