Massimo Palma

vicariSono tre parole a caso, una rima scema di una canzonetta di una signora Rossi nell’a.D. 2001, a dare il titolo al nuovo film di Daniele Vicari, al cinema a cinque anni da Diaz. E sono quelle tre parole estratte dallo sciocchezzaio a recuperare sorprendentemente senso alla fine. Nel mezzo di questo itinerario dal non-senso al significato, un’accelerazione iniziale diventa stanchezza, stasi, fine.

Scritto a partire da un dato di cronaca antica (la storia di Isabella Viola) mentre i media rilanciavano una notizia identica (quella di Paola Clemente) – dove due morti sono sempre diverse e non rimano mai – Sole cuore amore è anche la storia di una leggerezza perduta. Nessuno, nell’inizio solare del film, può evitare di sentire una prossimità immediata con Eli (Isabella Ragonese), barista col sorriso spalancato nel ritmo vorticoso dell’ora del caffè. La camera segue Eli che si sveglia prima dell’alba, Eli che aspetta la corriera, Eli che cambia due metro, entra nel posto di lavoro e vi rovescia la sua vitalità. Eli è simpatica, ha ritmo, è spiritosa. Non ha studiato, perché in nove anni di scuola non è riuscita a insegnare nulla ai professori (che è una famosa citazione di un giovane Brecht) – ma si sa che non importa. Eccola che si scambia consigli con la collega maghrebina, che invece all’istruzione ci tiene. Eccola adorata dai clienti, eccola amata dal marito disoccupato e anche dai quattro figli che vede poco e nulla, solo un attimo prima che vadano a dormire.

Ma col passare dei minuti, trascinata nell’anonimato della metro dal jazz frenetico di Stefano Di Battista, la macchina da presa segue Eli mentre perde il filo del suo quotidiano. Sempre presente a se stessa sul lavoro, il cuore ancora solidale fino all’ultimo, la vita di questa madre di famiglia monoreddito riflette il destino di quella massa di sballottati tra lavori in nero, servizi a singhiozzo e mezzucci, che vive il precariato come un destino. Eli si adatta per necessità – e lo spettatore, mentre il ritmo rallenta, sente nostalgia di quel personaggio che ha visto ridere, canzonare il principale, scherzare coi ragazzini sotto casa.

Appena più sfumata, al suo fianco Vicari fa muovere sinuosa un’alternativa: figura esile e tesa, la vicina di casa, Vale, è ballerina, performer, artigiana del moto del suo corpo, dalla sessualità opaca. Vale (Eva Grieco) vive di notte, dei rivoli di una cultura orgogliosa che sciama fin nei club periferici. Senza redditi stabili, in quel precariato intellettuale in cui tracimano i figli della generazione del posto fisso, matura una sua personale resistenza alla città. Coltiva quella lieve eccentricità, quell’esagerazione che, diceva Simmel, ciascuno nella metropoli deve esibire per farsi sentire, ma pure per sentirsi. Vale è rigorosa nelle coreografie come nel progetto di vita, che la vede rinchiudersi in un individualismo che le fa da bozzolo e da schermo. Proletaria senza prole, proletaria a sua insaputa, non riesce, negli alveari umani di un litorale romano sterminato, a contribuire davvero a un germe di nuove comunità. Ci sono mani tese, a volte accolte, ma quella narrata da Sole cuore amore, nella sua avvolgente scansione in elettronica e jazz, è la storia di una solitudine che non riesce a comunicare in Vale, e di una rivendicazione che non arriva a espressione in Eli. Due facce di una generazione che si guardano con affetto, senza riuscire a completarsi. La proletaria smaliziata e la manovale imbronciata del lavoro immateriale si parlano, si abbracciano, ma non mettono insieme i percorsi.

Storia di una separazione, questo atto unico è la trama di come, nel tempo di vita soffocato dal tempo di lavoro, siamo preferibilmente resi atomi – la madre ipersfruttata, l’amica che sorride appena, il padroncino (Francesco Acquaroli) che pare solo l’ennesimo orso burbero, ma poi digrigna i denti e li affonda nella carne, tenendo le redini del conflitto sociale dietro una minuscola cassa. E questa preferenza esercitata dal dominio del mercato è un che di astratto che nelle biografie personali diventa facce arcigne, diritti negati, fatica immensa e ancora solitudine. È la storia, pure, di come siamo assai poco conflittuali “insieme”, svuotati della capacità di percepire le cose materiali – i rapporti e i desideri, l’amor proprio e la dignità di non esser calpestati – come nostre fibre.

Ancora Brecht, quindi, prima evocato e poi usato. Nello scoprire il quotidiano sfibrato, portando la macchina sulle occhiaie, i silenzi, i paesaggi antropizzati e non umani, Vicari costringe lo spettatore a diffidare, lo invita a un esercizio di distacco. A non immedesimarsi in quella donna forte che diventa gracile, a capire che è proprio lei l’alternativa in atto e che va capito cosa la cambia, cosa oscura quel sole che all’inizio è per tutti. Eli che è emancipata, Eli che vive fuori dall’immaginario patriarcale (mentre il marito – Francesco Montanari – no, ancora vi ristagna), Eli che sorride a tutti – è lei, nei fatti, un mondo diverso. Ma se il tipo antropologico Eli resta fissato, è il suo tipo sociale che scompare.

Nessun eroismo, in questo blues quotidiano fatto di scale mobili, carezze anonime e perdita di sé nei cunicoli di una Roma onirica ma senza sogni. Né melodramma, a insinuare in chi guarda finzioni emotive che edificano distrazioni. Semmai, una storia ingiusta che testimonia della massa di persone – l’accento è sulle donne, c’è una femminilità di sguardi nel film che Vicari cura con dedizione e umiltà –, che in fotocopia si riversano nell’impersonale della metropoli fanno la stessa esperienza non comunicabile.

Né vi è rimozione del dettaglio ripetuto: di straordinario, solo lo sfruttamento. Nulla, nella trama, serve a distogliere lo spettatore da quella traccia che ha imparato a leggere quando non ha più saputo riconoscersi in Eli, non l’ha identificata coi personaggi del brodo culturale benpensante, quando si è lasciato raffreddare da Vale, alter ego dall’emotività asciutta. Nulla può distogliere chi guarda dal fatto che quel che vede non lo abbandonerà a fine film.

Racconto di un’emancipazione che ricade sotto scacco, Sole cuore amore è un film intensissimo e teso al bersaglio: restituire il significato a quelle rime baciate, alla concretezza di cose reali che nell’alienazione non si sa più di poter vivere. Non lascia che lo spettatore affoghi nella melma insieme ai protagonisti. Gli, le chiede di prendere posizione – non sulla storia, nella realtà.

Daniele Vicari

Sole cuore amore

Italia, 2017, 112’

***

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Una Risposta a Daniele Vicari, fare rima col reale

  1. Stefania ha detto:

    recensione intelligente e acuta, un solo appunto: perchè il redattore di una rivista così attenta alle soggettività di tutti deve bollare come “rima scema… canzonetta… una signora Rossi… sciocchezzaio”, bastava dire che il titolo riprende l’omonima canzone di Valeria Rossi.
    Cerchiamo di non negare agli altri ciò che non vorremmo fosse negato a noi!
    cari saluti

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