Elections présidentielles 2017 France-1Nello Speciale:

  • Andrea Inglese, Meditazione sull’elettore incompetente
  • Davide Gallo Lassere, Le lotte antirazziste a un anno dalla Loi Travail
  • Jamila Mascat, Mais que fait la police? Stato d’elezione e d’ordinaria emergenza

 

 

Meditazione sull’elettore incompetente

Andrea Inglese

PrintSiccome è appurato che, con la società liquida, anche l’elettorato diventa liquido, e tutto va verso la magnifica fluidità iper-moderna, anche e soprattutto le credenze, in ispecie quelle politiche che consolidavano i comparti elettorali con la loro auspicata corrispondenza tra interessi di classe e espressione di voto, siccome tutto questo vecchio mondo, psico e socio-rigido si sfalda, qualcuno lamenta una generale impreparazione dell’elettorato. L’elettorato, oggi più che mai, improvvisa e in modo approssimativo. Questa diseducazione è funesta alla democrazia, come la storia europea ha ampiamente dimostrato, con l’idiozia di quei tedeschi che nel 1933 votarono Hitler, per poi pentirsene al più tardi il 7 maggio del 1945, ossia il giorno della resa incondizionata della non più grande Germania. In questa fase di populismi ribollenti, il richiamo a una maggiore compostezza dell’elettorato è un atto di buona volontà democratica. Su questo non ci sono dubbi. Ce ne sono invece enormi su come condurre l’elettorato cialtrone, a una chiaroveggenza sui limiti entro i quali una democrazia può ancora più o meno funzionare. Questo discorso, ovviamente, non vale per coloro che considerano la democrazia parlamentare non tanto una pura forma in attesa di un’eventuale sostanza, ma semplicemente una carnevalata non degna d’interesse per chi sta lavorando attivamente alla rivoluzione anti-capitalistica. È anche vero, d’altra parte, che se si prendesse la democrazia alla lettera, essa costituirebbe probabilmente il caso di un regime che non ha bisogno di rivoluzioni per modificare radicalmente le proprie istituzioni e migliorare realmente le condizioni di vita della maggioranza dei propri cittadini. Una democrazia benintesa e ben funzionante, infatti, dovrebbe integrare nella sua esistenza ordinaria il principio di una critica radicale nei confronti di se stessa, e nello stesso tempo, come ha mostrato Cornelius Castoriadis, il principio di un auto-limitazione, dal momento che nulla costringe l’ordine sociale umano (né la natura né le leggi della storia) se non quest’ordine stesso.

Ma torniamo con i piedi per terra, alle elezioni francesi, in un regime democratico che funziona, da tempo, come un’oligarchia tronfia, e che potrebbe ritrovarsi un presidente di estrema destra come Marine Le Pen, scelta da un elettorato bue, che s’immagina così di risolvere il male neoliberale che lo minaccia nella sua vita di ogni giorno. È di fronte alla bruttura di questa ipotesi non irrealistica, che qualcuno reclama una revoca del voto agli irresponsabili, previa rieducazione civica, etica, politica. A rigor di logica democratica, però, nel momento in cui acquistasse finalmente ascolto un partito per il voto responsabile, si formerebbe, nel giro di qualche tempo, un partito altrettanto agguerrito del voto irresponsabile. E saremmo daccapo. Bisognerebbe d’altra parte capire, in che senso una democrazia – regime tra i più esigenti e difficili da perseguire, come una semplice assemblea condominiale dimostra – può rendere responsabili i suoi elettori. Sappiamo bene, ad esempio, quanto poco siano benefici in questo senso i media di massa, manipolatori più che informatori, e proni al soldo del capitale o semplicemente al tasso di gradimento. Tacitarli attraverso un meticoloso oscuramento, parrebbe però anticipare, inverandola con efficacia, proprio l’eventualità tanto temuta di un fascismo in arrivo, di quelli letterali e non metaforici. Si potrebbe scegliere una via più legittima, quella dell’educazione scolastica. Venga concesso il voto solo a chi esce a pieni voti dalla maturità. Ma sarà sufficiente, per sventare il diciottenne affascinato dalla pena di morte e dalla polizia dal grilletto facile? E, soprattutto, basterà uscire a pieni voti da un istituto tecnico o professionale o la chiaroveggenza democratica abbisogna di un cursus studiorum propriamente liceale, magari con obbligo del latino? Viste, però, le lagnanze sul livello basso della nostra scuola secondaria e sulla pressoché universale fragilità ortografica e grammaticale delle nuove generazioni, non resterebbe che affidare alla solida formazione universitaria tre + due la coscienza democratica indispensabile al voto razionale. Ma dei laureati in fisica meccanica, in paleografia greca o in letteratura russa, davvero possono capirne qualcosa di come funziona il complesso edificio giuridico e politico di un sistema democratico attuale? Se ci fosse un generoso budget per l’università, si potrebbero considerare dei master obbligatori in “voto democratico” da impiantare in tutte la facoltà, ma viste le risorse attuali, bisognerebbe forse limitare il corpo elettorale a chi ha studiato diritto, scienze politiche, economia e, nel caso francese, estenderlo ai frequentatori delle grandes écoles.

