Franco Berardi Bifo

The front page of a newspaper with the headline "Fake News" which illustrates the current phenomena. Front section of newspaper is on top of loosely stacked remainder of newspaper. All visible text is authored by the photographer. Photographed in a studio setting on a white background with a slight wide angle lens.

“Informazioni false producono eventi veri”
(A/traverso, 1977)
“there is nothing more fictitious than reality.
(Umberto Eco: Here I am, not a fiction, interview with Alex Coles, in
Design fiction, Sternberg Press, Berlin, 2016)

La Germania è sempre all’avanguardia quando si tratta di ristabilire il bene contro il male, il giusto contro l’ingiusto e il vero contro il falso. Infatti il Parlamento di quel paese ha legiferato contro la falsità.

“Vasto programma” disse il generale De Gaulle a chi si proponeva di abolire l’imbecillità dalle vicende umane. Ma la mente semplice del popolo gotico non si ferma davanti alle quisquilie filosofiche, e legifera. Chi dice bugie verrà multato. Era ora. Purtroppo è pericoloso che lo stato si attribuisca il diritto di distinguere tra ciò che si può pubblicare perché vero, e ciò che non si può pubblicare perché falso. Chi decide la differenza tra falso e vero? E per essere più radicali: esiste da qualche parte la verità?

Poco dopo le elezioni che hanno portato Trump alla Presidenza degli Stati Uniti, in un’intervista al Washington Post un fabbricatore professionale di falsi di nome Paul Horner si attribuì il merito della vittoria di Trump.

“I miei siti sono stati ripresi continuamente dai sostenitori di Trump. Penso che abbia vinto le elezioni grazie a me. I suoi sostenitori non controllano niente, postano qualsiasi cosa, credono in qualsisia cosa.”

Horner è quello che ha inventato titoli che sono divenuti virali come “Gli amish si impegnano a votare per Trump”, e “il presidente Obama firma un ordine esecutivo che vieta l’inno nazionale a tutti gli eventi sportivi nel paese.”

Nessuno dei due era vero.

Alcuni se la sono presa con Zuckerberg per il ruolo svolto dai social media nella gara elettorale. Ma non è chiaro cosa dovrebbe fare Facebook: censurare notizie e commenti che non corrispondono alla verità? E come si può decidere la differenza tra notizie vere e false, o tra commenti legittimi e illegittimi?

Sul New York Times del 5 dicembre Kenan Malik scriveva: “Il panico sulle notizie false ha dato forza all’idea che viviamo in un’era post-verità. L’Oxford English Dictionary ha perfino fatto di “post-truth” la parola dell’anno, definendola come quei casi in cui i fatti obbiettivi sono meno rilevanti nel formare la pubblica opinione che gli appelli alle emozioni e le convinzioni personali. Ma la verità, ammesso che si possa usare questa parola, è cosa molto più complessa di quanto si pensi.” (Gatekeepers and the rise of fake news).

Quando in Europa qualcuno cominciò a pensare che occorre ristabilire la verità per legge, zerohedge.com, la rivista degli intellettuali trumpisti ridicolizzò questa campagna.

“Un gruppo di burocrati non eletti, di cui nessuno si fida dovrebbero sedersi e decidere fra loro quali notizie siano false e quindi rimuoverle dalla circolazione…….Presto sarà Bruxelles a decidere quali contenuti siano appropriati per il consumo europeo…”

L’estinzione della mente critica

Sia ben chiaro: non intendo negare che l’informazione falsa sia in crescita esponenziale né che questo sia dannoso per la democrazia e utile per i tipi malintenzionati. Ma il falso non è una novità nel discorso pubblico. Quel che è nuovo è la velocità, l’intensità e quindi l’enorme quantità di informazione (falsa o vera) che sia cui è esposta la mente sociale.

L’accelerazione dell’infosfera e l’estrema intensificazione del ritmo delle stimolazioni info-nervose hanno saturato l’attenzione e di conseguenza hanno disattivato le capacità critiche della società. Qui sta il punto: la capacità critica non è un dato naturale, ma il prodotto di un’evoluzione della mente nella storia. La facoltà cognitiva che chiamiamo “critica” si sviluppa soltanto in condizioni particolari. La critica è la capacità di distinguere tra enunciazioni false ed enunciazioni vere, e anche di distinguere tra atti moralmente buoni e cattivi.

Per poter decidere criticamente la mente deve elaborare l’informazione per poter soppesare e decidere, ma la capacità critica implica una relazione ritmica tra stimolo informativo e tempo di elaborazione.

