Valentina Parisi

13im3Sommersi e salvati, uomini e no… C’è stato un tempo in cui la figura retorica dell’antitesi si è rivelata uno strumento potente per la descrizione del mondo e la comprensione della realtà. Apparentemente “sorpassata”, in quanto percepita come retaggio di un pensiero modellato su contrapposizione e scontro, piuttosto che su conformismo e assuefazione, e dunque bollata immediatamente di manicheismo, l’opposizione di due concetti tendenti ad auto-escludersi riaffiora là dove i contrasti sono ancora troppo stridenti per essere addomesticati e rimossi. Non stupisce dunque che la disegnatrice Victoria Lomasko sia ricorsa all’antinomia “invisibili/ arrabbiati” per ordinare gran parte del materiale grafico e umano raccolto in otto anni di incessante auscultazione della società russa di oggi. Other Russias, tradotto da Thomas Campbell ed edito dalla casa editrice newyorkese n+1 books presenta per la prima volta al pubblico anglosassone (e occidentale in generale) l’attività di graphic journalism portata avanti da Lomasko a partire dal 2008.

La comunità ortodossa esige una punizione esemplareSe la prima sezione, Invisible, tenta di illuminare gli “umiliati e offesi” della Russia contemporanea, ovvero quella maggioranza della popolazione “che rimane invisibile a se stessa e al resto del mondo”, la seconda si focalizza invece sugli “arrabbiati” che, grazie all’indignazione, escono dalla loro condizione di invisibilità per fare il loro ingresso nel discorso pubblico attraverso la protesta. È quel che Michel de Certeau, riferendosi al Maggio francese, chiamava la “presa della parola”, ossia l’irruzione di nuovi soggetti, fino ad allora marginalizzati, “nello spazio dell’espressione linguistica, intesa come spazio simbolico”. Un processo analogo – benché mediato dalla penna dell’autrice – si compie anche nella prima parte di Other Russias, là dove Lomasko, proseguendo a modo suo la tradizione russa dell’“andata al popolo”, fa risuonare nei propri ballons le voci degli esclusi: abitanti delle comunità rurali, ragazzi finiti in riformatorio, migranti, prostitute, lavoratori ridotti in condizioni di schiavitù.

La nostra è una vita normale, ma anche anormaleD’altro canto, l’attitudine a ragionare per antitesi non è l’unico tratto “antiquato” di Lomasko. In genere avvicinata (specie negli Stati Uniti) a Joe Sacco o a Marjane Satrapi per la sua sensibilità sociale, la disegnatrice nata nel 1978 a Serpuchov se ne distacca in realtà per il rifiuto consapevole di qualsiasi struttura narrativa affidata alle immagini. I suoi disegni non si compongono in una sequenza scandita da un ordine preciso, ma restano sostanzialmente isolati, a formare una costellazione di fermi-immagine, ciascuno dedicato a una scena o a un personaggio in particolare. La sua fonte d’ispirazione non è la graphic novel occidentale, bensì i disegni eseguiti nei gulag o a Leningrado durante l’assedio, oppure i cosiddetti dembel’skie al’bomy, gli album di carattere autobiografico realizzati a mano dai soldati per documentare – con schizzi, foto, testi – il loro servizio militare. Rispetto al desiderio di raccontare una “storia” intesa come totalità coerente, prevale l’estetica del frammento, la volontà di fissare un attimo, una tranche-de-vie rigorosamente osservata e ritratta dal vero.

Tale tendenza è forse un riflesso della formazione prettamente artistica ricevuta da Lomasko che, dopo aver terminato gli studi all’Istituto poligrafico di Mosca, nella capitale ha frequentato anche l’Istituto di Arte Contemporanea fondato da Iosif Bakhštejn, sentendosi per sua esplicita ammissione un pesce fuor d’acqua a causa del proprio tenace attaccamento al medium desueto della matita. Non a caso, i suoi graphic reportage si prestano a una doppia modalità di presentazione: smembrati in singoli disegni e appesi alle pareti di una galleria (o addirittura riprodotti in murales di grandi dimensioni), oppure riuniti all’interno della forma-libro e accompagnati da testi esplicativi che ne illuminano il retroterra.