Con la soppressione degli inaffidabili media di massa, per evitare l’ascesa dei populisti incontrollabili si rischiava di approntare un “fascismo-chiavi-in-mano”, ma qui, con la preoccupazione di avere un corpo elettorale competente e esperto, si ritorna un po’ a quelle forme di oligarchia da Statuto Albertino, con individui votanti altamente selezionati per capacità (e in quel caso anche per censo), tali da rappresentare circa il 2% della popolazione. Sicuramente, abolendo le snobistiche restrizioni legate al censo e stando alle percentuali dei laureati italiani nel 2016 nella fascia tra i 30 e 34 anni (25,3%), allargheremmo di non poco quella esigua rappresentanza risalente al 1861. Ma bisognerebbe, ricordiamolo, scorporare dal totale tutti i laureati in discipline non pertinenti (fisica meccanica, paleografia greca, ecc.).

A rifletterci bene, questa storia degli elettori diseducati o maleducati, e di come si potrebbero eludere le loro scelte sventate non è di facile soluzione. La democrazia stessa, poi, sembra ormai essere condannata a vestire i panni dell’oligarchia o del populismo, quando né l’una né l’altro possono pretendere minimamente di esserne una sana espressione. Ma queste opposte minacce non sono così estranee alla realtà storica della democrazia, che come ha ricordato Jacques Rancière in L’odio per la democrazia, un saggio del 2005 (Cronopio, 2007), ne definiscono fin dall'inizio lo statuto ibrido, attraversato da tensioni profonde. Cito (traduzione mia): “Quel che la democrazia vuole dire è precisamente questo: le forme giuridico-politiche delle costituzioni e delle leggi statali non riposano mai su una sola e medesima logica. Ciò che si chiama ‘democrazia rappresentativa’ (…) è una forma mista: una forma di funzionamento dello Stato, inizialmente fondato sul privilegio delle élite ‘naturali’ e distolto a poco a poco dalla sua funzione grazie alle lotte democratiche. (…) La democrazia non s’identifica mai con una forma giuridico-politica. Questo non vuol dire che sia indifferente ad essa. Vuol dire che il potere del popolo è sempre al di qua e al di là di queste forme. Al di qua, perché queste forme non possono funzionare senza riferirsi in ultima istanza a quel potere degli incompetenti che fonda e nega il potere dei competenti, a quell'uguaglianza che è necessaria al funzionamento stesso della macchina dell’ineguaglianza. Al di là, perché le forme stesse che inscrivono questo potere sono costantemente oggetto di riappropriazione, attraverso il gioco della macchina di governo (…).”

Può esserci, allora, malgrado tutto un ethos, un abito democratico, che varrebbe la pena di difendere, e magari di ribadire in occasioni di importanti appuntamenti elettorali? Io credo che si possa riassumere in questo: gli incompetenti facciano in modo di prendere la parola, di uscire dalla loro condizione silenziosa verso lo spazio pubblico, in tutte le forme che è loro consentito o che è necessario consentire. E questa attitudine non è, a ben guardare, imparentata con il populismo delle varie destre nordamericane o europee. L’idea di un populismo fluido, pronto a seconda dei cambi d’umore a virare indifferentemente verso l’estrema sinistra o l’estrema destra, è senz’altro ben accetta dall’oligarchia, anche perché incute paura di fronte all'eventualità di mettere in discussione l’impianto neoliberista della società attuale. In realtà, il populismo di destra ha una struttura ideologica incompatibile con quello di sinistra. Lo statunitense John P. Judis, in un saggio recente sulla storia del populismo nordamericano, ne offre una sintetica spiegazione: “Il populismo di sinistra difende il popolo contro un’élite o l’establishment. È una politica verticale, dove chi sta in basso e chi sta in mezzo si alleano contro chi sta in alto. I populisti di destra difendono il popolo contro un’ élite che viene accusata di proteggere un terzo gruppo, costituito da immigrati, musulmani, militanti neri. Il populismo di sinistra è binario. Il populismo di destra è ternario” (The Populist Explosion, Columbia Global Reports, 2016). Quest’ultimo ha bisogno anche di un nemico che venga dal basso e che si sia appropriato senza legittimità di qualche privilegio sociale, al quale non avrebbe diritto per ragioni etniche, culturali o morali. Insomma, il buon ethos democratico non è minacciato da una presunta incompetenza, che anzi, come ricordava Rancière, ne è in qualche modo garanzia fondamentale, ma da un’originaria opzione inegualitaria che poco c’entra con le condizioni materiali di vita. E come conclude Éric Fassin, al termine di Populisme: le grand ressentiment (Textuel, 2017), l’elettore più che di essere educato ha bisogno di essere appassionato: se non si può trasformare magicamente il risentimento del populista di destra in rivolta, “in compenso è necessario impegnarsi a rovesciare il disgusto astensionista in gusto elettorale”. Bisogna, insomma, chiamare gli incompetenti al loro compito “democratico” per eccellenza: mettere il bastone tra le ruote agli esperti. E il voto è un primo passo in questa direzione.

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Le lotte antirazziste a un anno dalla Loi Travail

Davide Gallo Lassere

La mobilitazione della primavera 2016 è iniziata con la contestazione della Loi Travail per assumere immediatamente una portata molto più ampia e generale, che è sembrata andare ben aldilà della Loi Travail. Ciò non tanto perché la Loi Travail non sia qualcosa di importante o perché la contestazione di questa legge sia rimasta marginale nel movimento, bensì per due altre ragioni. Innanzitutto, perché questa legge si salda perfettamente con l’insieme dei rapporti sociali esistenti; perché fa sistema con il quadro normativo e istituzionale del presente francese, e più largamente del presente europeo (si può sostenere che, un anno fa soltanto, questa legge potesse essere considerata come l’anello mancante dell’attuale regime europeo del salariato). E in secondo luogo, il legame tra Loi Travail e questo mondo, e dunque tra critica della Loi Travail e critica di questo mondo, è coerente perché, oggi più che mai, il lavoro è diventato pervasivo: vi sono state, a partire dalla svolta degli anni ’70, un’estensione e un’intensificazione molto avanzate della messa al lavoro dei soggetti e della valorizzazione in termini capitalistici del sociale rispetto a quanto accaduto in epoche precedenti.

