Serena Carbone

Photo performance, Gorgona members on Julije Knifer 1st solo exhibition, Zagreb, 1966, stampa ai sali d’argento_silver gelatin print, ph. Branko Balić, cm.8,5x30 (ph.C.Favero_170322_CFAV_88_01)

Photo performance, Gorgona members on Julije Knifer 1st solo exhibition, Zagreb, 1966, stampa ai sali d’argento, ph. Branko Balić

«Fuggendo il tempo e la morte, in un pericolante equilibrio, la Durata si accompagna alla Ragione e alla Conoscenza: e qualche cosa, davvero, si aggiunge a quel frammento che è la vita». Così Carlo Levi chiudeva la sua prefazione a La vita e le opinioni di Tristan Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne. Dalle parole alle immagini, sembra proprio che di frammenti di vita si componga la mostra Gorgona, Postgorgona, a cura di Danka Sosic & Zarko Vijatovic, allestita alla galleria P420 di Bologna.

Gorgona è un collettivo di artisti, storici dell’arte e architetti nato a Zagabria nel 1959. Julije Knifer, Marijan Jevšovar, Đuro Seder, Josip Vaništa, Ivan Kožaric, Miljenko Horvat, Dimitrije Bašičević Mangelos, Matko Meštrović e Radoslav Putar erano soliti incontrarsi in quella che allora era una città dell’ex Jugoslavia, oggi capitale della Croazia, per fare lunghe passeggiate, azioni all’aperto, durevoli chiacchierate. È un gruppo atipico il loro, tanto da far venire in mente piuttosto una scanzonata società segreta in stile shandy, come già i dadaisti lo erano stati. Gorgona non è difatti un collettivo usuale: creano una rivista, Gorgona appunto, ma ogni numero si struttura in forma monografica; realizzano azioni unitamente, ma le mostre poi sono individuali. È impossibile ricercare un linguaggio gorgoniano nella loro produzione. È solo nella durata, intesa più come immersione verticale che orizzontale nel tempo, che si esprime una pratica rispondente a un esprit, uno stato d’animo, un modo di essere al mondo hic et nunc. Rifiutano il realismo socialista e inneggiano alla libertà; libertà delle forme, dei contenuti, degli incontri, dei gesti e dei dialoghi, come quelli che sono soliti scambiarsi affrontando i motivi più disparati: dall’impressionismo a Hegel passando per il genere del manifesto allo scambio epistolare. Sempre con ironia, eleganza, essenzialità.

Josip Vaništa, Photocompensation, Over painting, Milan Horvat portrait, 1961, stampa ai sali d’argent__silver gelatin print, cm.13,7x9 (ph.C.Favero_170322_CFAV_81_01)

Josip Vaništa, Photocompensation, Over painting, Milan Horvat portrait, 1961, stampa ai sali d’argento__silver gelatin print, (ph.C.Favero_170322_CFAV_81_01)

Oggi è facile vedere nelle opere e nei documenti fotografici e cartacei in mostra quel tratto sperimentatore comune alle neoavanguardie del blocco occidentale, che inneggiavano al gesto e a un’arte mentale prima ancora che materica; ma allora quest’apertura non era così scontata. Questa esposizione (come già la più ampia rassegna Non-Aligned Modernity. Arte e Archivi dell’Est Europa dalla Collezione Marinko Sudac, curata da Marco Scotini in collaborazione con Andris Brinkmanis e Lorenzo Paini ai Frigoriferi Milanesi lo scorso anno, in cui infatti Gorgona era presente) racconta un altro Est e, lontano dagli stereotipi che lo vorrebbero completamente sotto scacco del regime sovietico, ne fa assaporare la leggerezza del diniego, la semplicità di un’azione, la dignità di un atto che prende vita in un campo desolato, in una montagna innevata o in una strada sterrata. A testimoniarlo contribuiscono anche i numerosi scambi che, singolarmente e come gruppo, Gorgona intratteneva con altri protagonisti della scena artistica di allora, come Piero Manzoni, Lucio Fontana, Yves Klein e Alain Jouffroy. Per quasi dieci anni durerà questo sodalizio e, quando Gorgona si esaurirà, Postgorgona e Post Scriptum prenderanno il suo posto ancora per qualche decennio.

Curioso il nome Gorgona. Sicuramente azzeccato, certamente evocativo. Sembra che la sua genesi non si accompagni a strani aneddoti o particolari motivazioni, tuttavia la semplice assonanza con i mostruosi esseri mitologici capaci di impietrire chiunque incontrasse il loro sguardo, è fatale. Contro un’osservazione mediata dal regime, l’occhio di Gorgona vortica in maniera scanzonata e indifferente, sostenendo una visione che abbraccia arte e vita, delimitando un campo d’azione che come un cerchio magico tende a rimanere separato dalla comunità, inneggiando piuttosto a una sacralità individuale. Non c’è significato psicologico, morale o simbolico nelle loro restituzioni del reale, e questo li conduce verso un’oggettività che però è sempre sospettosa dell’eccessiva chiarezza. E, come negli shandy loro predecessori, nelle loro opere il vitalismo si macchia di ombre, ed essi tanto sembrano essere amanti della vita quanto, e forse più, lo sono della morte. Qualcosa di sinistro aleggia in quei paesaggi solitari, in quelle vetrine vuote in cui semplici ripiani costruiscono una scultura: scultura di vuoti. Ed ecco che il gesto carico di energia nel suo compiersi, fragoroso nel suo movimento, poi rallenta fissandosi in una forma; e ciò che rimane è il silenzio.

Il tempo che diventa durata fugge la morte, perché è profondità, ragione, coscienza; è frammento di vita. Si potrebbe allora riflettere sulla durata, se essa sia una proiezione in avanti o piuttosto una proiezione nell’ora, che dunque si fa ombra del pensiero stesso. E oggi, come allora, si potrebbe dire dei regimi, della sorveglianza, della censura e poi degli incontri, della vita, delle opere... ma poi tutto si conclude in un’immagine che, abbandonando il centro, semplicemente naufraga su un mare verticale.

Gorgona, Postgorgona

a cura di Danka Sosic & Zarko Vijatovic,

Bologna, Galleria P420, dal 25 marzo al 27 maggio 2017

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