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Sistema di segnaletica ambientale, Hospital Universitario Santa Virgen de las Nieves , design: Tau Design, 2004

Carlo Branzaglia
con Laura Valentini
Il tema del rapporto tra design e salute ha subito una costante evoluzione, da questioni di prodotto a questioni di servizio e di sistema. In poche parole, la progettazione di dispositivi medici (per esempio, i somministratori di insulina), magari mobili, specie se ad alta informatizzazione, finisce per essere un elemento di quella esternalizzazione di servizi, per lo meno parziale, che alloca parte delle procedure all’esterno delle strutture di cura, riservando agli operatori specializzati (medici, infermieri…) le fasi del rapporto diretto col paziente.

In questo modo, il somministratore di insulina – per quanto ovviamente più urgente – fa il paio con strumenti di orientamento salutista, come il contapassi o il rilevatore di battiti cardiaci, disponibili su telefonini o altri terminali più quotidiani. Secondo una logica di wellness, ovvero di cultura del benessere, che informa di sé le più interessanti proposte ospedaliere e sanitarie in genere, trasformate nel passaggio del punto di vista dalla malattia al benessere, dalla medicina alla cura.

Wellness è d’altra parte il nome che viene dato al comparto prima definito biomedicale in una regione, l’Emilia Romagna, che in questo settore ha svariate competenze da vantare, dall’area del prodotto farmaceutico spicciolo (Alfa Wassermann, per dirne una) al packaging per medicinali (Marchesini) fino a un intero distretto della protetica, quello di Mirandola, in provincia di Modena. Solo che wellness non è una parola inglese: è una definizione registrata da Technogym, neologismo assoluto a indicare una cultura dello star bene, dove le macchine da allenamento della azienda cesenate hanno un ruolo effettivo, mettendo al centro il benessere e la sicurezza del corpo rispetto allo sforzo atletico e muscolare, tipico di altri macchinari. E Wellness Valley si chiama quella area alle porte di Cesena ‘aperta’ proprio da Technogym e oggi praticata da altre aziende della medesima filiera.

In questo percorso dal prodotto al servizio, e dal servizio al sistema, il design ha un ruolo fondamentale, perché nel suo progettare relazioni, storicamente, prima ancora che artefatti, assume facilmente il ruolo di visualizzatore di competenze, funzioni, legami di filiera altrimenti destinati a non esplicitarsi, e quindi a non essere fruiti. Siamo dalle parti del tanto conclamato design dei servizi, che sostanzialmente serve a far sì che essi vengano usati tramite la creazione di interfacce (nel senso più vasto possibile del termine) efficaci. Nella consapevolezza che se un servizio non viene usato, non esiste.

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Graphic facilitation per Kara Bobowski, progetto Opta, concept: Latveria Design, scribing: Jacopo Ferretti, 2011

Così, il 24 gennaio a New York si è tenuto The Measured Symposium (organizzato dal Master in Social Innovation di SVA, celebre scuola di design della Grande Mela) dedicato al tema Design+Health, che ha letteralmente misurato il perimetro dell’area, spaziando dall’architettura ai programmi sanitari nazionali, in attesa della HealthCare Design Conference, programmata a Orlando nel novembre 2017. Iniziative che rappresentano un'inversione di carattere pressoché filosofico: il passaggio cioè dalla malattia al benessere, che corrisponde al passaggio dal risultato al processo (di elaborazione del risultato stesso), caro alla attuale psicologia della salute; ma anche al design, che ha scoperto come un buon artefatto (o tanti buoni artefatti…) sia sempre frutto di un processo adeguato. Cioè: il segreto del “made in Italy”.

Mai come in questo settore la questione è evidente: un sistema che mette in relazione azioni, servizi, oggetti; e che agisce secondo processi. Così, procedendo per gradi, i somministratori di insulina Omnipod progettati per Insulet da Continuum (agenzia internazionale di design molto attiva nel settore) nel 2010 rappresentano una svolta a livello di utenza personale nella gestione della cura, rendendola gestibile dal paziente medesimo; e anticipano quella delocalizzazione di prassi e anche di informazioni che modifica il rapporto con gli stessi istituti di cura, e che è centrale in progetti come quello di Tau Design per lo Hospital Universitario Santa Virgen de las Nieves di Granada, che dal 2004 prevede una serie di azioni online che si integrano alla gestione degli spazi e alla stessa segnaletica interna della struttura. Ma che è anche il brief di base dato dalla multinazionale Mortara Rangoni, produttrice di macchine per l’assistenza cardiologica, al Design Center Bologna per un progetto esposto a Shanghai durante l’Expo, ove si andava, per garantire assistenza all’infartuato, dal dispositivo domestico al chip nascosto nel gioiello, al portale 2.0 per assistenza reciproca fra ex pazienti.