Quando la stimolazione informativa supera un certo livello di intensità, lo stimolo non è più ricevuto e interpretato come enunciazione giudicabile, ma è piuttosto percepito come un flusso indifferenziato di stimolazione nervosa: assalto emozionale sul cervello.

La facoltà critica, essenziale per lo sviluppo dell’opinione pubblica nell’epoca borghese, fu l’effetto di una speciale relazione tra mente individuale e info-sfera, particolarmente la sfera di circolazione dei testi stampati.

La mente alfabetica elaborava un flusso lento di parole disposte sequenzialmente sulla pagina. Il discorso pubblico si fondava allora su valutazioni coscienti e discriminazioni critiche, e la scelta politica era fondata sul giudizio critico e il discernimento ideologico. Era l’epoca della razionalità borghese. Ma da quando l’accelerazione del flusso ha saturato l’attenzione collettiva, la distinzione tra vero e falso è divenuta pressoché impossibile, la tempesta di stimoli info-neurali confonde la visione e la gente tende a rinchiudersi in reti di auto-conferma: echo-chambers. Il rumore bianco ha preso il posto del silenzio delle folle su cui si fondava la sovranità della Ragione.

Il problema del mediascape contemporaneo non è la diffusione delle false notizie, ma la decomposizione della mente critica, e quindi la tendenza delle folle mediatizzate a cercare auto-conferme identitarie.

La regressione culturale del nostro tempo non è dovuta all’eccesso di bugie che circolano nell’infosfera, ma è un effetto dell’incapacità della mente collettiva di elaborare distinzioni critiche, di valutare in modo autonomo la propria esperienza, e di creare percorsi comuni di soggettivazione.

Per questo la gente vota per manipolatori mediatici che sfruttano la stupidità in espansione. Nella citata intervista al Washington Post, Horner diceva: “Onestamente debbo dire che la gente è sempre più stupida. Si limitano a far circolare quel che gli arriva. Nessuno controlla la verità dei fatti. Voglio dire questo è il modo in cui è stato eletto Trump.”

La verità è fondata sui fatti. Ecco una frase che non significa niente

Maurizio Ferraris, che nei decenni passati scrisse importanti libri su Nietzsche ora promuove un movimento di “nuovo realismo” fondato sull’asserzione che i fatti sono la fonte della verità. Secondo lui gran parte della decadenza politica attuale, particolarmente l’ascesa di ciarlatani e media moghul come Berlusconi in Italia e Trump in America, si dovrebbe ricondurre al pensiero post-fattuale il cui nucleo è la convinzione che nella sfera del dialogo sociale ci sono solo interpretazioni ed interpretazioni di interpretazioni e non autentici fatti.

Il nuovo realismo proposto da Ferraris vuole ristabilire i diritti della verità contro il regime post-fattuale e contro la relativizzazione postmoderna, ma per quanto si possa capire la disperazione di intellettuali e giornalisti per il flusso di falsità e di odio e violenza verbale, questo non significa che qualche autorità politica o filosofica possa stabilire la verità.

Cosa intendiamo quando diciamo realtà, quando usiamo la parola “fatti”?

Il fatto è ciò che è stato fatto nella sfera delle convenzioni umane. Fatto è il prodotto della semiosi fattuale. E con la parola “realtà” possiamo intendere il punto di intersezione psicodinamica di innumerevoli flussi di simulazione che procedono da organismi umani e da macchine semiotiche.

“Non c’è nulla di più fittizio della realtà” dice Umberto Eco in un’intervista con Alex Coles (Here I am, not a fiction, Sternberg Press,Berlin, 2016).

La realtà non pre-esiste all’atto di semiosi e di comunicazione.

Sarebbe bello se le cose stessero come le immagina il Bundestag cui Dio non rivelò mai la sua scomparsa. Ma purtroppo, anche se nessuno gliel’ha detto, le prove della morte di dio sono dappertutto. E se Dio è morto allora tutto è possibile, come dice Dostoevskij. La successione delle cause e degli effetti è sconvolta, il fondamento della verità è cancellato. Ciò significa che la scelta etica non può fondarsi su qualche certezza teologica o su qualche fondamento ontologico. La scelta etica si fonda sul conflitto delle sensibilità, e sulla coscienza ironica della relatività della simulazione (o progetto di realtà).

