Raffaella Battaglini

prigioneIl libro si svolge interamente nel braccio di massima sicurezza di un carcere ormai quasi del tutto svuotato dai suicidi o dalle esecuzioni dei prigionieri. L’ultimo sopravvissuto di un gruppo di rivoluzionari detenuti, Lutz Bassmann, sta lentamente morendo nella sua cella, mentre fuori la pioggia cade ininterrottamente; una pioggia monsonica, perché l’unica cosa che sappiamo dell’esterno è che si tratta “di una regione lambita dalla coda dei monsoni”. L’ambientazione è quindi imprecisata, un luogo tropicale e degradato come quelli a cui ci ha abituato Antoine Volodine, giacché è di lui che stiamo parlando, e più precisamente del Post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima, pubblicato in Francia nel 1998 ma solo ora uscito in Italia (da 66th and 2nd, che l’anno scorso ha proposto Terminus radioso). L’intervallo tra la prima pubblicazione in Francia e l’uscita del libro in Italia la dice lunga sull’indifferenza da cui per anni è stata circondata all’estero l’opera di Volodine, assurto negli ultimi tempi ad autore di culto.

In origine la definizione “letteratura post-esotica” viene coniata dall’autore per sfuggire ai confini ristretti del genere in cui è stato collocato ai suoi esordi – i suoi primi libri vengono pubblicati in una collana di fantascienza, Présence du futur – e al tempo stesso per evitare di essere bollato come autore inclassificabile. Inventa quindi un’intera letteratura, un continente immaginario popolato da libri inesistenti firmati da eteronimi interscambiabili, tutti accomunati da un’ideologia rivoluzionaria e da un atteggiamento antagonista e inconciliabile nei confronti dell’“universo capitalista e delle sue innumerevoli ignominie”. Il post-esotismo in dieci lezioni si pone in effetti a cavallo tra un’opera di finzione e uno pseudo manifesto di questa nuova corrente letteraria, che potremmo definire un’avanguardia se questo concetto non venisse rifiutato dal “portavoce” Lutz Bassmann nella settima lezione: “il post-esotismo è una letteratura che proviene dall’altrove e incede verso l’altrove, una letteratura straniera che accoglie numerose tendenze e correnti, la maggior parte delle quali rifiuta lo sterile avanguardismo”.

Fin qui niente di nuovo, si dirà, siamo con tutta evidenza nelle estreme vicinanze di Borges e di Finzioni, penso ovviamente a Herbert Quain, e anche alla letteratura e alla lingua di Tlon. Ma, laddove Borges si limita a riferire laconicamente la trama dei suoi libri immaginari o a recensirli in forma di racconto, Volodine scrive effettivamente i romanzi post-esotici che evoca, firmandoli con il suo nome o con quello dei suoi numerosi eteronimi, di preferenza Lutz Bassmann e Manuela Draeger, inverando così la finzione, e dando materialmente corpo all’universo letterario che ha inventato. Finora siamo a quarantadue opere – Volodine dichiara di voler arrivare a quarantanove, numero magico ricavato dal Bardo Thodol, il Libro tibetano dei morti – ma nella lezione n. 10 l’elenco dei libri post-esotici raggiunge il ragguardevole numero di 343. Alcuni titoli corrispondono in effetti a quelli pubblicati da Volodine, altri sono palesemente derisori. Di altri ancora, ad esempio di Angeli minori, viene fornita una trama completamente diversa rispetto a quella del libro pubblicato con questo titolo (e a sua volta uscito, l’anno scorso, presso L’orma editore).

Ma veniamo alla parte “romanzesca” del testo, che in sostanza corrisponde all’undicesima lezione. Il corpo centrale di questa sezione, che inizia e si conclude con l’agonia di Lutz Bassmann, è il resoconto dell’intervista fallita di due scrittori-giornalisti di regime agli scrittori detenuti, il cui oggetto è, almeno in apparenza, appunto la letteratura post-esotica; ma che si svolge come un vero e proprio interrogatorio di polizia, alla presenza di una guardia pronta a intervenire, e in cui gli interrogati, che si succedono a staffetta, si rifiutano quasi del tutto di collaborare. Questa parte viene di volta in volta interrotta dalle varie “lezioni”, ognuna a firma di un diverso eteronimo, che s’incaricano di spiegare al lettore le caratteristiche del post-esotismo, le sue forme, generi e sottogeneri: Shagg°a, intrarcane, rom°anso...

È il caso di precisare che l’aspetto politico-ideologico dell’opera di Volodine, lungi dall’essere marginale o unicamente funzionale alla costruzione di un universo fittizio, è invece uno dei nuclei fondanti della sua ispirazione. A dispetto della cornice post-apocalittica, i riferimenti storici sono estremamente precisi; viene affermato con chiarezza che “le basi della letteratura post-esotica furono gettate durante il decennio Settanta… anni che, a dispetto della disfatta, continuavano ad essere gravidi di possibili rinnovamenti…”. Il braccio di massima sicurezza in cui si svolge il testo ha evidenti somiglianze con il carcere di Stammheim e una delle detenute interrogate, Ellen Dawkes, grida o mormora ai suoi aguzzini un’invettiva che richiama la famigerata Todesnacht dell’ottobre ’77, in cui tutti i militanti della RAF vennero eliminati: “Gli autori di questi scritti fondamentali sono morti, giustiziati nelle loro celle! Impiccati!... Strangolati per direttissima!... con cinture confiscate loro anni prima!... il giorno del loro arrivo!... e che miracolosamente!... O suicidati con la benzina!... o con un coltello da caccia!... quando gli unici utensili che!... siamo autorizzati a possedere!... sono! ... un cucchiaio e un pettine!...”.

All’interno del braccio di massima sicurezza, la letteratura è l’unica forma di lotta ancora possibile. Date le condizioni in cui viene diffusa, questa letteratura carceraria contiene una forte componente di oralità, tanto è vero che uno dei generi elencati è il sussurrio, con cui i detenuti comunicano le loro opere agli abitanti delle altre celle. Vengono adottate delle precauzioni, di cui la principale, onde non fornire informazioni al nemico, consiste nel depistaggio, nel “parlare d’altro” (lezione 5): “abbiamo snocciolato falsi ricordi d’infanzia, inservibili biografie [...] abbiamo inserito racconti di sogni là dove i nostri interlocutori volevano delle confessioni...”.

In questo libro, dunque, Volodine ci racconta – invenzione metaletteraria estrema – che l’altrove da cui proviene il post-esotismo è in realtà il carcere: che l’immaginario perturbante, imprevedibile, straniero dei suoi libri, che i guerrieri, gli sciamani, le vecchie immortali che li abitano, sono il frutto dell’invenzione di un pugno di irriducibili sul punto di estinguersi, di cui l’ultimo pronuncia le parole finali: “Non c’era più un solo portavoce in grado di subentrare a. Sono dunque io che”

Antoine Volodine

Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima

traduzione di Anna D’Elia

66th and 2nd, 2017, 106 pp., € 16

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