Valentina Valentini

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foto di Maurizio Bertoni

Volevamo che questo spettacolo avesse in sé la solennità,
la follia, la forza di un giuramento, e anche avesse alleate
le forze che il giuramento convoca.
In realtà nessun giuramento viene pronunciato.
È l’intero spettacolo ad essere giuramento:
al teatro in primo luogo, una dichiarazione d’amore
che ha il taglio di una bestemmia.
E poi alla vita, semplicemente

Mariangela Gualtieri, premessa a Giuramenti

Entriamo a teatro; la fila di persone che aspettano per ritirare il biglietto arriva dall’altra parte della strada dove a Cesena si trova, dal 1846, il teatro Bonci. Cesare Ronconi aveva pensato a un prologo – che non è stato possibile realizzare – nella piazza antistante il teatro, al centro della quale si sarebbe dovuto accendere un fuoco su un braciere, per legare il chiuso con l’aperto: la sala, luogo protetto e separato dal mondo, con la strada. Prendiamo posto nei palchetti perché la platea con le sue poltrone – sottratte alla loro funzione – è coperta da teli bianchi sui quali scorrono delle onde di luce che li fanno vibrare. Lo spazio scenico è vuoto; un disco luminoso è appeso in fondo al palco, una bacinella sul lato destro in proscenio. I dodici giovanissimi attori, in maggioranza donne, si dispongono sia sul palcoscenico che in platea, componendo dei cerchi – figura ricorrente in Giuramenti – che danno vita a forme statiche e dinamiche: saltare, far risuonare i campanellini nella corsa, correre percuotendo i legni ritmicamente, come una danza di guerra.

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foto di Maurizio Bertoni

Nel corso della sua esistenza, il teatro Valdoca ha stabilito una matrice identitaria che si condensa in figure plastiche, cromaticamente squillanti, e nella presenza determinante della parola poetica di Mariangela Gualtieri, nell’uso drammaturgico della luce e nella drammaturgia sonora. In Giuramenti ascoltiamo, all’inizio, un suono persistente – grilli d’estate, acqua che scorre – che rimanda al paesaggio sonoro dell’Arboreto, il Teatro Dimora di Mondaino che ha ospitato il gruppo durante la preparazione dello spettacolo. I canti che intonano gli attori hanno diverse provenienze: sono canzoni di tradizione orale, antiche come quelle provenzali, e contemporanee; e si alternano al martellamento della ruota del carro, alle cesure violente prodotte da colpi di gong eseguiti dal vivo, insieme alle percussioni dei piatti, mentre il boato che rimbomba come una palla di cannone è registrato. Questi suoni provengono dal fondo della sala, dove sta seduto Cesare Ronconi, il regista-spettatore. A differenza di altri spettacoli cromaticamente esuberanti, Giuramenti è rigorosamente in bianco e nero: il buio è rischiarato da due candele, da tanti fari, ma non c’è la luce abbagliante di altri loro spettacoli. Il lampadario di Murano al centro della platea resta acceso per tutta la durata dello spettacolo e illumina i volti degli attori al centro della platea.

Giuramenti è uno spettacolo-archivio del Teatro Valdoca, perché vi ritroviamo e riconosciamo le figure del suo teatro-mondo: i corpi come sculture viventi, come l’attrice che indossa una scarpa con un tacco altissimo che rende la sua andatura sbilenca e a rischio, come il corpo esanime esposto sul carretto. Presente in molti spettacoli del teatro Valdoca, lo comprendiamo fuori dalla liturgia della morte con cui è rappresentato nel teatro di Tadeusz Kantor: l’immobilità qui sta in rapporto di reciprocità con la corsa sfrenata, è uno stato dell’essere che non è morte, ma apparenta il corpo all’essere pietra, sasso, cosa inerte. Le dramatis personæ sono animali: compare un orso che dialoga con l’acrobata: «A chi chiedo aiuto? / A chi chiedo? / […] – Non sei sola. Non sei senza parole. / – Sono sola e senza le parole». Come in Paesaggio con fratello rotto l’animale colpito, battuto, trascinato, invoca di essere risparmiato: «mettimi in libertà». Ritroviamo anche la donna con le ali di Caino (Raffaella Giordano) e il triclinio con le zampe da bestia, chiamato Minotauro da Franco Quadri, comparso per la prima volta in Ossicine: ora coperto da un drappo rosso, a creare in platea uno spazio scenico dove alla fine dello spettacolo Marcus recita in tedesco un brano da Georg Büchner e alcuni versi di Nelly Sachs.