L’etica non si fonda sul vero ma sulla solidarietà

La fede nella verità non può motivare la scelta etica. Solo l’empatia e la solidarietà possono farlo: la condivisione del dolore e del piacere sono il solo fondamento di un’etica (scettica) che non vuole trasformarsi in dogmatismo conformismo o violenza.

Il problema di oggi non è, come credono gli spiriti semplici, che la verità viene violata dai malintenzionati: il problema è che è venuto meno il principio empatico della solidarietà, per cui non vi è più alcun terreno comune della scelta conoscitiva e della scelta etica.

Nel tempo moderno che sta alle nostre spalle, abbiamo potuto fondare l’azione etica sulla solidarietà: sulla base della percezione empatica dell’altro era possibile distinguere e scegliere tra bene e male perché la solidarietà sociale era fondamento di attese condivise (valori comuni se volete chiamarli così).

Quel tempo è finito, sembra.

La solidarietà sociale è stata distrutta dalla diffusa precarizzazione e dal culto della competizione. Così l’azione politica è impotente e inefficace. La politica era fondata sulla possibilità di scegliere decidere e governare, ma se la scelta è sostituita dalla previsione statistica, se la decisione è sostituita dagli automatismi tecnolinguistici, se il governo politico è sostituito dalla governance automatizzata, allora il fondamento del giudizio etico viene meno, e siamo precipitati nella fogna del comportamento. Solo la violenza può decidere, nonostante le buone intenzioni della legge.

aprile 2017

Tagged with →  
Share →

6 Risposte a Verità e simulazione

  1. Federico La Sala scrive:

    FILOSOFIA. IL PENSIERO DELLA COSTITUZIONE E LA COSTITUZIONE DEL PENSIERO ….

    MA DOVE SONO I FILOSOFI ITALIANI OGGI?! POCO CORAGGIOSI A SERVIRSI DELLA PROPRIA INTELLIGENZA E A PENSARE BENE “DIO”, “IO” E “L’ITALIA”, CHI PIU’ CHI MENO, TUTTI VIVONO DENTRO LA PIU’ GRANDE BOLLA SPECULATIVA DELLA STORIA FILOSOFICA E POLITICA ITALIANA, NEL REGNO DI “FORZA ITALIA”!!! (cfr.: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=3539)

    Non basta dire come fanno i francesi che la loro nazione è stata colta alla sprovvista. Non si perdona a una nazione, come non si perdona a una donna, il momento di debolezza in cui il primo avventuriero ha potuto farle violenza. Con queste spiegazioni l’enigma non viene risolto, ma soltanto formulato in modo diverso. Rimane da spiegare come una nazione dì 36 milioni di abitanti abbia potuto essere colta alla sprovvista da tre cavalieri di industria e ridotta in schiavitù senza far resistenza (K. Marx,Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, 1852).

    PER PERDERE IL FILO (ricordando “A/traverso, 1977”) – CHI SIAMO NOI IN REALTÀ? Relazioni chiasmatiche e civiltà. Lettera da ‘Johannesburg’ a Primo Moroni (in memoriam) – cfr.: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4198

    PER IL “RISCHIARAMENTO” (“AUFKLARUNG”) NECESSARIO. ANCORA NON SAPPIAMO DISTINGUERE L’UNO DI PLATONE DALL’UNO DI KANT, E L’IMPERATIVO CATEGORICO DI KANT DALL’IMPERATIVO DI HEIDEGGER E DI EICHMANN !!! (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4829).

    Federico La Sala

  2. pietro scrive:

    Si potrebbe dire che la verità è la solidarietà? Tanto tempo fa mi sembra che un filosofo asserisse che la verità era il frutto di una lotta. Ne segue un ulterire problema:” Com’è che la maggior parte degli intellettuali sono così allineati alle idee dominanti? Anche loro vorrebbero lottare, ma con calma, si può sempre cominciare domani…”

  3. Federico La Sala scrive:

    SOLIDARIETÀ E COSTITUZIONE – SOLIDARIETÀ E SIMULAZIONE (“POPULISMO”).

    CERTO CHE SI PUO DIRE che la verità è la solidarietà”!
    CERTO CHE SI PUO ASSERIRE che la verità è il frutto di una lotta”!

