Tiziana Migliore

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Damien Hirst, Demon with Bowl (fotografia di Prudence Cuming Associates). Qui e tutte le foto in pagina: © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS/SIAE 2017

Che aspetto ha l’inconscio collettivo? Di cosa è fatto il sommerso che condividiamo e come lo vedrebbe, coi suoi occhi, un uomo del futuro?

È la domanda alla base di Treasures from the Wreck of the Unbelievable, la prima grande personale in Italia dell’artista contemporaneo più noto al mondo, Damien Hirst, dopo la retrospettiva al MANN-Museo Archeologico Nazionale di Napoli del 2004 (The Agony and the Ecstasy). A mostrare questi Tesori dal Relitto dell’Incredibile è la Fondazione Pinault, che per la prima volta affida a un unico artista entrambe le sue sedi veneziane, Palazzo Grassi e Punta della Dogana, per un totale di 5000 mq espositivi e circa duecentocinquanta opere. Nel rendere il museo un laboratorio del pensiero, luogo dove la mente può spaziare, François Pinault sta di fatto guidando un cambiamento nel modo di produrre arte: oggi è artista chi racconta storie per immagini, chi costituisce sistemi con “carte” che hanno un filo conduttore narrativo, legate da una trama. Paradigmi trasmessi con racconti. Non basta però il visual telling, come in politica e nella comunicazione non basta lo storytelling. Il vero racconto è a strati, ha una semantica di livello profondo. Castello non di carte, ma di destini incrociati.

Proteus

Damien Hirst, Proteus (fotografia di Prudence Cuming Associates)

Hirst li coglie. Ha fatto leva sulle modalità dell’essere e del sembrare rispetto alla vita e alla morte ( The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living, 1991), ironizzato sulle ibridazioni del valore – intersoggettivo, economico, assiologico (For the Love of God, 2007) –, esibito le credenze e gli effetti placebo che religione, medicina e arte esercitano (New Religion, Palazzo Pesaro Papafava, 2007). Treasures, a cura di Elena Geuna, è il passo da gigante. L’esistenza dell’uomo sulla Terra è limitata, ma vita e morte non contano se ci si sposta dalla contingenza del presente all’ottica intergenerazionale della trasmissione, dei retaggi culturali, della sopravvivenza di miti nella memoria. Così, con la messa in scena del recupero subacqueo della leggendaria collezione di mirabilia di Amotanius (il liberto di Antiochia Aulus Calidius Amotan o Cif Amotan II, metà del I secolo-II secolo d.C.), risuonata nei secoli, Hirst dà corpo a Mnemosyne, al suo atlante warburghiano. Lo plasma nella forma espressiva adatta a esprimerne la consistenza: la scultura. Il patrimonio universale di immagini, antiche e moderne, depositate nell’immaterialità della mente umana, diviene visibile, ma è materialmente nuovo o neobarocco, come assorbito e modificato da secoli di permanenza sottomarina. Il tempo ha continuato ad alterarlo.

Le fake news che l’artista escogita per affascinare all’atlante – il ritrovamento nel 2008, al largo della costa orientale dell’Africa, dell’ Unbelievable, “Apistos” in greco antico, vascello naufragato con il carico di manufatti di Amotanius – somiglia all’espediente del manoscritto ritrovato, tipico degli autori di capolavori, da Cervantes a Walter Scott a Manzoni. “Invenzione”, dal latino invenio, è “rinvenimento di un tesoro”. Hirst sviluppa figurativamente questa etimologia. Un’equipe di archeologi, storici, ingegneri, geofisici, restauratori, fotografi, videomaker e marinai ha retto il gioco e collaborato al suo progetto ambizioso, preparato in dieci anni. Dalle ricerche in archivio (lettere, inventari del carico, disegni, resoconti…) alla scoperta del veliero, dallo scavo al recupero fino alle misure conservative, restaurative ed espositive messe in atto, tutto è documentato nel dettaglio per dire e far esser vero. Del resto i discorsi veridittivi sull’Apistos datano a Pausania e si moltiplicano fino al Quattrocento – con papi, principi e mecenati come Alfonso d’Este e Cosimo de’ Medici, desiderosi di emulare Amotan – e al Cinquecento, quando si ritenne che sculture dell’Apistos avessero ispirato, per vie ignote, opere rinascimentali. Alle pareti delle sale veneziane video e gigantografie retroilluminate mostrano i sub mentre disincagliano i tesori. Accuratissime legende riportano provenienze e significati dei singoli pezzi e performano l’insieme.

