Giulia Bertoluzzi

p06-1_472270_largeTunisi - Avvolto da una nebbia di fumi e di birra, Zeid Hamdan è chino sulla tastiera dello Yuka, uno dei locali più gettonati dalla scena indie tunisina sulle spiagge isolate di Gammarth. In tournée con l’egiziana Maii Waleed, Zeid Hamdan trascina lo Yuka in un’atmosfera ritmata dai timbri hip hop che lui stesso ha portato sulla scena araba alla fine degli anni ’90.

Considerato da CNN una delle figure culturali più influenti del Libano, Zeid Hamdan è il padre spirituale della musica underground libanese, con 20 anni di carriera, 20 album e 10 colonne sonore, tra cui Barakah meets Barakah, primo film saudita alla Berlinale e recentemente Mr Gay Syria, sulla vita dei rifugiati siriani omosessuali in Turchia, in produzione su crowdfunding.

Nato nel 1976 a Beirut debutta nel 1997 con Yasmine Hamdan fondando i Soapkills, ormai duo cult a livello internazionale. E’ stato precursore non solo di un genere musicale, la trip hop araba e l’elettro-araba, ma anche di un’epoca musicale. Tuttora, le note di Enta Fen, canzone ispirata alla canzone della diva egiziana Oum Kalthoum, levano un coro in tutte le sale da Beirut, al Cairo, fino a Tunisi.

Una mano sulla tastiera e l’altra sui piatti, Zeid incalza la voce setosa di Mai Waleed. Non lascia la sala nemmeno dopo il concerto, per restare in compagnia del pubblico tunisino fino all’alba. “Ho l’aereo tra qualche ora per Beirut” si scusa mentre approfitta della notte dall'altro lato del Mediterraneo. Il giorno dopo, accende Skype dal telefono e, come nel videoclip Kalam el Leil, mi porta in giro per Beirut, nel quartiere in cui vive, Ashrafiye, sotto un cielo terso già primaverile.

Con i Soapkills, Zeid diventa la vetrina della generazione cresciuta dopo la guerra civile libanese, finita nel ’90. Il nome stesso, Soap sapone, Kills uccide, si riferisce alla velocità della ricostruzione come per ripulire gli orrori della guerra e fare finta che non fosse mai accaduta. Nello stesso periodo fonda il Lebanese Underground, etichetta indipendente e centro di gravità della musica underground, producendo gran parte dei nuovi talenti. La sfida più grande per Zeid Hamdan è “sempre stata di produrre artisti che cantassero in arabo, in tutti i suoi dialetti”. Sia per ridare una scena alla canzone araba sia per creare un legame sincero con il suo pubblico, che è “giovane e curioso” sorride Zeid ondeggiando per Beirut. Ma “a livello internazionale l’attenzione è arrivata con le primavera arabe e il mio arresto”.

La causa è la canzone General Suleiman, un reggae sarcastico sull'elezione dell’ex capo delle forze armate Michel Suleiman a presidente. Nel videoclip, diretto all’italiano Gigi Rocchi, una banda di giovani beiruttini ballano sotto il sole ripetendo “go home, General”. Il video risale agli uffici della sicurezza nazionale nel bel mezzo delle rivolte in Siria. Le autorità libanesi, ben decise a evitare una primavera dei cedri, accusano Zeid Hamdan di offesa al presidente. Ma se in carcere resta solo 24 ore, la sua storia finisce sulla stampa internazionale, che si incuriosisce alla sua musica.

“Se scrivo una canzone d’amore, sarà tra due amanti che non possono incontrarsi a causa di una crisi, di una guerra o di una frontiera” quindi Zeid descrive la sua produzione come una musica impegnata, ma non politicamente ovvia.

In quegli anni di fermento politico, culturale e artistico il regista Fared Islam gira Yallah Underground, documentario sulla scena musicale indipendente, recentemente proiettato al SeeyouSound Festival di Torino. Il film spazia dalla Tunisia, all’Egitto, alla Palestina e mostra l’opera di molti artisti tra cui Donia Massoud o Tamer Abu Ghazaleh, altro capofila della scena indipendente, oltre al ruolo da padrino consacrato a Zeid Hamdan. “Allora, si percepiva un’ondata di speranza e gli artisti si sentivano tutti interconnessi”, ma dopo quattro anni di guerra in Siria e restaurazioni militari, le connessioni tra paesi si sono frantumate così come quelle tra artisti che sono ora più soli e isolati che mai. Alludendo non solo al mondo arabo ma anche all’Europa, in cui suona regolarmente, aggiunge: “Sono momenti bui, in cui la libertà sta morendo per lasciare spazio alla paranoia e la paura dell’altro, ma libertà e amore continuerò a cantarle nonostante il clima di tensione”.

 

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi

THIS ARM / DISARM
Le macchine armate di Paolo Gallerani in un filmato di Maurizio Gibertini - Milano 10 marzo guarda il trailer