    CERTO CHE SI PUO SOSTENERE CHE “Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti;(…) Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, (…) sono dunque l’espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio”(K. Marx)

    MA, DETTO QUESTO, IL NODO FONDAMENTALE CHE CI STRINGE LA GOLA E SOFFOCA È FARE I CONTI CON LA “FALSA COSCIENZA” E CON IL PROBLEMA (DELL’ANTINOMIA) DEL “MENTITORE”, A TUTTI I LIVELLI – IERI, OGGI, E SEMPRE, DENTRO DI NOI E FUORI DI NOI (A LIVELLO DI SINGOLI E A LIVELLO DI COMUNITÀ): COSTITUZIONE E VERITÀ (= FORZA “ITALIA”) o COSTITUZIONE E SIMULAZIONE (= “FORZA ITALIA”)?!

    CAPIRE CHI PARLA, CHE COSA DICE, E DA QUALE PULPITO NON E AFFATTO FACILE! C’È LA NECESSITÀ DI RICOMINCIARE DA “CAPO”!(cfr: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5889).

    OCCORRE CAPIRE, PRIMA DI TUTTO, CAPIRE COME IL BUON GIUDIZIO (“SECUNDA PETRI”) VIENE (E VENNE) RIDOTTO IN STATO DI MINORITÀ DAL GIUDIZIO FALSO E BUGIARDO (“SECUNDA PAULI”) – cfr: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4944.

    USCIRE DALLA CAVERNA, USCIRE DALLO STATO DI MINORITA’, USCIRE DALLA “PREISTORIA” – NON è UN GIOCO, e nemmeno UN PRANZO DI GALA!!!

    Federico La Sala

    P.S. – SUL “PUTTANESIMO DELLO SPIRITO: LA DIPINTURA TUTTA CONTRARIA. LA LEZIONE IGNORATA DI GIAMBATTISTA VICO” – cfr.: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5653).

  4. Federico La Sala scrive:

    P.S. – 2
    Dopo Marx, dopo Nietzsche, dopo Freud, e dopo Foucault …
    “NUOVO REALISMO”, IN FILOSOFIA (cfr.: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5258) E ADDIO A KANT:

    Perché si vuole uccidere Kant?

    Una breve nota sull’ultimo lavoro di Maurizio Ferraris, “Goodbye Kant!” *

    Ferraris si mangia la coda, e non se ne accorge: mangia “qualcosa, anche senza sapere con esattezza che cosa”! Almeno da quanto si comprende dal riassunto, fatto dallo stesso Autore (“Buonanotte, Immanuel”, Il Sole-24 ore, Domenica, 31.10.2004), delle tesi di fondo del “Goodbye Kant! Cosa resta oggi della Critica della ragion pura” di Maurizio Ferraris (di prossima uscita nei Tascabili Bompiani), credo che – a questo punto – sia più da dire “Buonanotte, Maurizio”, che “Buonanotte, Immanuel”!

    A mio parere, l’eredità di Kant non mi sembra che stia nelle risposte sbagliate che ha dato (“asserendo che le leggi che la Mente dà al Mondo sono quelle della fisica, che offre la vera via di accesso a nozioni sicure quanto le operazioni matematiche, e dense, cioè piene di contenuto, come quelle che traiamo dall’esperienza”), ma nella domanda cruciale che si è e ha fatto.

    E la domanda fondamentale resta ancora e sempre quella: come è possibile la scienza?, come sono possibili giudizi sintetici a priori?, o, ancora e più radicalmente, come sono possibili quegli esseri che noi siamo -“fatto indubitabile” – due in uno?, come è possibile il soggetto?, come è possibile l’essere umano?

    La fallacia di Kant, rimasta in piedi nell’ontologia, è rimasta in piedi solo nella testa di Ferraris – e, a quanto pare, egli è felice di ri-aggirarsi tra gli spettri e i fantasmi … della risorta chiesa swedenborghiana del nuovo millennio!

    Nella realtà, in Europa come nel mondo, ciò che oggi si aggira sempre più forte è il programma di Kant (come di Marx e dello stesso Lenin), il coraggio di sapere e l’uscita dallo stato di minorità – quello di un “altro” mondo (La pace perpetua), possibile!

    O forse, mi sbaglio, Ferraris aspira a proporsi – visto che “al posto di individui maturi s’avanzan strani bambocci: adulti mostruosi e mai cresciuti che prendono la vita come un grande gioco, una parodia dei trastulli dei più piccoli” (Francesco Cataluccio) – come il teorico e il teologo dell’Immaturità di massa e … del berluscattolicesimo aggressivo e galoppante? Boh?! E Bah?! “Con nostalgia e rispetto, ma anche senza nasconderne le debolezze, le macchinosità, i cetrioli e le Trabant”, Goodbye Maurizio! Goodbye!*

