Cecilia Guida

_X9A1091“John Latham è una parte importante della mia vita, è diventato il mio nonno concettuale” risponde Laure Prouvost con tono affettuoso e divertito in una breve intervista telefonica, disturbata dai rumori di Londra, sulla sua mostra personale al Pirelli HangarBicocca di Milano (in corso fino al 9 aprile 2017, a cura di Roberta Tenconi). Nata a Lille, in Francia, nel 1978, Laure Prouvost è stata per vari anni l'assistente di Latham (1921-2006), artista poliedrico che nel suo lavoro collegava arte, filosofia e scienza per effetto dell'influsso degli scienziati Clive Gregory e Anita Kohsen, incontrati nella metà degli anni Cinquanta, con i quali sviluppò un suo sistema, complesso e piuttosto prolisso, di comprensione dell'umanità. Questo era fondato sull'identificazione di caratteri ricorrenti all'interno di varie discipline, quali l' “evento minimo” (ovvero la più piccola unità di esistenza) e l' “unità Delta”, un nuovo modo per misurare l'impatto di un'opera d'arte sulla società (dall’inconsapevolezza allo stato piú elevato di coscienza) in un ampio periodo di tempo.

_X9A1135“John ha influenzato la mia ricerca soprattutto nel modo attraverso cui l'arte e la vita si fondono in una sola cosa, nell'attitudine da avere nella realizzazione di un'opera e nella distanza da assumere rispetto al mercato dell'arte per non piegarsi alle sue regole. Porto sempre con me i suoi insegnamenti” prosegue Prouvost con tono energico. Negli anni Settanta Latham ideò un vocabolario specifico dove “books” divenne “skoob”, “tion” – suffisso normalmente usato per denotare le astrazioni – venne invertito in “noit” e la parola “artist” fu rimpiazzata dalla categoria non-romantica e contingente di “persona incidentale”, con cui egli faceva riferimento a coloro i quali mostravano uno specifico interesse per l' “arte nel contesto” piuttosto che per la pittura o la scultura ed erano dotati di immaginazione, creatività, abilità visive, valori non commerciali e disponibilità. Oggi è difficile dire se Prouvost sia una “persona incidentale” oppure no, comunque questi aspetti, uniti all'interesse a sfumare i confini tra vita e arte, sono presenti nella sua personale all'HangarBicocca attraverso l'uso di un linguaggio fresco e originale.

Sin dall'ingresso della mostra l'artista ci catapulta in un immaginario fatto di  sperimentazioni visive e sonore difficili da categorizzare ma portatrici di informazioni, associazioni e sollecitazioni della cultura contemporanea. GDM, il titolo dell'esposizione, è l'acronimo del museo “ideale” o più precisamente del “Visitor Center”, dedicato all'“altro” nonno, quello naturale, anch'egli artista concettuale scomparso misteriosamente mentre lavorava alla sua ultima opera. La via d'accesso alla mostra prevede che il visitatore innanzitutto cammini su una grande lingua di gomma disposta sotto il cartello “The entrance for all the visitors” (a specificare che non esistono altri ingressi se non questo...), passi sotto due voluminosi seni sospesi a mezz'aria, percorra una griglia di ferro che lo conduce a un ampio spazio rumoroso affastellato di immagini attraenti, oggetti ordinari, metafore evocative, stanze inclinate e spigolose, un insolito salone di bellezza, un’area in cui gli viene offerto il tè, una zona per il karaoke e concluda quindi la visita attraversando un corridoio labirintico e buio con lampi di luce sincronizzati allo schioccar di dita. L'esposizione è un'opera d'arte in sé dove Prouvost coltiva e recupera la sua infanzia, persone assenti o presenti nella sua mente o prossime nello spazio e nel tempo, la storia di suo nonno, i loro dialoghi avvenuti o possibili, i ricordi e le immagini delle sue opere, emozioni, silenzi, desideri, fragilità che sembrano uscire dal suo spazio intimo, privato per abitarne uno collettivo, pubblico. Il rapporto tra presenza e assenza è il fil rouge tra le sedici opere che compongono la mostra in un gioco ironico e a tratti nostalgico di rimandi tra la sensazione di aver perso qualcuno o qualcosa e il sentirsi persi.

_X9A1183Come nella lezione del Maestro, il pubblico è il vero protagonista dell'esposizione e il dialogo avviene principalmente tra le opere e i visitatori. Dall'enorme lingua all'ingresso (che dichiara subito il ruolo principale della parola) e attraverso stranianti associazioni visive e sonore ai limiti della comprensione, l'artista analizza il tema della comunicazione e la sua incomunicabilità derivata dai processi di traduzione linguistica e mediale, come per esempio nel video God First Hairdresser/ Gossip Sequence (2013) in cui il diverbio iniziale tra madre e figlio sulle treccine dei clienti, presentato fuori sincrono rispetto alle immagini, dà vita a un allegro racconto dove gli eventi si mescolano con il pettegolezzo. Lo spettatore è divertito dalla bizzarra situazione che si fa sempre più ingarbugliata ma spesso si sente smarrito dai tagli e cambi di scena repentini. Al contempo, tentativi di relazione e di identificazione tra chi sta al di qua e chi sta al di là dello schermo si manifestano spesso nel percorso espositivo, come quando l'artista chiama il pubblico a rispondere ad alcune sollecitazioni dal tono interrogativo “Ci siamo mai incontrati prima?” o suadente “Adoro il suono della tua voce”, e quando all'uscita gli indica di seguire una luce stroboscopica per poi abbandonarlo nell'oscurità.

GDM è un ambiente visivo e sonoro molto ben pensato e curato nel disegno complessivo di dare un senso e una narrazione, all'interno di un apparente disordine, alle complessità emergenti dalla trama delle relazioni umane e della comunicazione interpersonale. Prouvost, mossa da un gusto per la ricerca di diverse forme espressive compresi specchi infranti e parti del corpo, e da un'ansia sperimentale che la porta a esplorare le potenzialità delle contaminazioni tra video clip, filmati, serie TV e YouTube, costruisce una mostra in cui perdersi, lasciarsi stupire, divertirsi nel processo di comprensione delle opere. La visita richiede un po' di tempo ma è destinata a lasciare il segno negli occhi, nelle orecchie e nella mente dei visitatori.

Laure Prouvost. GDM – Grand Dad's Visitor Center

a cura di Roberta Tenconi

Milano, Pirelli HangarBicocca

fino al 9 aprile 2017

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