Valentina Parisi

13im3Il compito forse scomodo ma inaggirabile di rileggere la Rivoluzione russa a cent’anni di distanza da quei “dieci giorni che sconvolsero il mondo” (a detta di John Reed) per ora è appannaggio esclusivo dell’Occidente “borghese e decadente” cui i bolscevichi si contrapponevano. Fragoroso è il silenzio che si leva da Mosca di fronte a un anniversario che non sembra offrire immediati spunti propagandistici utili per l’attuale regime, anzi. “Rivoluzione” pare una parola tabù cinque anni dopo le proteste di piazza innescate nel dicembre 2011 dall’esito delle elezioni parlamentari e, soprattutto, in attesa dalle presidenziali del 2018, che assegneranno con tutta probabilità l’ennesimo mandato a Vladimir Putin. Stante l’odierna rimozione di ogni elemento di disordine o di conflittualità, non è dunque un caso se l’unica mostra organizzata da un’istituzione museale russa reinterpreta la Rivoluzione esclusivamente come fine dello zarismo – Romanovs & Revolution: the End of Monarchy è infatti il titolo dell’esposizione visibile presso la filiale di Amsterdam dell’Hermitage fino al 17 settembre. Una Rivoluzione ridotta a mera pars destruens, deprivata sia del suo disegno ideologico, sia della spinta alla palingenesi che la contraddistinse.

Key 55

Alexander Deineka, Textile Workers, 1927  State Russian Museum, St. Petersburg  Photo (c) 2016, State Russian Museum, St. Petersburg  (c) DACS 2016

Una visione decisamente più sfaccettata è quella offerta da Revolution. Russian Art 1917-1932, a cura di John Milner, Natalia Murrey e Ann Dumas e in scena alla Royal Academy of Arts di Londra fino al 17 aprile. Scandita da un susseguirsi di sale tematiche (a eccezione di due monografiche, dedicate a Kazimir Malevic e Kuz’ma Petrov-Vodkin), l’esposizione mette a fuoco il riverbero dell’Ottobre nelle arti. E lo fa affidandosi a prestiti rilevanti giunti dalla Russia (a differenza della mostra A Revolutionary Impulse: The Rise of the Russian Avant-Garde, appena conclusasi al MoMa, che poteva contare solo sulla collezione del museo newyorkese), ma anche a opere provenienti dalle raccolte londinesi di Petr Aven, Alex Lachmann e Vladimir Tsarenkov.

Il percorso parte in medias res, a rivolgimento già avvenuto, con l’effige del vozd’, l’immagine del capo rivoluzionario che, moltiplicata all’infinito, doveva ispirare alle masse entusiasmo e, insieme, timore reverenziale. Un processo quello della costruzione di un’iconografia compiutamente rivoluzionaria che investì tanto la pittura da cavalletto quanto le arti applicate, come dimostra le stoffe variopinte prodotte a Ivanovo o il cosiddetto agit-farfor, le porcellane di propaganda destinate a portare l’Ottobre perfino sulle tavole e negli interni domestici. Qui il pathos si miniaturizza e assume una dimensione delicatamente aneddotica, evidente nella statuetta di Natalia Danko che raffigura una donna intenta a ricamare uno slogan su una bandiera rossa.

Key 149

Isaak Brodsky, V.I.Lenin and Manifestation, 1919  The State Historical Museum  Photo (c) Provided with assistance from the State Museum and Exhibition Center ROSIZO 

Rosso che domina anche il bel ritratto di Lenin di Isaak Brodskij del 1919, basato sulle ampie campiture contrapposte del drappo scarlatto e della folla assiepata nella piazza e lontanissimo dall’accademismo del suo stile tardo (qui rappresentato da Lenin allo Smolnyj del 1930 e dal ritratto di Stalin del 1927). Al cristallizzarsi progressivo dell’iconografia in immagini sempre più classiche si oppongono visioni “devianti”, come l’enorme testa di Lenin composto nella bara nel quadro di Petrov-Vodkin, l’enigmatico Insurrezione di Klement Redko (con un Lenin gesticolante che arringa figure spettrali, disposte secondo un imperscrutabile schema geometrico), ma soprattutto lo splendido Stalin di Georgij Rublev, dal sapore quasi matissiano. Qui, su uno sfondo monocromo color cinabro, il successore di Lenin è impegnato nella lettura della “Pravda”, ma né la sedia da giardino su cui è seduto a gambe incrociate, né il bassotto dagli occhi gialli accoccolato ai suoi piedi corrispondono minimamente alla vulgata ufficiale.