    *Il Dialogo, Mercoledì, 03 novembre 2004

    Federico La Sala

  5. Francesco Ranci scrive:

    Mi sembra che una volta esistessero reati come la diffamazione e la calunnia…

  6. Federico La Sala scrive:

    P.S. – 3

    HEIDEGGER, KANT, E LA MISERIA DELLA FILOSOFIA – OGGI. Alcune note *

    In Germania, la “distorsione” – e le premesse della ”hitlerizzazione di Kant” – avviene già alla fine del 1700, ad opera di Fichte prima e di Holderlin, Schelling, e Hegel poi. Chi dà il via – contro il programma critico di Kant che, già con “i sogni di un visionario spiegati coi sogni della metafisica” (1766) prima e soprattutto con la “Critica della ragion Pura” (1781 e del 1787) dopo, ha ‘ghigliottinato’ (anticipando gli eventi: la rivoluzione francese e la morte di Luigi XVI) il “Dio” dei Faraoni (atei e devoti) e senza negare la rivelazione (l’antropologico “bisogno razionale” della ragione) ha sbarrato la strada a ogni possibilità di una metafisica e di una teologia come scienza, – è Johann G. Fichte. Questi, nato nel 1762, nello stesso anno della pubblicazione dell’Emilio e del Contratto sociale di J.-J. Rousseau, è segnato paradossalmente dalla lettura del Robinson Crusoe di Daniel Defoe.

    Nel 1791 con il “Tentativo di critica di ogni rivelazione” (1792), Fichte dà l’avvio al suo programma, sottopone il discorso di Kant a una radicale distorsione e comincia le sue lezioni “sui doveri degli eruditi” (sulla cosiddetta “Missione del dotto”, un tema che sarà al centro le sue preoccupazioni fino al 1811-1812, quando sarà eletto rettore del’Università di Berlino), dà il via libera al sogno di una restaurazione della “Scienza” (“Sul concetto della dottrina della scienza“, e il “Fondamenti della intera dottrina della scienza” sono del 1794) e, infine, con i “Discorsi alla nazione tedesca” (1807-8), lavora a stimolare un risveglio politico e morale della coscienza nazionale in modo già fortemente nazionalistico.

    Hegel, in una lettera a Schelling del 1795, documenta molto bene l’atmosfera “romantica e mistica” della strada aperta da Fichte e subito condivisa da lui stesso, Schelling, e Holderlin, e a Schelling scrive: “Holderlin mi scrive da Jena di tanto in tanto. (…) Segue le lezioni di Fichte e ne parla con entusiasmo, come di un titano che combatte per l’umanità e la cui sfera d’azione non rimarrà certamente confinata tra i muri dell’aula accademica (…) Venga il regno di Dio e le nostre mani non restino in grembo (…) Ragione e libertà restano la nostra parola d’ordine, e il nostro punto d’incontro resta la chiesa invisibile” (G.W.F. Hegel, Lettere, Laterza, Bari 1972, p. 11-12).

    L’ “Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico” (Kant, 1784), per quanto ancora segnata da eurocentrismo e memoria delle origini greco-romane, è buttata alle ortiche e l’ottica diventa sempre più (e già, minacciosamente) nazionale. Nel 1799, quando Kant era ancora vivo (uno dei suoi ultimi scritti, “Logica”, uscì nel 1800), Holderlin lo consegna filosoficamente già morto agli amici del “seminario di Tubinga” e lo im-mortala come la pietra fondante della costruzione dell’idealismo tedesco, come il “Mosè della nostra nazione, che conduce dal torpore egiziano nel libero, solitario deserto della speculazione, portandole dal sacro monte l’implacabile legge” (cit. in: Remo Bodei, Scomposizioni, Einaudi, Torino 1987, p. 90). E nel 1805, Hegel a Johann H. Voss (che aveva realizzato la traduzione tedesca dell’Odissea nel 1781 e dell’Iliade nel 1793), scrive: “Lutero ha fatto parlare la Bibbia in tedesco, Lei, Omero: è il più grande regalo che possa essere fatto a un popolo; infatti un popolo rimane allo stato barbarico e non considera come sua proprietà le cose pregiate che viene a conoscere, finché non impara a riconoscerle nella propria lingua. Se Lei vuol dimenticare questi due esempi, Le dirò che il mio sforzo è diretto a far parlare la filosofia in tedesco”. E, poco oltre, aggiunge: “Per la Germania sembra essere venuto il tempo in cui la verità debba diventare manifesta, e che a Heidelberg possa sorgere una nuova aurora per la salvezza della scienza” (G.W.F. Hegel, Lettere, cit., p. 68).