Ed è quest’ultima la strategia adottata in Other Russias, dove lo schizzo eseguito dal vero diventa lo strumento più semplice e, allo stesso tempo, più immediato per catturare sul posto le “scintille” sprigionate da una situazione o da un incontro – Lomasko ha affermato più volte il proprio desiderio di servire da “conduttore” per l’energia emanata dagli avvenimenti “nell’attimo stesso in cui hanno luogo”. E non importa di quali eventi si tratti, se delle manifestazioni di protesta dell’inverno 2011-2012 (Una cronaca di resistenza), della conversazione con alcune prostitute di provincia (Le ragazze di Nižnij Novgorod), delle lezioni di disegno ai ragazzi rinchiusi in un carcere minorile o del processo del 2012 contro le Pussy Riot.

Proprio le cronache giudiziarie occupano un posto di rilievo nell’opera di Lomasko almeno fin dal 2009, quando l’artista, insieme ad Anton Nikolaev, presenziò a quasi tutte le sedute del procedimento a carico di Andrej Erofeev, curatore della mostra Arte proibita (2006), e Jurij Samodurov, direttore del centro culturale Andrej Sacharov che l’aveva ospitata. Riunendo in una sola rassegna tutte quelle opere che, negli ultimi tempi, le istituzioni moscovite avevano preferito non esporre per evitare scontri con le autorità, Erofeev intendeva dimostrare come l’autocensura fosse tornata rapidamente in voga nel mondo dell’arte. In quest’ottica, la rappresaglia degli attivisti filo-ortodossi, che lo denunciarono in massa per aver offeso i loro sentimenti religiosi, non fece che confermare in corpore vili la sua tesi di partenza.

Quando papà è finito sotto il filobus, mi sono ritrovato completamente da soloA loro volta, documentando le varie fasi del dibattimento in un reportage grafico tradotto anche in francese e in tedesco, Lomasko e Nikolaev riprendevano in un certo senso l’esempio della giornalista Frida Vigdorova che, a suo tempo, aveva trascritto e diffuso il testo talora surreale degli interrogatori cui era stato sottoposto Iosif Brodskij nel corso del processo per parassitismo sociale che lo aveva visto come imputato. Anche se qui, rispetto alla fissazione stenografica dei contenuti, si privilegiava ovviamente la restituzione delle battute più memorabili, dei tic e delle stranezze dei protagonisti più o meno involontari di questa vicenda – dagli imputati agli attivisti filo-ortodossi, dagli inquirenti agli artisti che si presentarono a testimoniare per la difesa. La stessa freschezza, la stessa immediatezza si ritrovano anche in Other Russias, soprattutto nelle pagine di Una cronaca di resistenza dedicate alle proteste. Immagini che Lomasko dichiara orgogliosamente di aver riportato sul suo taccuino in piazza, tra i manifestanti e gli agenti dei reparti speciali, spesso disorientati dal suo comportamento. Per lei infatti è “una questione d’onore” essere parte sia pur invisibile della scena che sta delineando: “Come un danzatore danza seguendo la musica, anche l’artista deve disegnare al ritmo di ciò che vede”.

https://shop.nplusonemag.com/products/other-russias-by-victoria-lomasko

http://www.matthes-seitz-berlin.de/buch/verbotene-kunst.html

Nota: Ringraziamo Viktoria Lomasko per le immagini che ci ha voluto regalare.

Il titolo della rubrica, Galja, guljaj riprende quello di uno degli hit di Srednerusskaja vozvyshennost’, gruppo di “rock simulativo” fondato nel 1986 da alcuni artisti dell’underground moscovita nell’intento piuttosto scoperto di creare una parodia demenziale della moda rock che furoreggiava allora in Urss.

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