Ci si è perciò resi conto rapidamente - e a ragione - che non è soltanto la Loi Travail che pone problema, ma che è il mondo, di cui la Loi Travail è la punta di diamante, che deve essere criticato. Tale mondo è il frutto del processo di ristrutturazione scaturito negli anni ‘70 in reazione alle lotte operaie e ai movimenti sociali dell’epoca. Si è trattato di una vera e propria “rivoluzione dall’alto” messa in atto dalle classe dominanti, a colpi di innovazione tecnologica, di innovazione organizzativa, di delocalizzazioni ecc. al fine di ristabilire il governo sul sociale e di rilanciare l’accumulazione del capitale. Aldilà della repressione, l’offensiva dei movimenti sociali degli anni ‘60 e ‘70 è stata infatti domata e sconfitta anche grazie all’intelligenza del capitale, che ha saputo rinnovarsi e ristrutturarsi. L’innovazione sociale e la riconfigurazione degli assetti economici, però, sono andate di pari passo con una profonda riorganizzazione della forma-Stato. Abbiamo assistito, a partire dalla metà degli anni ‘70, a due processi paralleli, che sono culminati con la crisi del 2007-08: da un lato una profonda precarizzazione del lavoro, e dall’altro un accentuarsi delle tendenze autoritarie insite nelle democrazie liberali: Loi Travail e Etat d’urgence in Francia, JobsAct e decreto Minniti in Italia, i memorandum e l’esautoramento del parlamento prima, del governo poi e del referendum infine in Grecia. Ed è in seno all’UE che questi processi si sono acutizzati e manifestati in modo particolarmente violento: violenza del capitale e violenza dello Stato, violenza economica e violenza politica. Ossia processi di precarizzazione e impoverimento, di una nuova grande trasformazione del mondo del lavoro appunto; e processi di de-democratizzazione, processi di post-democratizzazione o di egemonia crescente di forme di governo impermeabili a qualsiasi istanza proveniente dal basso.

Questi due processi - anti-sociali e reazionari, o “estremisti di centro” per dirla con Balibar - hanno determinato il passaggio dal controllo dei soggetti tramite il welfare, a un controllo che articola workfare e warfare: ossia una tendenza alla sotto-occupazione precaria, da un lato, e alla centralità maggiore delle tecnologie securitarie, della polizia e delle prigioni, dall’altro.

In Francia, a causa del proprio passato e del proprio presente coloniale, chi subisce più duramente gli effetti di questa doppia ristrutturazione - del mondo del lavoro e della sfera statale - sono le soggettività post-coloniali; ossia i soggetti di origine (o presunta origine) araba e africana. E si tratta proprio di quei soggetti che hanno disertato la chiamata alle armi dell’anno scorso, che non si sono massicciamente mobilitati e che non sono scesi in piazza e nelle strade: né a marzo, con i blocchi dei licei e le iniziative universitarie; né ad aprile con le “occupazioni” delle piazze; né a maggio, con gli scioperi; né nelle oltre quindici manifestazioni che hanno costellato la mobilitazione, da marzo fino a luglio. Motivo della diserzione - perlomeno per come esso veniva declinato da diversi collettivi presenti nei quartieri popolari e in banlieue: noi, i neri e gli arabi, la Loi Travail la viviamo quotidianamente da decenni. Stesso discorso per l’Etat d’urgence: le violenze poliziesche sono il pane quotidiano che ci viene propinato non per quello che facciamo - come voi militanti bianchi - ma per quello che siamo; non perché protestiamo in piazza, ma perché viviamo nei nostri quartieri!

Ora, a partire dal luglio scorso, in concomitanza con la fine della mobilitazione contro la Loi Travail, si sono messi in piedi dei percorsi rivendicativi molto interessanti da parte di queste soggettività, delle mobilitazioni contro il razzismo strutturale dello Stato francese che non denunciano le pratiche razziste della polizia, ma le pratiche di una polizia razzista. Queste mobilitazioni (come, per esempio, la recente Marche de la dignité), hanno però delle difficoltà a compiere quel salto qualitativo che il movimento femminista è riuscito ad effettuare ultimamente, articolando denuncia delle violenze di genere e contro il corpo delle donne (stalking, stupri, femminicidi, ecc.) e istanze che hanno a che vedere col lavoro, col welfare e con i diritti sociali. È il rinnovo della pratica dello sciopero - lo sciopero dei generi - che ha permesso questo salto qualitativo; che ha catalizzato e promosso questa giunzione. In Francia, le lotte antirazziste - per il momento perlomeno - non hanno ancora sviluppato dei percorsi organizzativi in grado di articolare critica della mano destra dello Stato (ordine, repressione, ecc.), per citare Bourdieu, e critica della mano sinistra dello Stato: welfare assimilazionista, sistema di assicurazioni, educazione, sanità, diritto alla casa, ecc. Chiaramente non si tratta di abbandonare la critica delle violenze poliziesche in favore della critica dell’articolazione tra questione sociale e questione razziale, ma di integrare le due prospettive. Tale posta in palio appare decisiva se si vuole sostenere l’autonomia dei quartieri popolari e delle lotte antirazziste. Prendiamo due esempi recenti: Adama Traoré (il ragazzo che è stato assassinato nel luglio scorso dalla polizia, proprio due settimane dopo l’ultima manifestazione contro la Loi Travail) e Théo Luhaka (il ragazzo che è stato violentato a inizio febbraio dalle Brigades anti-criminalité). La famiglia di Adama è riuscita, grazie anche alla rete di militanti che le si è costituita attorno, a costruire una mobilitazione molto potente ed efficace, in larga misura immune al discorso repubblicano. La famiglia di Théo, invece, vicina alla rete associativa che orbita attorno al PS, la quale dispensa posti di lavoro e assistenza legale e giuridica, creando dunque del reddito, si è immediatamente fatta cooptare da SOS racisme e da altri gruppi posizionati sotto l’egida del PS.

Tale vicenda, come mille altre del resto, può fornire lo spunto per procedere al rovesciamento della maniera attraverso la quale siamo stati abituati a porre la questione del reddito sociale, teorizzandola e praticandola a partire dalla punta più avanzata dello sviluppo capitalistico, ossia attorno al lavoro intellettuale e cognitivo, alla cooperazione sociale, ecc. Per dirlo con una metafora spaziale cara a Bifo, per vedere tutte le potenzialità del reddito, sembra che bisogni portarlo a Sillicon Valley. È probabilmente altrettanto importante - tanto più in un contesto specifico come la Francia - guardare al reddito sociale a partire da dove i processi di ristrutturazione capitalistica si riversano in modo più duro e violento: ossia in banlieue, nelle periferie delle grandi città e nei quartieri popolari, intersecando così la questione del reddito con le lotte anti-razziste - visto che in Francia banlieue è fondamentalmente sinonimo di "neri e di arabi", ossia di soggetti razzializzati.

È su tale questione che abbiamo appena cominciato un percorso di inchiesta, confrontandoci per il momento con circa centoventi giovani della banlieue Sud e della banlieue Nord di Parigi: ciò che è già cominciato ad emergere dai primi incontri, aldilà di tutta una serie di contraddizioni sintomatiche, è la potenzialità del reddito in termini di immaginario e in termini di prospettive di auto-determinazione. Tra le varie espressioni attraverso cui definire il reddito (di cittadinanza, di esistenza, garantito, ecc.) ci pare perciò particolarmente azzeccata la formula adottata dalla piattaforma rivendicativa di Non una di meno: reddito di auto-determinazione.

Il testo riprende l'intervento presentato al Bios Lab di Padova il 7 aprile 2017 a sostegno delle CLAP

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Mais que fait la police? Stato d’elezione e d’ordinaria emergenza

Jamila Mascat

Una fucilata sugli Champs Elysèes, un poliziotto ucciso da un colpo a fuoco (e altri due feriti), l’aggressore abbattuto anche lui, per mano dei colleghi della prima vittima, un tweet della Prefettura che comunica l’evacuazione della zona, la pista terrorista evocata da François Hollande, poi confermata dalla rivendicazione di Daesh, e tutto ovviamente ancora in attesa di delucidazioni ufficiali. Lo script non ha nulla di sorprendente e l’episodio si lascia facilmente annoverare nella lunga lista dei micro-attentati (micro per distinguerli dai bagni di sangue, senza dire nulla rispetto alla specificità dei bersagli designati) che la Francia ha conosciuto nel corso degli ultimi due anni. Che tutto ciò avvenisse il 20 aprile intorno alle 21.00, durante l’ultima parata televisiva degli 11 candidati in chiusura della campagna presidenziale e a tre giorni dal voto, ha solo precipitato l’effetto straniante di obbligare inaspettatamente tutti i pretendenti a commentare l’evento in tempo reale negli ultimi minuti a disposizione per rivolgersi agli elettori. A controcorrente in mezzo alla costernazione diffusa dei “grandi” candidati, suona blasfema la dichiarazione di Philippe Poutou, il “piccolo” candidato operaio del Nouveau Parti Anticapitaliste , che ribadisce la necessità di “mettere fine alle violenze della polizia” e di disarmare le forze dell’ordine. Una presa di posizione polemica che, lungi dal compiacersi del gusto della provocazione, reagisce all’approvazione definitiva della nuova legge sulla sicurezza pubblica, varata con protocollo accelerato dal Senato due mesi fa (16 febbraio 2017) per estendere ai corpi di polizia le licenze di tiro finora concesse ai gendarmes (ai carabinieri) e “ammorbidire” i margini per il ricorso alla legittima difesa.

Adottata in corsa dal governo socialista, questa misura intendeva alleviare il malcontento di centinaia di poliziotti furiosi e apparentemente non paghi delle concessioni accordate dalla Loi du 3 juin 2016 che già rinforzava i mezzi d’azione a disposizione delle forze dell’ordine nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata. La furia della polizia è montata lo scorso autunno, dopo l’incendio a ottobre di due auto di pattuglia a Viry-Châtillon, periferia a Sud di Parigi, che aveva ferito quattro uomini in uniforme; ed è esplosa in una raffica inattesa di manifs des flics, spontanee, notturne, incontrollate e inquietanti, che sfilavano, proprio sugli Champs Elysées, chiedendo compensazioni economiche, giudiziarie e di status per l’intensificazione delle prestazioni e degli sforzi compiuti nell’ultimo periodo. Ironia della sorte (o vergogna del governo socialista), la rabbia si è placate a febbraio, con il varo della legge sulla sicurezza mentre scoppiava il caso di Théo Luhaka, giovane fermato dalla polizia nella banlieue di Aulnay-sous-Bois, umiliato di insulti razzisti, stuprato con un manganello, e poi finito in ospedale con una lacerazione anale di 10 cm.

Sullo sfondo di queste vicende ravvicinate, il senso di insicurezza diffuso all’indomani degli attentati del 13 novembre, il consenso accordato alla svolta securitaria inaugurata da un interminabile état d’urgence e dalla sua costituzionalizzazione, il dissenso – lievitato esponenzialmente durante i mesi di mobilitazione contro la Loi Travail– nei confronti delle forze dell’ordine, e il non-senso evidente di un ordine imposto con la forza identificano quattro punti cardinali che hanno finito per far perdere la bussola a tanta parte della gauche francese sulle questioni di dis-ordine pubblico.

Lacrime agli occhi

Pierre Douillard-Lefevre è uno studente di Nantes che il 27 novembre 2007, sedicenne, partecipa a una manifestazione contro la LRU, il disegno di legge sull’autonomia delle università, e finisce per perdere l’occhio destro per colpa di un tiro di flashball. Da allora ha avviato una lunga impresa giudiziaria, che nel 2013 ha visto confermare in appello l’assoluzione del poliziotto che lo ha menomato, ma che ancora non si è conclusa, perché Pierre ha fatto di nuovo ricorso presso il tribunale amministrativo. Studente in sociologia, nel 2016 ha pubblicato un saggio intitolato L’arme à l’oeil , in cui ripercorre le tappe del vorticoso processo di militarizzazione delle tattiche di intervento della polizia nella gestione della piazza: dalla dispersione alla mutilazione dei corpi.

Per Douillard l’anno di svolta è il 1995, la data di istituzione sul territorio nazionale delle BAC, le Brigades Anti-Criminalité – già in azione in alcuni dipartimenti a partire dagli anni ‘70 e diventate progressivamente il volto odiato della polizia nelle banlieues (o Zones urbaines sensibles/ZUS) – e la data di nascita del Plan Vigipirate antiterrorismo (ancora in vigore) dopo l’attentato della metro di Saint-Michel orchestrato dal Groupe Islamique Armé (GIA) algerino. La storia che va dagli anni ‘90 ad oggi è la storia di una smisurata intensificazione di violenza e repressione (durante la quale la circolazione di flashball e altri dispositivi semiletali è cresciuta spropositatamente) che tuttavia, a dispetto del loro portato distruttivo, appaiono quasi socialmente metabolizzate. Per dimostrare il livello di assuefazione diffuso, complice il rimbombo di un delirio sulla sicurezza che eccede i confini del suolo francese, Douillard compara le reazioni suscitate dalla morte di un giovane studente di 22 anni, Malik Oussekine, ucciso a calci e manganellate nel 1986 da una coppia di carabinieri delle brigate motorizzate al termine di una manifestazione a Parigi contro la riforma universitaria Devaquet, e le tiepide reazioni che hanno fatto seguito all’assassinio del ventunenne Rémi Fraisse, colpito da una granata della polizia a Sivens, dove manifestava insieme ad altri militanti ecologisti contro la costruzione della diga in cantiere a ottobre del 2014.

Se le mobilitazioni di massa in risposta alla morte di Malik Oussekine avevano portato alle dimissioni del ministro Devaquet e al ritiro del disegno di legge omonimo, oltre che alla soppressione delle brigate motorizzate e alla sanzione dei responsabili dell’omicidio, la morte di Rémi Fraisse è stata accompagnata da una risposta ancor più repressiva nei confronti delle proteste insorte per denunciare la sua uccisione. L’analisi di Douillard, solo parzialmente condivisibile nella misura in cui non sembra tenere abbastanza conto delle diverse congiunture sociali in cui sono accaduti i due tragici assassini, rinviene dunque in una fetta crescente dell’opinione pubblica un meccanismo di ingestione e digestione progressiva della violenza subita, che il sociologo interpreta azzardando un’ipotesi interessante. Da cosa nasce l’abitudine alla violenza? Dalla sperimentazione sempre più pervasiva di tecniche militarizzate di controllo dei corpi (dalla nasse agli elicotteri passando per i gas lacrimogeni e le armi da tiro) che ha preso forma simultaneamente in spazi distinti – e in certo senso perfino non-comunicanti – ma “ugualmente” suscettibili di essere presi di mira dalle forze dell’ordine. Questo avrebbero in commune i quartiers populaires, i luoghi della contestazione (le piazze, le ZAD, i luoghi di lavoro), gli stadi e le frontiere. In questi quattro spazi prototipici, dove pure si collocano corpi diversi destinati ad essere brutalizzati per motivi diversi (alcuni per quello che sono, altri per quello che fanno, altri per come appaiono, e altri ancora per tutte le suddette ragioni), si dispiegano strategie poliziesche simili, attuate per mano degli stessi soggetti istituzionali, ovvero le forze dell’ordine.

Ma possiamo leggere in questa incontestabile escalation, ricostruita da Drouillard, un processo di semplice degenerazione del ruolo della polizia da servizio pubblico (les gardiens de la paix) ad attività paracriminale? Possiamo agilmente tracciare una distinzione tra norme ed eccessi limitandoci a contare chirurgicamente i decessi (che pure non sono pochi – 445 in 50 anni)? E’ qui che la bussola della gauche e perfino quella dell’ extrême gauche comincia a vacillare pericolosamente. Ne va non solo della comprensione di un fenomeno macroscopico e fondamentale (la funzione costitutiva delle forze dell’ordine nella preservazione dell’ordine e dell’ordine vigente), ma anche dell’orientamento delle rivendicazioni politiche a venire.

