Lisa Ginzburg

michaux1-tt-width-918-height-517-fill-1-crop-0-bgcolor-ffffff“Sincero?” Henri Michaux asseriva nel suo Passages; “io scrivo perché quel che era vero non lo sia più. Prigione esibita non è più una prigione”.

Un principio di robusta, radicale trasfigurazione presiede a tutta l’opera del poliedrico scrittore belga: anche per quel che riguarda la sua produzione di artista figurativo. Sulla specularità tra opera scrittoria e pittorica, è imperniata la (non grande, ma puntuale e preziosa) mostra allestita a Parigi, al Centre Wallonie-Bruxelles, a Michaux dedicata con l’evocativo titolo “Face à face”. Dove il fronteggiamento è pensato come tripartito: confronto con la propria creazione, con le opere altrui, e quello, cruciale, tra se stesso e gli altri. In termini di rispondenza scrittura/pittura, è forse quest’ultima “sezione” del face à face la più interessante, e sintetica delle altre.

Immagini, volti, figure di animali, scorci: ogni cosa agli occhi di Michaux trova legittimità per venire plasmata, trasformata, trasfigurata. Se ciò accade, è perché a ogni elemento della realtà è peculiare una porosità, e una cangianza. Fanno da didascalie ai suoi acquarelli, riflessioni dello scrittore sull’idea di ritratto. “In tutte le cose incompiute, trovo volti. (…) Quel che è fluido, una volta fermato diviene volto. Tutte le forme imprecise, io le riconosco come volti. (…) Un viso: così poco chiuso, attraversato invece, condiviso, dissolto e dissolvente (…) E sempre persistono gli occhi, impregnati di un altro mondo”. “Ci vuole una incredibile forza di volontà, per estrapolare un volto, abituato come esso è al suo individuo umano”.

Risultato di questo scindere le facce dalla loro “codificazione”, è un’umanità trasfigurata, che proprio nel perdere le sue caratteristiche più riconoscibili, leggibili, rende gli individui iperbolicamente più veri del vero. “Perché quel che era vero non lo sia più”: ed ecco una nuova, lancinante realtà prendere forma. “Visi contratti che il passo ha talvolta incrociato, urtato anche, in un vertiginoso gesto. Visi privati di parole. Bocche serrate dalle quali a stento emergono suoni: rauchi e gutturali”. Di questa afasia, che asintoticamente coincide con un’impellente necessità di dirsi, esprimersi, gridarsi, raccontano gli acquerelli esposti nella mostra “Face à face”. Dietro i lineamenti miti e delicati dei volti si percepiscono, compresse, pulsioni violente, animalesche. Un contrasto che rimanda a quello tra le tinte tenui degli acquerelli, e invece i tagli scuri delle bocche, i fori neri degli sguardi. Rarefatta grazie alla sublimazione trasfigurante, la vita in tutta la sua ferocia torna a irrompere. Ineluttabile.

Di “occhio senza palpebre michaudiano” ha parlato Giuseppe Girimonti Greco (“Le parole e le cose”, 14 settembre 2012): metafora perfetta per spiegare l’assenza di filtro che questo mago dell’immaginazione sapeva mantenere nei confronti della realtà. Prima di venire reinventato, riscritto, il mondo viene guardato da Michaux per quel che è. Maurice Blanchot parlava nel suo caso di “arte sorvegliata”, di “un’immaginazione che incessante lavora contro se stessa”, di “misteri privati di enigmi”. “Lodevole, dare al mistero una sorta di evidenza” Blanchot concludeva 1 . Procedimento oltre che lodevole, quasi paradossale, verrebbe da aggiungere. Un dominio della fantasia tale da lasciar scaturire la più potente libertà di espressione. Una continua calibratura tra realtà e sua invenzione, per cui le più mirabolanti immagini e divagazioni risultano credibili (Ailleurs, antologia di reportages inventati, è capolavoro di misura stilistica). Michaux crea un dispositivo creativo secondo cui, per dirla ancora con Blanchot, “quel che simula la vita si confonde con la vita stessa”. Impregnata di verità, l’immaginazione conquista mano a mano nuovi territori di dicibilità, diventa essa stessa sguardo, concreto essere delle cose. Vita.

Il confronto con gli altri ossessionava Henri Michaux, lui che desiderava con forza osservarli e invece non essere osservato (Le Clézio dedicò al tema della solitudine in Michaux la sua tesi di laurea, un testo che sarebbe interessante leggere). Trasfigurare per celarsi: interpretare e rappresentare i volti altrui, intanto nascondendo il più possibile il proprio. In una conferenza sullo scrittore che avrebbe dovuto pronunciare a Nizza nel 1941 (gli fu invece vietata dalla Legion d’onore degli Anziani Combattenti), Andrè Gide mostrava l’elemento più puramente “artistico” dell'opera di Michaux, il più benefico, a detta sua, nel suo essere del tutto straniante 2 . Puntando il dito sul contemporaneo “bisogno di letteratura galvanizzante, edificante e alimentare”, Gide così concludeva la sua (poi sabotata) lezione: “queste minuzie poetiche (…) sarebbe un gran peccato che le si trascuri o le si sacrifichi, perché fanno parte di quel che abbiamo di meglio. Sono inattuali, è vero; e ve l’ho detto, all’inizio di questo mio intervento, che intendevo insieme a voi per un’ora dimenticare i problemi attuali, le nostre angosce e i nostri bisogni. Inattuale… è buona cosa che una parte di noi sappia rimanerlo, al riparo da avvenimenti tanto gravi, per quanto urgenti essi siano (…) Questa parte di noi, l’intemporale, non lasciamo che divenga aliena ” (il corsivo è mio).

Inattuali, e quanto, i volti insieme dolci e violenti dei ritratti da Henri Michaux! E proprio perché irreali, e inattuali, così necessari. Tutto in lui – i suoi libri, esattamente come i suoi quadri – trova radice e senso nell'invito ad astrarsi dal reale, rimanendo fedeli al resto – quanto di inverosimile, e proprio, personale, si sia capaci di estrarre dal “vero”. Da una realtà che così spesso abbiamo l’impressione che sempre meno ci riguardi.

1 M. Blanchot, Henri Michaux ou le refus de l’enfermement, Farrago 1999.

2  A. Gide, Découvrons Henri Michaux, Gallimard 1941.

 

Henri Michaux. Face à face

Parigi, Centre Wallonie-Bruxelles

22 febbraio - 21 maggio 2017

 

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