    Hegel sta alludendo alla imminente pubblicazione della “Fenomenologia dello Spirito”, ma è ancora incerto. Su Heidelberg si sbaglia, ma alla fine dell’anno successivo a Jena, occupata dai francesi, abbagliato dalla luce dello Spirito del mondo, riceve l’ ‘investitura’ e scrive: “Ho visto l’Imperatore [Napoleone] – quest’anima del mondo – uscire a cavallo dalla città per andare in ricognizione; è in effetti, una sensazione meravigliosa vedere un tale individuo che qui, concentrato in un punto, seduto su un cavallo, s’irradia per il mondo e lo domina” (Lettera a Niethammer, op.cit., p. 77). Allora rompe ogni indugio e, preso dall’entusiasmo, taglia il cordone all’ombelico del suo sogno (ma anche di Cartesio) e, agli inzi del 1807, butta giù la famosa ‘Vorrede’ (la “Prefazione” alla Fenomenologia dello Spirito), celebrata da Marcuse di “Ragione e Rivoluzione” come “una tra le più grandi imprese filosofiche di tutti i tempi, costituendo niente di meno che un tentativo di restaurare la filosofia come la forma più alta della conoscenza umana, come La Scienza”. Egli, finalmente, è giunto a cogliere e a ‘svelare’ al mondo l’ “elevatissimo concetto appartenente all’età moderna e alla sua religione”: l’Assoluto come Spirito (“Io che è Noi, e Noi che è Io”)! E il sogno di “far parlare la filosofia in tedesco” comincia.

    Nel 1933, il discorso del rettorato di Martin Heidegger è la ‘logica’ conseguenza dell’assassinio non solo del “Mosè della nazione tedesca” (come voleva Holderlin), ma del Mosè Liberatore e Legislatore dell’intera tradizione abramica (ebraismo, cristianesimo, e islamismo) ed europea. L’”Uno” di Mosè (“Ascolta Israele, il Signore nostro Dio, il Signore è Uno”), come l’“uno”di Kant, diventa l’uno della monarchia prussiana prima (si cfr. la “Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico” di K Marx)e poi del Terzo Reich dopo! E il “Tu devi” (con il suo “io voglio”) dell’ “imperativo categorico” mosaico, cristiano e kantiano, diventa il “Tu devi” (con il suo “io voglio”) del Regno del Fuhrer-Dio – l’“imperativo categorico” di Heidegger come di Eichmann. Offesa più grande a Kant non poteva essere fatta e trappola più grande non poteva essere congegnata per la filosofia tedesca e per l’intera cultura europea.

    Ancora oggi, ci sono studiosi che sembrano “prendere sul serio il profetismo di Heidegger” e insistono a dare credibilità ai sogni dei visionari e dei metafisici: “Ad esempio, nella sua introduzione all’edizione italiana del volume [Risposta. A colloquio con Martin Heidegger, Guida, Napoli 1992], Eugenio Mazzarella scrive: “Paradossalmente è la perdita della patria che ridà ai tedeschi – come all’altro popolo eletto – una missione storico-universale nel senso dell’interiorità e della profezia, e non più in quello demonico del dominio planetario” (pp.34-35). Giustamente, Alessandro Dal Lago, scrive e commenta a riguardo: “No. io non credo che alcun popolo abbia oggi missioni storiche, e tantomeno universali da compiere, persino nella interiorità della profezia. Semmai , la scena contemporanea esigerebbe che i pensatori, invece di bearsi della loro grande tradizione, si decidessero ad abbandonare interiorità e profezie, si confrontassero con il mondo (…) Ciò presuppone una ridiscussione dell’immaginario politico immanente nella filosofia stessa, a partire da quello strano pregiudizio per cui i filosofi, chissà perché, sarebbero in grado, più di ogni altro, di leggere il destino del mondo” (cfr. Alessandro dal Lago, Ma fu davvero la cattiva coscienza della Germania, l’Unità, 17 ottobre 1992, p. 18).

    Purtroppo, dopo Auschwitz (1945) e dopo il processo di Eichmann a Gerusalemme (1961), lo Stato del Faraone e della minorità è ancora molto forte – e, ovviamente, la superstizione e l’esaltazione della ragione anche!

    * Cfr.: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4790

    Federico La Sala

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!
THIS ARM / DISARM
Le macchine armate di Paolo Gallerani in un filmato di Maurizio Gibertini - Milano 10 marzo guarda il trailer