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Damien Hirst, Aspect of Katie Ishtar ¥o-landi (fotografia di Prudence Cuming Associates)

Ecco allora l’imponente raccolta di Amotan, destinata al tempio del dio Sole ad Asit Mayor: busti egizi, sfingi e maschere in marmo di Carrara, nudi greci in bronzo, anfore, elmi e armi azteche, coppe sacrificali in lapislazzuli e bronzo, teste di Medusa in malachite e in cristallo, un gruppo con Idra e Kali, una statua di Proteo, una di Cerbero, statuette di Buddha in giada, cavalli alati, crani di ciclopi e di unicorni, campane bronzee, urne, gatti egizi, elefanti, scimmie di granito e cornucopie d’oro, Crono che divora i suoi figli, il Minotauro, Bacco, una sirena, ermafroditi, un demone, una Maddalena penitente, Andromeda e il mostro del mare, dee dell’abbondanza, Mercurio in oro e bronzo, Nettuno in lapislazzuli e agata bianca, mani in preghiera in malachite e agata bianca, lo scudo di Achille dall’ekphrasis dell’Iliade, vetrine con vasi, gioielli, spade, lingotti e pepite. Sono inclusi nell’atlante un modellino del vascello in scala e alcuni “miti d’oggi”, anch’essi recuperati in fondo al mare ma in discrasia, come se l’evento fosse ambientato nel futuro, con la sentenza di presunti posteri: una statua autoritratto in bronzo (Bust of the Collector), un autoritratto in bronzo con Topolino (The Collector with Friend), i cinque torsi antichi dell’Esposizione internazionale surrealista di Londra del 1936, una conchiglia gigante alla Marc Quinn ( Museum Specimen of Giant Clam Shell).

Treasures è la summa del sapere e delle narrazioni “sacre” delle civiltà, rivisitazione del Palazzo enciclopedico di Massimiliano Gioni (55 a Biennale Arte, 2013). Il contesto è ancora Venezia, con Marco Polo e la potenza di una tradizione navale tra Oriente e Occidente, ma rimotivato dalle architetture della mostra: Punta della Dogana era il deposito e il luogo di passaggio di merci giunte via mare; Palazzo Grassi, ex dimora di ricchi mercanti, è stata sede di esposizioni archeologiche sui Fenici, i Celti, i Greci, gli Etruschi, i Maya, i faraoni, Roma e i barbari. La ricapitolazione di Hirst è però immersa in un dispositivo teatrale di riflessione sull’opera: moventi passionali e cognitivi, pratiche che la implementano, soggetti, umani e non umani, che la attivano. Svela parodisticamente usi e consumi del mondo dell’arte – culto dell’antico, teorie del restauro, transizioni, transazioni, profitti (la testa di Medusa in malachite è quotata quattro milioni).

Attraverso il racconto del relitto risalito dagli abissi, assistiamo alle deformazioni dell’immaginario entrato nel circuito e spettacolarizzato. Qui la Pathosformel risulta dalla mimica tensiva delle figure, ma soprattutto dall’entropia delle sostanze artistiche: teste gozzute, corpi affetti da elefantiasi, pietre bucherellate come spugne, bronzi irti di coralli, gorgonie e madrepore, concrezioni calcaree. Nelle immagini che sopravvivono c’è un che di grottesco.

Damien Hirst

Tesori dal Relitto dell’Incredibile

a cura di Elena Geuna

Venezia, Fondazione Pinault (Palazzo Grassi-Punta della Dogana), dal 9 aprile al 3 dicembre 2017

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cantiUn luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. Qual è stato lo spettacolo teatrale più significativo degli ultimi vent'anni? Come saranno i libri del futuro? Cosa significa essere felici sul posto di lavoro? Vi aspettiamo!

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