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Immagine guida The Measured Symposium: Design+Health, School of Visual Arts, New York, 2017

Questo passaggio fra prodotto e servizio è d’altra parte alla base della ricerca svolta dallo Health Design Network, guidato dalla visual designer Gullermina Noël, e da Jorge Frascara, professore emerito all’Università di Alberta: che raccoglie, grazie ai suoi componenti, designer attivi nel settore, una vasta serie di esperienze e di documenti che si spingono fin verso strumentazioni di carattere educativo, interfacce utente, supporti per portatori di disabilità (anche cognitive). Il tutto proiettato sulla user experience, oggi riportata al centro delle procedure di progettazione: che nello specifico significa migliori condizioni di accesso al servizio per l’utente, ma anche per l’operatore sanitario; e, parlando in termini più ampi, la centralità della persona (non del paziente) come elemento nodale nella declinazione dei protocolli di cura.

È un tema che si propongono diverse strutture ospedaliere, peraltro: una fra tutte, con una esperienza che viaggia verso il decennio, quella di Forlì, fortemente informatizzata (nell’erogazione delle medicine, ad esempio, ma anche nella gestione delle lavanderie), all’interno del quale a essere qualificato è lo spazio, quello comune (di accoglienza), quello destinato ai pazienti, quello di lavoro per medici e personale. Una visione estesa al centro satellite della struttura romagnola, l’IRST (centro per la cura dei tumori) di Meldola, arredato, grazie ad accordi privilegiati con i fornitori, nella maniera meno medicale possibile, a cominciare dalle sedie colorate di Kartell.

D’altra parte, il design per il settore medicale finisce per incrociare il tema del Design for All, dato che quest’ultimo si preoccupa di individuare nelle diverse abilità, fisiche, cognitive e anche culturali (un migrante è un disabile, nella misura in cui fatica a partecipare ai beni e servizi offerti dal paese ospite) un criterio per migliorare le prassi di progettazione per tutti. Lo slogan Good design enables, bad design disables, coniato da Paul Hogan, scomparso fondatore di DfA Europe, sintetizza magistralmente il ruolo stesso del design, nel suo essere strumento abilitante (lo diceva anche Ezio Manzini) capace di mettere in moto azioni e relazioni, individuali come collettive.

Un aspetto peculiare di questa visione olistica riguarda infatti il parallelismo fra le metodologie di progettazione e quelle in uso in ambito psicologico. Dove il design, nel suo ruolo di fluidificatore di competenze diverse, si spinge fino alla co-progettazione (all’interno di gruppi aziendali così come di cittadini, nelle pratiche partecipate), assumendo un ruolo di facilitatore per certi versi complementare o scambievole con quello degli psicologi, che su pratiche di gestione dei gruppi agiscono ormai dagli anni venti, con Kurt Lewin e la Teoria del Campo (che si richiama alla Gestalt, configurazione, altro termine comune con il mondo della progettazione). E la figura del graphic facilitator usa strumenti derivati da quelle mind maps che Tony Buzan canonizzò negli anni Settanta a descrivere le dinamiche della mente umana.

Ancor di più, è la visione focalizzata sul processo ad avvicinare ultimamente il design alla psicologia. Laddove proprio nelle analisi della psicologia dei gruppi si evidenzia che è più importante il processo del risultato, intendendo nell’attivazione del primo la chiave per il raggiungimento di una consapevolezza in grado di generare il secondo (o i secondi…); si offre al settore del design una chiave per valorizzare quelle fasi di metodologia (nella ricerca, nella relazione con gli utenti, nella definizione dei concept) che rappresentano il cuore della dinamica progettuale, proprio nella capacità di determinare consapevolezza di mezzi e fini, e una dinamica di innovazione continua. Certo, pensare a una analogia fra psicologi e designer potrebbe non piacere né agli uni né agli altri; ma entrambi di fatto risultano essere specialisti nell’intervenire su procedure inter-relazionali (relative alle dinamiche personali) intra-relazionali (inerenti alle dinamiche interpersonali) o materiali/somatici (connesse agli artefatti che abilitano funzioni) che siano.

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