Francesco Fiorentino

faust_foto_1Dal 7 al 12 marzo l’Argentina di Roma ha accolto Faust. Una ricerca sul linguaggio dell’Opera di Pechino, spettacolo in cinese con sovratitoli in italiano, prodotto dall’Emilia Romagna Teatro Fondazione e dalla China National Peking Opera Company. Il testo è tedesco che più tedesco non si può: è il Faust I di Goethe, ma riscritto dalla drammaturga Li Meini in Jīngjù mandarino poetico. Cinesi che più cinesi non si può sono invece gli attori e le modalità performative. Progetto e regia, come anche le scene, sono però della tedesca Anna Peschke, uscita dalla celebre scuola di Gießen. Le musiche e i musicisti sono cinesi e italiani. Cinesi i trucchi, le acconciature, i costumi, le coreografie. Insomma: uno spettacolo interculturale che fa interagire tradizioni, linguaggi e sonorità diverse, che si integrano e insieme restano estranei, trovando un’inspiegabile integrazione nella reciproca alterità. È questa modalità di coesistenza la cosa più interessante, anche politicamente, dello spettacolo.

Alla regista interessano quei gesti e movimenti «capaci di oltrepassare i confini culturali ed essere così compresi dal pubblico europeo». Ma sono ben pochi. Quando nel prologo Mefistofele, con due lunghe, bellissime penne fissate sulla testa a mo’ di corna, compie il suo ballo, con tutta una grazia aliena alla nostra sensibilità, un gruppo di giovani spettatori non poteva trattenere continue e sonore risatine. Che altro non possono essere se non il segno di un’incomprensione, di un imbarazzo e anche di una difesa nei confronti di un codice estetico estraneo.

Convocando in uno stesso spazio elementi di tradizioni lontanissime, lasciando che restino lontane, che l’altro non perda la sua estraneità, lo spettacolo di Leschke contesta l’imperativo della condivisibilità, della comprensione. Il complesso codice segnico dell’Opera di Pechino ovvero dello Jīngjù, in cui ogni minimo movimento ha un preciso significato simbolico, resta estraneo al pubblico occidentale. Lo spettatore può verificare su di sé la sua capacità di sopportare quel che non riesce a comprendere, cioè a prendere dentro i suoi schemi consueti di percezione e classificazione, la sua capacità di aprirsi a quello ciò che trascende le sue attese e le sue abitudini, e perciò resta distante.

È un’esperienza di profonda valenza politica nella nostra era globalizzata, segnata da una forte tendenza all’omogeneizzazione del differente, spesso con politiche dell’esclusione aggressive quanto mai. La ricerca di possibilità di una giusta convinenza con l’altro è perciò più che mai vitale. Lo spettacolo di Anna Peschke ricorda quanto impervia essa sia e quanto il teatro possa agire da medium di negoziazione con l’alterità.

faust_foto_2Per una regista occidentale è senza dubbio una sfida confrontarsi con una pratica scenica in cui tutto – tonalità, dizione, costumi, maschere, movimenti – è regolato fin nei minimi dettagli da ferree convenzioni. E forte sarà la tentazione (assolutamente occidentale) di giocare a trasgredire questo rigorosità, contaminandola con sensibilità e disposizioni europee. Leschke ha scritto di aver lavorato con gli attori anche per «scardinare alcune regole» dello Jīngjù ispirandosi anche alla maggiore mobilità delle maschere della Commedia dell’arte. Così, in questo linguaggio scenico da cui è bandita la sessualità, assistiamo alla scena seducente dell’amplesso tra Faust e Margherita che richiama gli inizi del cinema, con i protagonisti trasformati in ombre dietro un telone bianco. Nello Jīngjù ogni attore interpreta uno solo dei quattro previsti (maschio, femmina, maschio con volto dipinto, buffone). Qui invece questa regola è disattesa; gli attori interpretano gli stessi personaggi ma cambiando ruolo.

Si tratta però di cose che il pubblico occidentale non può notare. A muovere la sperimentazione di Leschke è la speranza che i due linguaggi possano farsi intaccare e soccorrersi vicendevolmente. Che l’espressività rituale dell’Oriente possa guidare un Occidente che scopre i limiti della parola. Che d’altra parte il formalismo orientale possa essere scalfito rivelando – per usare le parole della regista – «pieghe di senso e di espressività» capaci poi di rivitalizzare il nostro sguardo sul mondo. Non si può fare a meno di notare che questo è un programma estetico assolutamente occidentale. Al di là dell’aspetto programmatico, però, l’elemento occidentale tende piuttosto a essere cancellato.

