Francesca Pasini

paciConosciamo gli altri? No. Lo conferma l’elezione di Trump. Tuttavia la reazione è ancora fondata sul criterio di rifiuto speculare. L’arte, creando una mediazione attraverso il soggetto che s’incarna in una specifica figura, può divaricare questo criterio e favorire il confronto con zone della propria identità meno affioranti. È la “scossa dei nervi”, come diceva Virginia Woolf, che modifica la conoscenza di sé facendo emergere relazioni non convenzionali. La lista di figure, opere, romanzi, film, che mette sotto choc il comune senso di accettazione è, per fortuna, lunga.

Eppure non è facile oltrepassare i confini. La critica al sistema incessante di tweet, facebook, condivisa da molti, non riesce a stanare il lupo che sta a guardia della tana globale. Trump si è rivolto al disagio profondo dell’America, e ha vinto. Ma il disagio rispetto a chi non condividiamo rimane. È peraltro il grado zero per costruire il senso critico e non subire la dittatura del più forte. Quindi, non è proprio semplicissimo.

L’arte aiuta? Sì. Ma c’è un ma: quando ci accorgiamo che quell’opera, quel romanzo, quel film incide sul nostro comune senso di accettazione? Spesso troppo tardi – “dopo che tutti abbiamo le orecchie malate di Beethoven” (Adolf Loos, Parole nel vuoto, Adelphi). Oggi, più di prima, non possiamo permetterci rinvii rispetto alla percezione artistica, politica, culturale: se vogliamo guarire le nostre orecchie affette, non più dalle dissonanze di Beethoven, ma dalla sordità rispetto all’altro.

Adrian Paci offre una figura di questo processo. In due mostre a Milano (al Museo Diocesano, a cura di Gabi Scardi, e alla Galleria Kaufmann Repetto) dà volto, in senso proprio, all’elaborazione del dolore privato di una tragedia pubblica che si consuma ogni giorno sotto i nostri occhi. Per parafrasare Loos, quando tutti avremo il corpo ferito allo stesso modo, riconosceremo il dramma? Spero di no, lo abbiamo già visto nella guerra “tradizionale” degli anni Quaranta.

Adrian Paci interrompe questo processo di liberazione a posteriori e ci permette di vedere e sentire il dolore di Rasha Miech, “Ho trentacinque anni e sono di origine palestinese”. Così comincia il suo racconto, registrato in un bellissimo video. Un’icona che Paci amalgama ai dipinti raccolti nel Chiostro del Museo Diocesano. Colori scuri, abbruniti, con lampi di luce che fanno venire in mente Caravaggio. Ma la collocazione non è determinante rispetto alla forza emotiva. Colpiscono l’immagine fissa del volto, le smorfie della bocca, gli occhi bassi, ciechi, la concentrazione nella ricerca delle parole, che non capiamo. Lei parla arabo e non c’è traduzione. Basta guardare per rendersi conto che non si tratta di un semplice racconto, ma della decisione di dire pubblicamente la sua vita. Ogni tanto si tocca la faccia con le dita, si morde il labbro, allontana i capelli: i gesti dell’imbarazzo di fronte al proprio stesso dolore. Basterebbe questo per capire i soprusi e le ferite di una giovane donna palestinese.

Adrian Paci sceglie di pubblicare la traduzione in un manifesto: un fermo immagine ripiegato come una rivista. Tutti lo possono prendere. Lì, la parola scritta descrive quello che abbiamo provato guardando Rasha, ascoltandola senza capire la sua lingua. Scatta la “scossa dei nervi”: quante volte il corpo dice cose non scritte, quante volte l’impedimento linguistico tiene lontane le ragioni dell’altro. Quest’immagine sfocata, intima, densa s’intaglia nel disagio di oggi. Mi auguro che affiori tutte le volte che ci si trova davanti a chi non rientra nel comune senso di accettazione, quando viene sia da “fuori” sia da dentro “casa”.

Alla galleria Kaufmann Repetto, nel video Interregnum, la “scossa dei nervi” riguarda l’universo comunista. Paci ne dà una lettura politica inedita ed emozionante. Crea un montaggio delle immagini d’archivio dei funerali di Lenin, Stalin, Mao, Zhou Enlai, Tito, Kim Il-Sung, Enver Hoxha – ma sottraendo dalle immagini il loro corpo. Un corteo mondiale che mette a fuoco il dolore reale di uomini, donne, bambini, ripresi in primo piano in lacrime, o da lontano in code chilometriche. Funerali e commemorazioni simili si sono ripetute in tutti i paesi di cultura comunista. E così le immagini, le divise, i panorami si accavallano e si susseguono senza soluzione di continuità. Non ci sono feretri, non ci sono discorsi; solo i corpi anonimi dei singoli sconvolti da un dolore profondo, che va di là della spontanea commozione.