Impossibile dar conto della ricchezza della mostra che, con ambizione enciclopedica, affronta i temi cruciali della nuova società rivoluzionaria (l’industrializzazione, la collettivizzazione nelle campagne, la città, lo sport, finanche – nella sezione Eternal Russia – la permanenza fantasmatica del vecchio mondo nel nuovo), declinandoli in una pluralità di media (fotografia, arti applicate, cinema) e creando accostamenti di grande finezza. Come, per esempio, quello che riavvicina Anna Achmatova (ritratta nel 1922 da Petrov-Vodkin) al suo compagno Nikolaj Punin, critico d’arte che, prima di scomparire per sempre in un campo di lavoro, fu raffigurato nel 1933 da Malevic con una singolare tunica geometrica: la divisa d’ordinanza del suprematista.

E proprio a Malevic è dedicata la sala forse più affascinante di Revolution, quella che ricrea per intero lo spazio che Punin gli riservò nell’ambito della collettiva Quindici anni di artisti russi sovietici a Leningrado nel 1932. Un’operazione filologica complementare al parziale riallestimento dell’esposizione 0.10 (Pietrogrado, 1915), realizzato in occasione della retrospettiva tenutasi alla Tate Modern nel 2014, e che proietta lo spettatore in una sorta di installazione totale, dove le tele suprematiste, attorniate da quelle del ritorno alla figurazione nei tardi anni Venti, sovrastano gli architektoniki, prototipi di edifici bianchi per la città del futuro. Un’utopia lontana dalla realtà, fatta di appartamenti comunitari sovraffollati e di tessere annonarie – quest’ultime esposte nella sezione sulle città tra comunismo di guerra e nuova politica economica (NEP).

Key 105

Kuzma Petrov-Vodkin, Fantasy, 1925  State Russian Museum, St. Petersburg  Photo (c) 2016, State Russian Museum, St. Petersburg 

Benché non manchino pezzi iconici come La difesa di Pietrogrado di Aleksandr Dejneka, la cosiddetta “Madonna di Pietrogrado” di Petrov-Vodkin o Il nuovo pianeta di Konstantin Juon, la mostra recupera anche figure non particolarmente note, eppure emblematiche del fervore rivoluzionario. A prevalere su tutte, forse, è la personalità di Sof’ja Dymsic-Tolstaja, autrice tra il 1919 e il 1921 di oli su vetro in cui sperimenta con le forme geometriche e le parole d’ordine dell’Ottobre, ma anche nel 1931 di un quadro sorprendente come L’agitatrice politica, dove dietro la sobrietà ascetica che caratterizza la nuova immagine femminile si intuisce la sensibilità di una ritrattista educata all’inizio del secolo alla scuola di Lev Bakst e di Mstislav Dobuzinskij.

Ed è sempre all’insegna del volto umano che si conclude, malinconicamente, Revolution. Prima di imboccare l’uscita, lo spettatore può infatti entrare in un cubo nero dove scorrono in una mesta successione le foto segnaletiche di alcune tra le tante vittime delle repressioni staliniane. E ritrovare così anche le fisionomie di chi, come Punin o o il regista Vsevolod Mejerchol’d, aveva visto poco prima ritratto dai grandi maestri dell’avanguardia.

Il titolo della rubrica, Galja, guljaj riprende quello di uno degli hit di Srednerusskaja vozvyshennost’, gruppo di “rock simulativo” fondato nel 1986 da alcuni artisti dell’underground moscovita nell’intento piuttosto scoperto di creare una parodia demenziale della moda rock che furoreggiava allora in Urss.

***

circuito-elettrico copiaUn luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. Discutiamo di lavoro, di fake news, di soldi, di scuola. E vi aspettiamo!

Entra nel cantiere di Alfabeta2

Share →

2 Risposte a Galjaguljaj. Una rubrica dalla Russia / Revolution!

  1. paolida ha detto:

    Una domanda: dopo il 17 la mostra va da qualche altra parte ?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi

THIS ARM / DISARM
Le macchine armate di Paolo Gallerani in un filmato di Maurizio Gibertini - Milano 10 marzo guarda il trailer