Piero Del Giudice

Marcinelle_Pozzo«L’ultima speranza è stata un pezzo di legno lungo più di tre braccia, a 1035 metri, dove c’era scritto con il gesso: “siamo una cinquantina e andiamo verso 4 Paume”, che era il numero della vena. Firmato “il capo Gonet”. Quando abbiamo aperto le porte, abbiamo visto quei cinquanta lì a terra, tutti morti». La strage nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, è scritta nella storia del movimento operaio internazionale: l’8 agosto 1956 alle 8 del mattino. C’è un incendio sotto, a 900 metri, che parte dalla cabina di un montacarichi per un cortocircuito. Un certo Iannetta, «uno piccolino che lavorava sempre lì», fa un errore mentre mette dentro l’elevatore i carrelli e trancia un cavo elettrico che con le scintille dà fuoco a una tubatura d’olio. Non ci sono estintori, non bombole d’ossigeno, non sistemi di comunicazione in salvaguardia. Non c’è niente: è una miniera tutta di legno – palchi, soppalchi, porte –, i carrelli di carbone li tirano i cavalli «ciechi e tristi, muoiono lì e non escono neanche quando diventano cadaveri», fumo, fiamme, gas, acqua gettata dai soccorsi invadono gallerie, cunicoli, scavi della miniera. Così – ai vari livelli, sino a 1035 metri – muoiono 262 minatori di 12 nazionalità, 136 gli italiani.

Il libro di Toni Ricciardi, Marcinelle, 1956, non si occupa della cronaca dei fatti luttuosi e quando lo fa – per l’intervento conclusivo di Annacarla Valeriano che chiude il volume «tra cronaca, documenti, immagini» – viene sopraffatto da precedenti poco superabili come La catastròfa di Paolo Di Stefano (Sellerio 2011). Ricciardi impegna le sue pagine a ragionare sui flussi e le cadenze dei processi migratori dall’Italia verso l’Europa, in particolare verso il Belgio: uomini in cambio di carbone, che è il motore di tutto, il petrolio del tempo. E parte dal ventennio fascista. Già lì, già allora – nel Paese dove si predica l’autarchia e si alimenta il mito di una razza che colonizza e insieme feconda le donne autoctone – si firmano, col Belgio, i trattati per carbone in cambio di braccia. Rapporti che continuano ad essere oggetto di accordi nel ’44 con il governo Bonomi, accordi infine sanciti dalle leggi (40 e 42) del 3 dicembre 1947, con l’approvazione generale del Parlamento: «tutti i partiti, nessuno escluso, sono favorevoli a scambiare minatori con carbone». Partito Comunista e Socialista, da poco all’opposizione, li votano.

Ora, a parte la catastròfa, la Nahba del movimento operaio internazionale, va detto che in pratica nessuno dei deportati – è deportazione il viaggio in treni speciali e blindati da Milano in Belgio; sono da campo concentrazionario le baracche assegnate ai minatori dove prima c’erano i prigionieri di guerra, è intimidazione e avvertimento il carcere dato a chi rifiuta di continuare a lavorare nella mina dopo le prime discese – ha una chiara idea di quale lavoro si trattasse e dove si dovesse lavorare. Lasciamo stare poi che il 29% dei migranti è analfabeta ma, a parte l’esperienza di qualche zolfataro siciliano e dei cavatori di bitume nella Maiella – utile allora per le barche –, nessuno ha pratica e conoscenza con le viscere della terra. La aravano loro, la seminavano la terra. Le decine di migliaia di proletari di cui liberarsi e da cui attendere rimesse di danaro sono quasi tutti braccianti agricoli, pastori, piccoli mezzadri. Nelle campagne dilagano disoccupazione, disdette – i licenziamenti stagionali –, sanmartino – i traslochi obbligati dei braccianti (per tradizione buttati fuori dalla cascina sul finire dell’autunno, nel giorno di San Martino o giù di lì). I carri dei disdettati vanno via dalla cascina con sopra la cassapanca del pane, le sedie spagliate, i letti con le spalliere di ferro. Migranti dal Veneto, dagli Abruzzi, dalle Marche, Sicilia, Puglie.

Le dinamiche tra capitale e forza-lavoro sono sempre le stesse. Accadeva a quei treni di migranti ciò che accade oggi alle carovane di contadini che vanno in Europa dalla Nigeria, dal Senegal, dalla Tunisia, e – per la prima volta – «camminano sulle acque» di un mare, il Mediterraneo. Accade ai nordafricani oggi ciò che accadeva sulla Costa degli schiavi del Dahomey a fine Settecento: «la nave del capitano Aspinall va via con 328 schiavi; il Potter e la sua nave appogio sono andati via con 350 schiavi; alle tre del pomeriggio il capitano Fairweather è andato via con 377 schiavi; abbiamo visto la nave appoggio del Combesboch andar via con 280 schiavi» (un giorno di traffici nel diariodi Antera Duke). È questo accadere immobile, atono, disumano, eterno del capitale che viene evocato dalle pagine di Ricciardi sino a quel «governo belga che vieta per legge agli stranieri qualsiasi forma di attività politica o di attivismo sindacale», pena l’immediata espulsione come «agitatore». Lo stesso accade qui da noi adesso: a chi – tra i non pochi mistici predicanti – concretizzi i sermoni trascendentali parlando di protesta (non, sembra, di rivolta).

Marcinelle 1956 ha all’interno un’antologia di foto dell’epoca: vedove, orfani, funerali e su due pagine la foto della gente che per giorni e notti ha aspettato ai cancelli notizie, sopravvissuti, salme, mentre la miniera bruciava. Una folla grande che potrebbe scatenarsi, radere al suolo gli impianti, distruggere il mostro che divora vite, inquina corpi; una folla che potrebbe occupare gli uffici dei dirigenti, alzare teste sulle picche, fare giustizia sommaria. Non succede niente a Bois du Cazier: le donne piangono, urlano, svengono, invocano il Volto Santo, il sudario che è la reliquia conservata nel santuario tra Manoppello e Lettomanoppello (certo, i nomi), i paesi da cui molti di questi ora morti con le loro famiglie sono arrivati. Per morire qui, tra vene di carbone e terra.

Toni Ricciardi

Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone

con un capitolo di Annacarla Valeriano

Donzelli, 2016, XVI-176 pp., € 24

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