Nemici intimi

Ma è possibile “riformare” la polizia?

Ne Le lotte di classe in Francia, Marx ripercorre l’origine della terza Rivoluzione francese del 1848 e il bilancio della sanguinosa repressione dei moti di giugno (40mila insorti confrontati a un esercito di 150mila soldati e uomini in armi, con il risultato di 5.500 morti, 11.000 arrestati e 4.000 deportati in Algeria tra i ribelli protagonisti dell’insurrezione).

In questo bagno di sangue Marx non intravede il climax di una violenza eccezionale, ma coglie la “forma genuina” dello Stato. Nel dire questo, Marx, in fondo, non dice qualcosa di molto diverso da quello che dice Assa Traorè, sorella di Adama, morto asfissiato dalla polizia ad agosto del 2016, quando denuncia a gran voce le violences d’état. Entrambi, ciascuno a suo modo, rifiutano di considerare la regola un’eccezione.

Ma se l’accostamento pare azzardato, le ricerche di Mathieu Rigouste sul carattere industriale delle violenze poliziesche e sulle pratiche ordinarie del capitalismo securitario permettono di sviluppare un collegamento più capillare. In État d’urgence et business de la sécurité (2016), Rigouste insiste sulla necessità di intendere la questione del mantenimento dell’ordine da parte delle forze dell’ordine, guardando al complesso sistemico e non scomponibile dell’industria della sicurezza. Rigouste invita in primo luogo a diffidare delle letture “individualiste” che tendono a distinguere i comportamenti dei singoli su basi etiche o morali – non perché non ci siano differenze significative tra i singoli, né perché i bravi poliziotti non esistono, ma perché una simile attitudine non permette di capire molto della funzione dei corpi di polizia, in quanto corpi aventi una funzione specifica (e non individui dotati di cuore e cervello, più o meno onesti e più o meno crudeli)

Basandosi su materiale d’archivio reperito presso l ’Institut des hautes études de la Défense nationale, lo studio di Rigouste su L'ennemi intérieur. La généalogie coloniale et militaire de l'ordre sécuritaire dans la France contemporaine (2011) ha il merito straordinario di facilitare le connessioni trasversali – tra centro e periferia, métropole et Outre-mer, anticapitalismo, antirazzismo e anti-imperialismo – di cui l’impegno per le lotte future contro le violenze di stato avrà necessariamente bisogno per essere in grado di produrre ripercussioni significative. Illuminato in tutto il suo spessore storico e geografico, l’arsenale securitario dispiegato a partire dagli anni 2000 – e rinforzato dopo il 2015 a colpi di état d’urgence e opération Sentinelle – contro la minaccia di dentro di islamisti, terroristi, immigrati clandestini e sediziosi d’ogni genere – giovani e lavoratori e abitanti dei quartiers populaires – dimostra di venire da lontano. Più precisamente pare essere un derivato della « dottrina della guerra (contro)rivoluzionaria » che ha fatto scuola in epoca coloniale e durante la Guerra d’Algeria è servita a giustificare l’impiego di metodi a dir poco disumani in nome dell’imperativo di debellare la “gangrena sovversiva rea di marcire il corpo nazionale» . Da allora nel corso della Quinta Repubblica, la teoria controsinsurrezionale ha continuato a svolgere una funzione paradigmatica nell’ispirazione delle moderne tattiche di difesa della sicurezza.

Applicando vecchi metodi a nuovi soggetti (i “dannati dell’interno”, secondo l’espressione di Rigouste, ovvero i sudditi delle colonie prima e gli immigrati postcoloniali poi) la strategia anti-insurrezionale in atto nei tanti focolai di repressione che esistono oggi è diventata una prassi permanente e per alcuni versi inarrestabile, se è vero che il corpo della polizia gode del privilegio di giustificare performativamente la propria esistenza: come gli atti performativi realizzano il contenuto di ciò che enunciano, la forze dell’ordine “realizzano” la delinquenza che combattono.

Questo vale in particolare per le famigerate BAC, che oltre a pattugliare le cités di periferia si dedicano a infiltrare massicciamente le manifestazioni, e sui cui grava, a partire dalle indicazioni matematiche del Ministero degli interni la pressione del risultato, ovvero l’obiettivo di far aumentare il cosiddetto taux d’élucidation dei reati, che permette ai commissariarti di essere adeguatamente ricompensati.

Come spiega Sebastien Rocha, direttore di ricerca presso il CNRS, la logica che sottintende al calcolo di questo tasso è assai perversa: un reato risolto (élucidé, cioè su cui è stata fatta chiarezza) è un episodio rispetto al quale la polizia ritiene di aver raccolto prove sufficienti per inviare il colpevole davanti alla Procura della Repubblica. È quindi la polizia stessa a giocare un ruolo decisivo nella produzione di questa cifra, che risulta dalla divisione della somma totale dei reati “risolti” per il numero dei reati noti attraverso le denunce, e che si presta ad essere facilmente pilotata.

