Giorgio Mascitelli

post-truthAbbiamo appreso di recente, da pochi mesi, forse addirittura dall’inizio dell’anno nuovo o tutt’al più dall’estate scorsa, di vivere in un’epoca caratterizzata dalla postverità. Il che implica che in precedenza, fino alla scorsa primavera direi, vivessimo in un’epoca di verità. Naturalmente si può retrodatare la fine dell’epoca fondata sulla verità fino all’introduzione di facebook, se si propende per l’opinione che gli scienziati siano riusciti a isolare e descrivere il ceppo della postverità solo di recente, ma che in realtà esso fosse già attivo da parecchio. Ovviamente l’era della postverità non nasce dal nulla, ma ha i suoi precursori: leggo sul Venerdì di Repubblica che in una biografia di Lenin uno storico inglese afferma che egli ne sarebbe stato il creatore ante litteram.

Qui, però, lo storico inglese deve stare attento perché finché si tratta di Lenin, che era un tipaccio, va bene, ma se si risale troppo a ritroso (in fondo si potrebbe arrivare fino a Catilina) si rischia di perdere il vantaggio specifico dell’uso di questo termine che è, come scritto sopra, quello di suggerire che sia esistita un’epoca della verità. Infatti, se si retrodata troppo l’epoca della verità trionfante, essa acquista un alone mitico e perciò inefficace rispetto agli usi pragmatici a cui il lemma può servire nel presente. Tutto infatti lascia pensare che il tempo della verità per coloro che paventano la postverità coincida con il periodo, immediatamente precedente all’attuale, in cui il monopolio delle notizie e delle voci era in mano all’apparato mediatico tradizionale secondo le modalità e la logica che Debord chiamava “spettacolare integrato”. Essendo l’epoca in cui il flusso di notizie era lavorato da personale professionale concentrato in poche strutture molto organizzate, si potrebbe dire che i social sono per i lavoratori del settore mediatico ciò che è Uber per i taxisti. In questo caso si sbagliano, però, coloro che se la prendono con facebook: il fattore principale che ha favorito la diffusione delle notizie falsificate a effetto, ossia la loro credibilità anche quando non prevengono da fonti professionali certificate, non risiede tanto nelle possibilità offerte dalle nuove tecnologie quanto nella crisi, in tutto l’Occidente, di quel ceto medio che, negli ultimi decenni del secolo scorso, incarnava nella sua vita quotidiana il sistema di attese su cui prosperava lo spettacolo integrato. Viviamo una fase storica in cui le cosiddette fake news circolerebbero abbondantemente anche se fossero divulgate in volantini ciclostilati distribuiti al mercato o incollati ai muri, perché quando si vive un presente così avaro di futuro si è più propensi a rivolgersi alle mitologie o a credere alle balle.

Il vantaggio che offre il concetto di postverità a chi lo voglia usare sistematicamente è allora quello di dividere implicitamente in due il mondo della comunicazione contemporanea: quella affidabile e veritiera, che è da collocarsi nei media tradizionali, e quella inaffidabile che viene dalla rete o dai social, con l’annesso corollario che i secondi per diventare affidabili dovranno attenersi ai criteri dei primi. Naturalmente, se ci si domanda quanto sia attendibile una suddivisione del genere, basterà ricordare che il termine postverità fu usato e verosimilmente coniato in inglese per la prima volta nel 1992, in piena era CNN, da Steve Tesich per descrivere il modo in cui i media americani parlavano della prima guerra in Iraq.

Il concetto di postverità, per come viene perlopiù usato nel dibattito attuale, si regge su una sorta di equivoco mcluhaniano in base al quale è la nascita della rete e dei social a creare la possibilità di una circolazione di notizie falsificate che vanno a infestare un’informazione tradizionale corretta e professionale. Ora non solo è facilissimo, per restare sul piano concreto, citare esempi di ottima informazione e soprattutto controinformazione provenienti dalla rete e, viceversa, esempi di postverità provenienti dal mondo dei media ufficiali, ma è soprattutto una cultura diffusa nel nostro tempo a essere spontaneamente postveritiera. Spettacolarizzazione ed estetizzazione della politica, che sono l’habitat entro cui è possibile la massiccia diffusione della postverità, non sono certo prodotti della nascita della rete, ma sono fenomeni che rispondono in maniera profonda ai processi storici e alle logiche culturali del capitalismo. In particolare veniamo da decenni di docufiction, infotainment e trattamento delle notizie secondo logiche di marketing attente alla loro appetibilità commerciale.

I nuovi media social sono semplicemente gli amplificatori di pratiche preesistenti, esattamente come i movimenti di destra razzisti e populisti hanno utilizzato un certo tipo d’immaginario che l’apparato mediatico tradizionale aveva messo in circolazione con altre finalità. Di fronte a una situazione del genere urge una pratica di controinformazione non solo sui singoli fatti, ma come spinta generale alla ripoliticizzazione; se oggi la postverità ha così grande impatto, non è perché nel passato non fossero frequenti o sistematici l’uso pubblico delle menzogne e le verità di comodo, ma perché la postverità non incontra resistenze nel vuoto della postpolitica e della depoliticizzazione di massa. Non saranno certo un algoritmo preposto al controllo della veridicità delle notizie circolanti sui social, e nemmeno una controinformazione capillare, a bloccare questo andazzo. La postverità comincerà a trovare meno terreno fertile quando rinascerà una partecipazione politica collettiva nella società e si cesserà di credersi disinibiti cittadini globali passibili di libertà che sembrano infinite, per citare le parole di una vecchia canzone punk. Altrimenti bisognerà arrendersi a una delle verità collaterali del nostro tempo, ossia che l’assenza di messaggio fa il medium onnipotente.

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