fibra2 copia"Perché non provare a scovare nelle fake news non solo l’elemento che le contraddice o le smentisce dall’interno - ad esempio portandone all'estremo le premesse - ma pure l’elemento di verità che contengono? Di solito quest’ultimo è quello più scomodo e quello che ci riguarda più da vicino". Abbiamo scelto di girare alle lettrici e ai lettori di Alfadomenica questo interrogativo emerso in un dibattito del Cantiere di Alfabeta per due motivi. Da un lato apre una prospettiva non scontata nella discussione sulla cosiddetta post-verità , dall'altro mette in luce quello che vorremmo fosse il metodo di lavoro del nostro forum, un metodo che prevede il confronto e l'analisi anche di "aspetti della realtà che talvolta escludiamo per continuare a far quadrare i conti del nostro paradigma culturale", come ha scritto un'altra socia nel thread su Nick Land e i neoreazionari. Per questo, ci auguriamo che siano sempre più numerosi i lettori e le  lettrici che aderiscono all'Associazione Alfabeta, partecipando alle conversazioni in corso nel Cantiere e aprendone altre, per comprendere meglio il presente e (soprattutto) per affrontare il futuro in modo consapevole e attivo.

 

Ed ecco cosa trovate oggi su Alfadomenica:

  • Piero Del Giudice, Marcinelle, non escono nemmeno i cadaveri: «L’ultima speranza è stata un pezzo di legno lungo più di tre braccia, a 1035 metri, dove c’era scritto con il gesso: “siamo una cinquantina e andiamo verso 4 Paume”, che era il numero della vena. Firmato “il capo Gonet”. Quando abbiamo aperto le porte, abbiamo visto quei cinquanta lì a terra, tutti morti». La strage nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, è scritta nella storia del movimento operaio internazionale: l’8 agosto 1956 alle 8 del mattino. C’è un incendio sotto, a 900 metri, che parte dalla cabina di un montacarichi per un cortocircuito. Un certo Iannetta, «uno piccolino che lavorava sempre lì», fa un errore mentre mette dentro l’elevatore i carrelli e trancia un cavo elettrico che con le scintille dà fuoco a una tubatura d’olio. Leggi:>
  • Cecilia Guida, I nonni concettuali di Laure Prouvost: “John Latham è una parte importante della mia vita, è diventato il mio nonno concettuale” risponde Laure Prouvost con tono affettuoso e divertito in una breve intervista telefonica, disturbata dai rumori di Londra, sulla sua mostra personale al Pirelli HangarBicocca di Milano (in corso fino al 9 aprile 2017, a cura di Roberta Tenconi). Nata a Lille, in Francia, nel 1978, Laure Prouvost è stata per vari anni l'assistente di Latham (1921-2006), artista poliedrico che nel suo lavoro collegava arte, filosofia e scienza per effetto dell'influsso degli scienziati Clive Gregory e Anita Kohsen, incontrati nella metà degli anni Cinquanta, con i quali sviluppò un suo sistema, complesso e piuttosto prolisso, di comprensione dell'umanità. Leggi:>
  • Lisa Ginzburg, Face à face con Henri Michaux:  “Sincero?” Henri Michaux asseriva nel suo Passages; “io scrivo perché quel che era vero non lo sia più. Prigione esibita non è più una prigione”. Un principio di robusta, radicale trasfigurazione presiede a tutta l’opera del poliedrico scrittore belga: anche per quel che riguarda la sua produzione di artista figurativo. Sulla specularità tra opera scrittoria e pittorica, è imperniata la (non grande, ma puntuale e preziosa) mostra allestita a Parigi, al Centre Wallonie-Bruxelles, a Michaux dedicata con l’evocativo titolo “Face à face”. Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Ecce E: Da alcune settimane stiamo facendo un viaggio lungo la parola “alfabeta”: ogni lettera una stazione a cui scendere per guardarsi intorno in cerca di somiglianze fra le lettere che la compongono e forme e segni dipinti, disegnati, fotografati, animati. Ad oggi, sono arrivate - soprattutto via Twitter con l’hashtag #alfagiochi - centinaia di immagini in cui si riconoscono le sembianze della “A”, della “L”, della “F”, della “B”. Intraviste in un disegno di Klee, nel gesto di una danzatrice, nelle linee di un paesaggio, nel movimento di una Gif animata, aspettano di essere ricombinate in innumerevoli varianti verbo-visive, che riscrivano collettivamente il nome della rivista (e i suoi anagrammi, come per esempio “Beata la F”). Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Pesci fuggiti nel nulla: Immaginate, come vi pare, masterchef, una gara, l’esame o l’ultimo atto di un corso di cucina. In cattedra, gli chef che interrogano ed esaminano, che hanno preparato la prova. I candidati si avviano alle loro postazioni dove troveranno utensili, ingredienti e il problema da risolvere. E invece che cosa li aspetta ? ci sono mucchi di conchiglie o di pietre con alghe, sedano e cipolle, pomodori e la pentola. Spaghetti, anzi vermicelli. I candidati si interrogano, non capiscono, cercano con l’occhio il mollusco che non c’è, la cozza che se n’è ita, prevedono operazioni astruse. Alcuni protestano, altri se ne stanno lì inebetiti, ad aspettare. Uno o due buttano tutto nella pentola, qualcuno si domanda se è uno scherzo. Eppure la ricetta c’era, ed era di casa, a Bari e dintorni, e portava questo nome: Vermiciedde cu suche d-u pèssce fesciute  - Leggi:>
  • Una poesia 21 / Vittoriano Masciullo:  stesse dritto spiegherei / il tradimento al sé ma devo / dimenticarmi dei giorni litio / dei visi che avevano l’aura del sempre / non posso farci nulla non ha / mai visto morire nessuno - Leggi:>
  • Semaforo: Fellatio - Intrattenimento - Trans - Leggi:>

 

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