Federico Francucci

Kurt-Vonnegut-illoAprite un romanzo di Vonnegut a vostra scelta, e quasi sicuramente vi imbatterete presto in un narratore (magari con molti punti di aderenza alla figura biografica dell’autore) che presenta, riassumendoli, racconti e romanzi di Kilgore Trout, l’immaginario scrittore di fantascienza di clamoroso insuccesso che per decenni ha fatto da alter ego, sulla pagina, allo stesso Vonnegut. In Cronosisma (unica traduzione possibile di un originale, Timequake, di registro molto meno tecnico-burocratico) – ultimo romanzo del gigante di Indianapolis pubblicato del 1997, sette anni dopo Hocus Pocus, e a cui seguiranno altri due lustri di silenzio sul fronte della narrativa lunga – questo procedimento è attuato ancora, ma con l’aggiunta di un livello che ne modifica sostanzialmente il significato. Qui non solo le trame dei racconti di Trout costellano la superficie della narrazione ma, prima ancora, questa viene ripetutamente classificata come ripresa – importazione e rielaborazione – di un precedente romanzo alla cui stesura il narratore (o il simulacro dell’autore; si chiama infatti Kurt Vonnegut) ha atteso per quasi dieci anni, prima di constatare che si trattava di un colossale aborto, di un libro inutilizzabile. Anche quel romanzo si intitolava Cronosisma; noi leggiamo dunque Cronosisma due, derivato dalla “sfilettatura” di Cronosisma uno, con l’aggiunta di una congerie di altri elementi a forte componente personale e autobiografica; e inoltre, più che in ogni altro suo romanzo, qui Vonnegut fa interferire col piano narrativo i materiali e il tono del suo stile da conferenziere (per convincersene basta leggereQuando siete felici, fateci caso, la raccolta di discorsi pronunciati in occasione del conferimento delle lauree lungo l’arco di un trentennio e più, pubblicata di recente in edizione aumentata da minimum fax).

Se aggiungiamo che, nell’incipit, Cronosisma uno è paragonato all’enorme marlin pescato dal protagonista del Vecchio e il mare, con la differenza che Vonnegut ha deciso di non lasciare la sua creatura in pasto agli squali, ascoltando in proposito il consiglio di un pescatore vero, ma appunto di farla a pezzi e ricavarne una specie di zuppa, possiamo capire quanto sofisticata, senza che per questo la studiata naïveté dell’insieme si offuschi, sia l’operazione romanzesca in oggetto, e quanto la letteratura, o la scrittura, o la forma, siano fondamentali in un libro che invece sembra andare incontrollabilmente nella direzione di un’informe granularità. Mai come qui Vonnegut ha lavorato in direzione di una schizofrenia formale controllata, intrecciando la sua deliziosa vocazione alla chiacchiera e al «cazzeggio» (« farting around», per usare la formula d’autore), la sua passione di ascoltatore di voci e di interlocutore (ogni conversazione, dicevano Deleuze e Guattari, è un esercizio di schizofrenia), il suo genio sarcastico e divagante, con la tematizzazione e la pratica della scrittura letteraria come produzione di testimonianza inalterabile e come salvaguardia simbolica contro la morte (in uno snodo fondamentale del libro viene citata una mirabile quartina di Omar Kayyam: «Il dito che scrive, e avendo scritto / séguita: non tutta la tua pietà né il senno tutto / potranno indurlo a cancellarne un rigo, / né tutte le tue lacrime ne laveranno via una parola»). Kilgore Trout stava scrivendo quando il cronosisma, ossia il salto all’indietro nel tempo, ha colpito, e stava ancora scrivendo quando il tempo si è rimesso sul suo asse consueto. Quanto al narratore, “Kurt Vonnegut”, be’, si stava rovesciando una tazza di brodo bollente sui pantaloni. Vonnegut è sempre il primo a chiedere ai suoi lettori di non credere completamente a quello che scrive, e di usare quel che trovano nei suoi libri senza restare prigionieri in essi.

Cronosisma è un romanzo, contrariamente a quelli immaginari di Kilgore Trout (che in queste pagine – grande e ironica forma di risarcimento – diventa finalmente famoso, dopo aver passato più di vent’anni vivendo da barbone con perfetto spirito pratico), impossibile da riassumere senza tradirne lo spirito. D’altra parte proprio l’autore fa in queste pagine una dichiarazione cruciale, scrivendo di aver creato solo caricature, e non characters, personaggi a tutto tondo da farcire con la panna della trama e delle biografie fittizie. Cerchiamo invece di delineare alcune piste di senso. Tanto per capirsi, qui siamo agli antipodi della pacificata e paradossale serenità di un capolavoro come Galapagos (che Vonnegut pubblicò nel 1985), uno dei non molti romanzi postmoderni che si potrebbero, con qualche azzardo, definire classici. Lo conferma anche la differenza tra i fondamenti dei due mondi narrativi: in Galapagos il lunghissimo processo di evoluzione che nell’arco di un milione di anni riporta la razza umana a una condizione animale; in Cronosisma il processo in qualche modo opposto di repentina contrazione dell’Universo e del tempo, che però si interrompe subito limitandosi a riportare indietro il Tutto di soli dieci anni: niente più di un «crampo temporale».

Quest’inversione di marcia appena accennata, però, se trascurabile sul piano cosmologico e metafisico (appena uno scherzetto di dubbio gusto), non lo è affatto sulla scala dell’allegoria politica e sociale, diciamo così. Immaginare (nel 1997 sul cui sfondo dobbiamo pensare l’opera) di regredire dal 2001 al 1991 significa ripercorrere tutti gli anni Novanta, minuto per minuto e gesto per gesto, ineluttabilmente, ma con in più la consapevolezza di come sarebbero andati a finire. Ricordandosi del futuro e forte del suo umanesimo misantropico (così è stato felicemente definito), Vonnegut inscena la beffarda demolizione delle utopie psicoinformatiche e cognitivo-connettive così vive in quel decennio, restituendoci della società americana un’immagine agghiacciante, l’ultima delle molte da lui imbastite.

Ma il tempo che si riavvolge serve anche a Vonnegut per parlare del suo contrario, il tempo che non torna. Cronosisma è anche un libro dolentissimo sulla vecchiaia, e sulla morte di amici e familiari, qui convocati per un pubblico congedo. Ed è infine un libro sull’amore e la fedeltà per le opere d’arte. Rileggere, rivedere, riascoltare, e trovare il tempo di farlo: questa è forse l’unica forma di cronosisma che ci si possa davvero augurare.

Kurt Vonnegut

Cronosisma

traduzione di Sergio Claudio Perroni, prefazione di Nicola Lagioia

minimum fax, 2016, 272 pp., € 21

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