Un dispositivo costruttivo del mondo-teatro Valdoca è pure il modo in cui le parole sono proferite in scena: che rimanda al partorire, al dare alla luce, all’espellere qualcosa che sta al proprio interno e ha bisogno di un concorso di energie affinché sia visibile-udibile all’esterno. Una costante ulteriore, nei loro spettacoli, è poi l’interplay fra il singolo e il gruppo. In Caino lo spazio centrale della scena era destinato alle figure del coro – sei giovani figure femminili e una maschile – la cui funzione era quella di osservare chi agisce puntando lampade, lampadine, fari, aste luminose, sia testimoni che attanti. In Giuramenti la compagine dei dodici attori va oltre la funzione di “Coro” quale è codificata nella tragedia greca, dove aveva due diverse funzioni_ cantare le parti liriche, corali, danzare e partecipare al dialogo con l’eroe in quanto voce della polis, dialogo che costituisce l’azione scenica in forma lirica. Il coro fronteggia il singolo, che è l’eroe solitario, il cui destino è segnato da una maledizione.

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foto di Maurizio Bertoni

In Giuramenti non ci sono eroi, c’è un corpo unico che produce un unisono, che come in Frankenstein del Living Theatre non è il semplice esercizio corale di intonare le voci, quanto quello di esprimere, attraverso l’unirsi in un cerchio e l’abbracciarsi, una potenza verbale e sonora (The Chord) che attraverso la mistica del suono sancisce una comunità. E infatti il Living era un mondo-teatro cementato da una vita comune e ideali condivisi (anarchia, pacifismo, liberazione sessuale, fumare marijuana, alimentazione vegetariana...). I giovani attori che hanno preparato Giuramenti quali riti hanno celebrato insieme, di quali ideali si sono nutriti? La formidabile capacità di Cesare Ronconi non va letta unicamente come quella di un regista che compone uno spettacolo, quanto come quella di trasformare dodici giovani, provenienti da luoghi ed esperienze diversi, in una tribù. Ma quale culto officia questa tribù? Quello della protesta, dell’essere contro? I ragazzi invocano tempesta, destano la rivolta. Dice la Ragazza ardente: «Io con un bacio / rovescio un impero». Praticano gli esercizi del no: «No. No. / Cerco il no, il mio no. / Quella forza, forza del no»; «Dire che non è non è non è non è così». L’efficacia della pratica teatrale di Cesare Ronconi sta nell’aver plasmato un gruppo – in quasi tre mesi di vita comune – cementato da modi di fare e di pensare che diventano abilità (nel cantare, proferire, danzare), non solo tecniche, training, esercizi.

Giuramenti è una cerimonia in quanto ha a che fare con la venerazione e il culto. In questo senso (evitando i discorsi sul rapporto fra rito e spettacolo) si giudica dall’efficacia che produce attraverso la bellezza che emana e diffonde. È una cerimonia lo spettacolo perché funziona come una preghiera che è un’invocazione, un’esortazione, un appello, un impeto di battaglia per un’azione da compiere, mettendo in campo la poesia come materiale per la scrittura teatrale. Qui risiede anche la specifica funzione del linguaggio poetico, capace non solo di aprire spazi di riflessione per lo spettatore quanto di elevare un canto che può essere di risveglio e di guarigione. E questo avviene tramite l’allocuzione diretta allo spettatore, senza dialogo, come discorso frontale rivolto ai convenuti. Osserva Jean-Luc Nancy (L’adorazione. Decostruzione del cristianesimo 2, Cronopio 2012) che il termine latino adoratio proviene daad-orare, «parlare a qualcuno», e solo in seguito acquista il significato sacrale dell’adorazione di una divinità, di un essere amato. Adoratio è anche un’azione magica, un incantesimo; comprende invocazioni e appelli, può assumere la forma dell’annuncio, della preghiera, del lamento, della lode. Giuramenti dunque costruisce e agisce una cerimonia che è un’adoratio, che è a sua volta un’invocazione, rivolta allo spettatore, che produce una trasformazione. Il giuramento è quello della “comunità” degli attori al teatro – il mondo che hanno edificato, che annunciano. Ed esorta lo spettatore a far parte di questa comunità, producendo un incantesimo attraverso i canti, le parole, le danze: in modo che anche lui si faccia portatore, uscendo dal teatro, di un contatto efficace con la terra-mondo.

Teatro Valdoca
Giuramenti
Cesena, Teatro Bonci, 12-14 aprile 2017
regia, scene e luci di Cesare Ronconi, testi di Mariangela Gualtieri

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