L’ansia da prestazione che tormenta la routine dei poliziotti delle Bac (nate proprio per agire sulla flagranza di reato) riemerge nell’inchiesta etnografica condotta dall’antropologo Didier Fassin tra il 2005 e il 2007, e poi pubblicata nel 2011, La force de l’ordre. Seguendo per due anni gli interventi quotidiani di una pattuglia di Bac all’opera nella periferia parigina, Fassin è riuscito a catturare la profonda insensatezza dell’esistenza di questo corpo di polizia. Afflitte dall’intollerabile susseguirsi di giornate e nottate noiose, trascorse a non far niente, che per disperazione si riempiono di controlli di identità (rigorosamente au faciès) e pratiche vessatorie, le Bac perseguono l’intento di soddisfare i requisiti di produttività imposti dai vertici con il risultato di far polarizzare il livello di tensione e apartheid sociale. Si torna al punto di partenza: Police partout, Justice nulle part, come scriveva Victor Hugo (Choses vues, 8 aprile 1851) e come scandiscono tutti i manifestanti di Francia. Quanto basta per dissuadere i benintenzionati a pensare di poter convertire le strutture istituzionali normalmente (e non eccezionalmente) deputate alla repressione in uno strumento di miglioramento della società e a ricordare che il mantenimento dell’ordine pubblico consiste nella difesa dell’ordine costituito e perciò mal si concilia con il tentativo di istituire un nuovo ordine sociale.

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2 Risposte a Speciale / Francia 2017

  1. Federico La Sala ha detto:

    UNA NOTA A MARGINE.

    ELETTORE INCOMPETENTE E STORIOGRAFIA IN CRISI. La necessità di ricominciare da “capo”: dalla Rivoluzione Francese, da Kant,e da Gramsci… *

    “Carducci giacobino”: “Decapitaro, Emmanuel Kant, Oddio,/ Massimiliano Robespierre, il re” (“Versaglia. Nel LXXIX anniversario della Repubblica Francese”, sulla “Plebe” di Lodi, 2 novembre 1871). Un tema carico di teoria, su cui ricollegandosi al lavoro già di Gramsci in dialogo con Croce, Edoardo Sanguineti (anch’egli poco prima di morire, nel 2007) ha cercato (“Cultura e realtà”, Milano, 2010, pp. 111-122) di chiarire con la sua straordinaria e viva intelligenza il nodo storico-culturale e filologico, proprio per neutralizzare l’“effetto Lucifero” e, finalmente, uscire dall’inferno! Coraggiosamente: ha cercato, ha lottato, ma non è riuscito a venir fuori dal labirinto.

    La questione è filologica, certamente – ma non è solo storica: è filosofica, teologica, e antropologica – e bisogna scavare ancora nella direzione indicata da Gramsci (e Marx, e Feuerbach, e Kant: a riguardo, cfr., in particolare, le note su “Heidegger, Kant, e la miseria della filosofia – oggi” – http://www.lavocedifiore.org/SPIP//article.php3?id_article=4790). E proseguire nel lavoro di De Felice (e dello stesso Sanguineti). Ricominciando, ovviamente, da “capo” – da Kant e Gramsci (cfr.: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5007), dalla critica dell’ideologia dell’uomo supremo e del superuomo di appendice!

    * Sul tema, mi sia consentito, cfr.: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5889

    Federico La Sala

  2. Federico La Sala ha detto:

    MARX, LA RIVOLUZIONE FRANCESE, E I POPULISMI – OGGI. UN OMAGGIO AL LAVORO E ALLA MEMORIA DI MIGUEL ABENSOUR…

    SENZA KANT, GLI “SPINOZIANI” E I “MARXIANI” FINISCONO PER DIVENTARE SEMPRE SPINOZISTI E MARXISTI. Il problema J.-J. Rousseau – e la dialettica esistente tra tous uns (tutti unici) e tous Un (tutt’Uno) – non si risolve con la teologia e il misticismo fichtiano ed hegeliano…

    SICURAMENTE “Marx avrebbe sempre voluto scrivere un libro sulla Rivoluzione francese (chissà quanto ci avrebbe aiutato a capire meglio sia la rivoluzione sia il pensiero di Marx!): essa può venir intesa come democrazia insorgente nel senso che è sempre stata attraversata da un conflitto interno tra una comunità politica popolare e le istituzioni; sia, da un lato, le istituzioni dell’Ancien Régime (come la monarchia) sia, dall’altro, le nuove istituzioni in statu nascendi” (Miguel Abensour, in dialogo con Daniele Gorgone: http://www.leparoleelecose.it/?p=27245), MA ALTRETTANTO SICURAMENTE avrebbe avuto al suo centro il nodo del ” 18 brumaio di Luigi Bonaparte”: Non basta dire come fanno i francesi che la loro nazione è stata colta alla sprovvista. Non si perdona a una nazione, come non si perdona a una donna, il momento di debolezza in cui il primo avventuriero ha potuto farle violenza. Con queste spiegazioni l’enigma non viene risolto, ma soltanto formulato in modo diverso. Rimane da spiegare come una nazione dì 36 milioni di abitanti abbia potuto essere colta alla sprovvista da tre cavalieri di industria e ridotta in schiavitù senza far resistenza (https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1852/brumaio/index.htm).

    RIPENSARE L’EUROPA. PER IL “RISCHIARAMENTO” (“AUFKLARUNG”) NECESSARIO. ANCORA NON SAPPIAMO DISTINGUERE L’UNO DI PLATONE DALL’UNO DI KANT, E L’IMPERATIVO CATEGORICO DI KANT DALL’IMPERATIVO DI HEIDEGGER E DI EICHMANN !!! (cfr.: HEIDEGGER, KANT, E LA MISERIA DELLA FILOSOFIA – OGGI: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4790):

    In Germania, la “distorsione” – e le premesse della ”hitlerizzazione di Kant” – avviene già alla fine del 1700, ad opera di Fichte prima e di Holderlin, Schelling, e Hegel poi. Chi dà il via – contro il programma critico di Kant che, già con “i sogni di un visionario spiegati coi sogni della metafisica” (1766) prima e soprattutto con la “Critica della ragion Pura” (1781 e del 1787) dopo, ha ‘ghigliottinato’ (anticipando gli eventi: la rivoluzione francese e la morte di Luigi XVI) il “Dio” dei Faraoni (atei e devoti) e senza negare la rivelazione (l’antropologico “bisogno razionale” della ragione) ha sbarrato la strada a ogni possibilità di una metafisica e di una teologia come scienza, – è Johann G. Fichte. Questi, nato nel 1762, nello stesso anno della pubblicazione dell’Emilio e del Contratto sociale di J.-J. Rousseau, è segnato paradossalmente dalla lettura del Robinson Crusoe di Daniel Defoe.