Adrian Paci è nato a Scutari in Albania nel 1969 ed è arrivato in Italia nel ’97. Forse ha assistito al funerale di Enver Hoxha (11 aprile 1985), certo sa bene come si viveva in un paese comunista. La sua grande dedica al dolore personale per la perdita del Capo Simbolico è una critica complessa, poco irrigidita dall’aspetto teorico: mostra la realtà vivente di un’utopia in cui effettivamente popoli interi hanno creduto, patito soprusi, provato orgoglio di sentirsi una forza del mondo. La stessa cosa racconta in modo altrettanto magistrale la scrittrice premio Nobel Svjatlana Aleksievič, in Tempo di seconda mano (Bompiani 2015): anche lei sceglie persone comuni che le raccontano la vita in Russia, mostrando i dolori e il rimpianto di un’identità che rimangono nelle coscienze e nella difficile elaborazione della Russia di oggi.

La morte ha liberato il pianto e il dolore dei singoli che, dice Paci, “non era contemplato nella società comunista”. Mettendo in primo piano il corpo, le lacrime, i volti di chi è vissuto in quell’epoca e in quei paesi, fa sì che essi stessi funzionino da confini dei singoli stati. Una geografia umana dove partecipazione e connivenza non sono scindibili. Ma oggi che ci siamo resi conto che la libertà non dipende da chi governa, la visione di Adrian Paci è un’emozionante lezione di storia.

La “scossa dei nervi” prodotta dalle sue opere avverte che vedere viene prima di leggere (Rasha): che il corpo del singolo è il luogo dove la conoscenza non convenzionale della storia (Interregnum) può creare un comune senso di accettazione.

Adrian Paci

The guardians

a cura di Gabi Scardi

Milano, Museo Diocesano (Chiostri di Sant’Eustorgio), dal 28 marzo al 25 giugno 2017

The people are missing

Milano, Galleria Kauffman Repetto

dal 29 marzo al 29 aprile 2017

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Una Risposta a Adrian Paci, dagli interregni del tempo

  1. Federico La Sala ha detto:

    UNA SCOSSA DI NERVI. Un omaggio a Virginia Woolf, Francesca Pasini, e a Adrian Paci …

    CONOSCIAMO NOI STESSI?! CONOSCIAMO NOI STESSE?! NO!
    Conosciamo gli altri? No. Lo conferma l’elezione di Trump. Tuttavia la reazione è ancora fondata sul criterio di rifiuto speculare. L’arte, creando una mediazione attraverso il soggetto che s’incarna in una specifica figura, può divaricare questo criterio e favorire il confronto con zone della propria identità meno affioranti. È la “scossa dei nervi”, come diceva Virginia Woolf, che modifica la conoscenza di sé facendo emergere relazioni non convenzionali…

    Adrian Paci è nato a Scutari in Albania nel 1969 ed è arrivato in Italia nel ’97. Forse ha assistito al funerale di Enver Hoxha (11 aprile 1985), certo sa bene come si viveva in un paese comunista. La sua grande dedica al dolore personale per la perdita del Capo Simbolico è una critica complessa, poco irrigidita dall’aspetto teorico …

    SUL FILO DI QUESTE NOTE RIPRESE DALLA BRILLANTISSIMA RECENSIONE DI FRANCESCA PASINI DEL LAVORO DI ADRIAN PACI … NEL TENTATIVO DI AGGIUNGERE “SCOSSA DI NERVI” A “SCOSSA DI NERVI”, MI SIA CONSENTITO INVITARE A PRENDERE ATTO DELLA “SCOSSA DEI NERVI” SUBITA DA RENZO DE FELICE – NELLO STUDIARE LA VITA DI MUSSOLINI E LA STORIA DEL FASCISMO – E DELLA NECESSITÀ DI RICOMINCIARE DA “CAPO” (cfr.: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5889)!

    Federico La Sala

    P.S.

    SUL TEMA, ANCORA, SI CFR.: LO SPIRITO CRITICO E L’AMORE CONOSCITIVO. LA LEZIONE DEL ’68 (E DELL ’89). Un omaggio a Kurt H. Wolff e a Barrington Moore Jr. – http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=3085.

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