Il Faust, in questa traduzione nel linguaggio dello Jīngjù, è quasi irriconoscibile. Eppure nella distanza si instaura un dialogo profondo, che riguarda l’economia e il governo delle pulsioni. I quali qui non potrebbero essere più diversi e proprio perché sono tali, forse, si straniano a vicenda. Faust è una figurazione occidentale del problema del desiderio e, appunto, della pulsione; incarna il richiamo seduttivo del godimento e del vuoto che esso nasconde, oltre che la distruttività che sempre l’accompagna. Il linguaggio dello Jīngjù è una figurazione e una soluzione dello stesso problema: il distacco dalle emozioni, il loro controllo estremo, la loro sublimazione quasi mortifera, almeno dalla prospettiva occidentale. L’elemento dominante in modo praticamente esclusivo è nello Jīngjù la tecnica: nel canto, nella recitazione, nella pantomima, nella danza, talvolta acrobatica. Il vero tema è l’alienazione del corpo attraverso una tecnica. Un distacco che porta quasi a considerare il proprio corpo come oggetto: questo il tèlos del duro addestramento che ogni attore deve praticare per anni e anni. Tutto è stilizzato, codificato: ogni postura, mimica, ogni minimo movimento degli occhi, del capo e delle mani: perché anche il più piccolo movimento è un segno. Se una donna è un’imperatrice o una serva lo dice già il suo modo di camminare. Dozzine sono i modi codificati di ridere o di sorridere, ognuno con un preciso significato. Dove si svolge l’azione e quali oggetti stiano su questa scena quasi sempre vuota, lo dice la pantomina degli attori. La scenografia si disegna per lo più nella testa. Tutto è immaginario, astrazione, artificio.

Non è un caso che Brecht menzioni per la prima volta il V-Effekt, l’effetto di straniamento che è il marchio del suo lavoro, in un testo sull’arte teatrale cinese tradizionale. Lo menziona come un effetto centrale della tecnica di quella tradizione scenica in cui egli vedeva anche una perfetta rappresentazione quell’alienazione che per l’uomo occidentale era un’esperienza inconsapevole. L’effetto di straniamento dell’arte teatrale cinese consisteva per lui soprattutto nell’interruzione di ogni naturalezza della rappresentazione.

Questo teatro – che chiede all’attore di padroneggiare senza sforzo tecniche performative sofisticatissime – esibisce una falsa naturalezza, esibisce la propria artificialità, quasi come una seconda natura. Perciò fa apparire la naturalezza come un prodotto culturale. Ma porta anche a pensare che, se è così, allora l’uomo può operare, per trasformarli, su reazioni emotive che ritiene appunto naturali, e invece sono prodotti socialmente, per cui possono essere trasformati. La tecnica attorica cinese era per Brecht un esercizio di stanziamento dalla pulsionalità: l’attore cinese riusciva a oggettivare i propri sentimenti e a esibirli, liberandosi dalla schiavitù di emozioni solo subite, attirando le pulsioni in uno spazio dove essere regolate. Chissà.

Quel che certamente trasmettono è un rapporto con la sfera emotiva e pulsionale che allo sguardo occidentale risulta estraneo, quasi scandaloso. Lo spettacolo di Peschke fa pensare però che l’arte può aiutarci a instaurare un rapporto più libero con l’estraneo perché può farlo apparire nella luce della bellezza: di una bellezza che deve il suo fascino proprio a un senso incoercibile di estraneità, e ci invita ad affrontare l’estreneo senza distruggerlo nell’assimilazione, quanto piuttosto trovando un piacere nel fatto che esso resta lontano e incommensurabile, per essendoci in qualche modo molto vicino. E di quest’esperienza di una diversità prossima e non assimilabile abbiamo quanto mai bisogno, come antidoto alla tendenza all’appiattimento che contraddistingue la nostra epoca globalizzata. Abbiamo quanto mai bisogno di un’arte che accenda in noi il desiderio struggente di una coesistenza non sopraffatrice tra estraneo e familiare. Per questo il Faust di Peschke tanto ci ammalia e ci stupisce.

Faust. Una ricerca sul linguaggio dell’Opera di Pechino di Li Meini

progetto e regia Anna Peschke

Roma, Teatro Argentina, 7-12 marzo 2017

Tagged with →  
Share →

Una Risposta a Faust, dalla Cina con straniamento

  1. jenny dei pirati ha detto:

    Ho sempre avuto il sentore che la vera recensione di uno spettacolo fosse anche (forse soprattutto) la recensione del suo pubblico. Fatta in primis dallo spettacolo stesso, e dopo dal recensore accorto. Grazie. Così diventa utile davvero per chi non ha visto lo spettacolo. Di duplicati in parola di esperienze di teatro si può e si deve per forza fare a meno. Ma un resoconto avvertito come questo, preciso, non generico, di quello che accade tra scena e pubblico, è sempre una piccola bussola messa in mano a chi non ha visto, da usarsi anche altrove: “Lo spettatore può verificare su di sé la sua capacità di sopportare quel che non riesce a comprendere, cioè a prendere dentro i suoi schemi consueti di percezione e classificazione, la sua capacità di aprirsi a quello ciò che trascende le sue attese e le sue abitudini, e perciò resta distante. È un’esperienza di profonda valenza politica nella nostra era globalizzata”. Vale anche per chi lo spettacolo lo ha fatto: quanto riesca a ‘supportare’, mi vien da dire, di quello che non riesce a comprendere, quanto riesca a trattenerlo in questo stato facendone uno strumento critico, senza doverlo subito fraintendere (ridurre) e liquidare … Ma anche senza alzare altari all’estraneità pura: anche il culto dell’estraneità sospesa, vaga, che non si sa bene cosa sia, che intorbida solo un po’ l’identico in cui sguazziamo, fa parte del feticismo occidentale. Viva l’Altro, dice il motto, ma non l’altro, e abbasso il prossimo che viene e ha faccia, modi e intenti, che non sono i miei (e qua si porrebbe la domanda se ci siano ancora altri di questo tipo, che non sono già fin troppo ‘miei’…).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi