Gabriele Sassone

Scotini_Chto DelatDi spalle, almeno una dozzina di persone. Stanno in piedi davanti alla facciata di un palazzo, nel rumore ordinario della città, rispettando la posizione e indossando dei cartelli bianchi. Stacco. Un uomo con gli occhiali si volta: “L’ingiustizia oggi cammina con passo sicuro”, dice il suo cartello scritto in cirillico.

Il frame iniziale di Angry Sandwich People, il video del collettivo russo Chto Delat/What is to be done?, che trasforma la protesta in un happening urbano, apre le porte, già in copertina, verso il lungo itinerario con cui Marco Scotini conduce il lettore dentro la fabbrica dell’arte contemporanea. Una fabbrica connotata innanzitutto dal riuscito neologismo che intitola il volume, Artecrazia.

Tre sezioni – dedicate alle esposizioni, ai pubblici e agli schermi – organizzano i ventiquattro contributi che, in larga parte, compaiono per la prima volta in italiano. La destinazione internazionale della scrittura di Scotini è rilevante poiché denota un tono che non rimanda a concessioni o fraintendimenti. Ovvero: rispetto a quanto si pubblica abitualmente nel contesto nazionale – mi riferisco alla maggior parte degli interventi critici presenti in riviste specializzate e non, dove spesso il dibattito si riduce a una giustapposizione di censimenti, oppure alle sciocche categorie del like o del dislike, della adulazione o del pettegolezzo – qui le affermazioni sono portate in maniera chiara e diretta. Abbastanza da generare, durante la lettura, la superficie di attrito necessaria a ridurre la distanza tra ciò che vediamo e ciò che sappiamo dell’arte contemporanea e del suo sistema.

Esemplare è il martellante capitolo d’apertura rivolto alle esposizioni periodiche, in particolare a Manifesta, modello d’impresa in grado di determinare “effetti totalizzanti di normalizzazione e codificazione dello spazio della cultura”. Ma non era stato reso esplicito da molto tempo che queste rassegne itineranti fossero chiamate a generare nuove idee di socialità e di dialogo tra le culture? I dati e le argomentazioni riportati nel saggio, al contrario, delineano un’arte ridotta al modello post-fordista, al controllo delle pratiche sovversive, un’arte governamentale che impone alcune condotte illudendo che siano alternative e indipendenti – e pertanto, sostiene Scotini, “macchine di co-azione all’obbedienza”.

All’opposto troviamo, tra i capitoli finali, lo smottamento di questa subordinazione incondizionata: Alberto Grifi e i giorni di Parco Lambro, cui saranno dedicate due giornate di studio durante la prossima Documenta a Kassel. Il dissenso spontaneo, dal basso, esploso nel 1976 in occasione del Festival del Proletariato Giovanile, trasforma “il rituale dell’evento” in una profanazione. La telecamera passa dalle mani dell’autore a quelle dei soggetti filmati e registra, per circa 27 ore, la moltiplicazione istantanea dei punti di vista poiché “la disobbedienza non appartiene solo all’oggetto da filmare […] ma anche al soggetto che filma”. In altre parole, la sovversione forse è praticabile – oggi come allora – tramite l’apertura totale verso le possibilità offerte da una situazione imprevista, non calcolabile, come le danze nude e l’espropriazione delle merci.

La densità dei passaggi tra le questioni sollevate rende irrealizzabile ora una ricognizione dettagliata, però è opportuno sottolineare la disinvoltura con cui Scotini (già autore di Politiche della memoria, DeriveApprodi 2014) trasforma la sua digressione in una sorta di ri-assemblamento filmico di un presente sempre più dislocato. In effetti, la coralità di voci chiamate in causa (tra gli altri Charles Esche, Peter Friedl, Sanja Ivekovic, Harald Szeemann, Franco Vaccari, Paolo Virno, Li Xianting, Deimantas Narkevicius, Clemens von Wedemeyer) contrappone al tempo dell’Artecrazia, cioè “del governo di un numero ristretto di eletti in grado di legittimare la propria funzione assegnando ruoli”, il tempo di un’arte decentrata, plurale, determinata a non investire energie e capitali soltanto sull’attesa e sulla fidelizzazione dei pubblici, sulla cattura del sapere, sulla sua capacità persuasiva o sul suo potere di generare relazioni – insomma, su tutto ciò che Christian Marazzi, con una metafora in prefazione, attribuisce alla “fabbrica loquace”, un dispositivo di comunicazione talmente persuasivo da affievolire persino i conflitti percepibili nel contesto sociale. In un acuto saggio su Guy Debord, difatti, emerge in modo evidente quanto questa paradossale depravazione del nostro tempo – lo spazio concesso all’immagine – corrisponda a una sorta di avamposto capitalista: “indipendentemente da ciò che essa mostra o censura, l’immagine che comunque si dà a vedere è anche e soprattutto quella che nasconde tutte le altre”.

Ecco il motivo per cui, probabilmente, ogni testo è puntellato da insistenti domande in grado di smontare l’oggetto del discorso per lasciare emergere la sua matrice artificiale, neo-arcaica: generando un’interferenza nella rappresentazione che il sistema restituisce di sé, Scotini dimostra come la tendenza a dubitare di tutto, a spogliarsi delle rigidità del mestiere e della compiacenza del critico d’arte per inoltrarsi in derive filosofiche, narrative e filmiche, ci consegna un libro che mette a disagio. Un libro che, invece di cercare consenso, predispone a desiderare di ridistribuire la conoscenza, a lacerare la rete dell’auto-esposizione, ad arginare il tempo della produttività e, non da ultimo, a rifugiarsi in nuove configurazioni. Purtroppo per noi, però, la fuoriuscita da questi paradigmi sarà un’operazione quanto mai lenta e dolorosa.

Marco Scotini
Artecrazia. Macchine espositive e governo dei pubblici
prefazione di Christian Marazzi
DeriveApprodi, 2016, 279 pp., € 20

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