    Nel 1791 con il “Tentativo di critica di ogni rivelazione” (1792), Fichte dà l’avvio al suo programma, sottopone il discorso di Kant a una radicale distorsione e comincia le sue lezioni “sui doveri degli eruditi” (sulla cosiddetta “Missione del dotto”, un tema che sarà al centro delle sue preoccupazioni fino al 1811-1812, quando sarà eletto rettore del’Università di Berlino), dà il via libera al sogno di una restaurazione della “Scienza” (“Sul concetto della dottrina della scienza“, e il “Fondamenti della intera dottrina della scienza” sono del 1794) e, infine, con i “Discorsi alla nazione tedesca” (1807-8), lavora a stimolare un risveglio politico e morale della coscienza nazionale in modo già fortemente nazionalistico.

    Hegel, in una lettera a Schelling del 1795, documenta molto bene l’atmosfera “romantica e mistica” della strada aperta da Fichte e subito condivisa da lui stesso, Schelling, e Holderlin, e a Schelling scrive: “Holderlin mi scrive da Jena di tanto in tanto. (…) Segue le lezioni di Fichte e ne parla con entusiasmo, come di un titano che combatte per l’umanità e la cui sfera d’azione non rimarrà certamente confinata tra i muri dell’aula accademica (…) Venga il regno di Dio e le nostre mani non restino in grembo (…) Ragione e libertà restano la nostra parola d’ordine, e il nostro punto d’incontro resta la chiesa invisibile” (G.W.F. Hegel, Lettere, Laterza, Bari 1972, p. 11-12).

    L’ “Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico” (Kant, 1784), per quanto ancora segnata da eurocentrismo e memoria delle origini greco-romane, è buttata alle ortiche e l’ottica diventa sempre più (e già, minacciosamente) nazionale. Nel 1799, quando Kant era ancora vivo (uno dei suoi ultimi scritti, “Logica”, uscì nel 1800), Holderlin lo consegna filosoficamente già morto agli amici del “seminario di Tubinga” e lo im-mortala come la pietra fondante della costruzione dell’idealismo tedesco, come il “Mosè della nostra nazione, che conduce dal torpore egiziano nel libero, solitario deserto della speculazione, portandole dal sacro monte l’implacabile legge” (cit. in: Remo Bodei, Scomposizioni, Einaudi, Torino 1987, p. 90).

    E nel 1805, Hegel a Johann H. Voss (che aveva realizzato la traduzione tedesca dell’Odissea nel 1781 e dell’Iliade nel 1793), scrive: “Lutero ha fatto parlare la Bibbia in tedesco, Lei, Omero: è il più grande regalo che possa essere fatto a un popolo; infatti un popolo rimane allo stato barbarico e non considera come sua proprietà le cose pregiate che viene a conoscere, finché non impara a riconoscerle nella propria lingua. Se Lei vuol dimenticare questi due esempi, Le dirò che il mio sforzo è diretto a far parlare la filosofia in tedesco”. E, poco oltre, aggiunge: “Per la Germania sembra essere venuto il tempo in cui la verità debba diventare manifesta, e che a Heidelberg possa sorgere una nuova aurora per la salvezza della scienza” (G.W.F. Hegel, Lettere, cit., p. 68).

    Hegel sta alludendo alla imminente pubblicazione della “Fenomenologia dello Spirito”, ma è ancora incerto. Su Heidelberg si sbaglia, ma alla fine dell’anno successivo a Jena, occupata dai francesi, abbagliato dalla luce dello Spirito del mondo, riceve l’ ‘investitura’ e scrive: “Ho visto l’Imperatore [Napoleone] – quest’anima del mondo – uscire a cavallo dalla città per andare in ricognizione; è in effetti, una sensazione meravigliosa vedere un tale individuo che qui, concentrato in un punto, seduto su un cavallo, s’irradia per il mondo e lo domina” (Lettera a Niethammer, op.cit., p. 77). Allora rompe ogni indugio e, preso dall’entusiasmo, taglia il cordone all’ombelico del suo sogno (ma anche di Cartesio) e, agli inzi del 1807, butta giù la famosa ‘Vorrede’ (la “Prefazione” alla Fenomenologia dello Spirito), celebrata da Marcuse di “Ragione e Rivoluzione” come “una tra le più grandi imprese filosofiche di tutti i tempi, costituendo niente di meno che un tentativo di restaurare la filosofia come la forma più alta della conoscenza umana, come La Scienza”. Egli, finalmente, è giunto a cogliere e a ‘svelare’ al mondo l’ “elevatissimo concetto appartenente all’età moderna e alla sua religione”: l’Assoluto come Spirito (“Io che è Noi, e Noi che è Io”)! E il sogno di “far parlare la filosofia in tedesco” comincia. […] (cfr.: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4790)

    Federico La Sala

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