Giorgio Mascitelli

imagesLa bufera suscitata dalla battuta di Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo ( l’insieme dei ministri delle finanze della zona euro), relativa a chi si comporterebbe come uno che spende tutto in alcol e donne e poi chiede aiuto, è con ogni probabilità un fuoco di paglia destinato a spegnersi rapidamente, ora che il ministro tedesco delle finanze Schäuble ha chiarito che per il suo protégé olandese di dimissioni proprio non si parla. Questo episodio, tuttavia, proprio per la sua estemporaneità è molto utile per capire alcuni aspetti dell’attuale ideologia europea e, anzi, meriterebbe di entrare in un’antologia che la documentasse.

La dichiarazione, nella sua intervista alla FAZ, che ha suscitato l’ira di molti esponenti politici dell’Europa del Sud, è la seguente: “Come socialdemocratico considero la solidarietà molto importante. Ma chi la reclama ha anche degli obblighi. Non posso spendere tutto il mio denaro per alcol e donne e poi chiedere sostegno. Questo è un principio che vale sul piano personale, locale, nazionale e anche europeo”. In risposta alle polemiche il ministro olandese ha spiegato di aver enunciato un principio generale senza mai citare l’Europa del Sud e che il suo commento era “diretto e può essere spiegato da un rigida cultura olandese, calvinista, con immediatezza olandese”. Vale la pena di soffermarsi con un po’ di acribia su queste dichiarazioni perché sono per l’appunto un interessante documento ideologico a cominciare dall’uso della parola ‘solidarietà’, che è chiaramente impiegata in modo improprio, perché essa in quanto sentimento può essere provata spontaneamente e non certo sollecitata come può esserlo invece un aiuto concreto. In altre parole Dijsselbloem usa una parola, appartenente al lessico politico del socialismo, per indicare l’azione di chi concede aiuti economici diretti o indiretti a certi stati in un quadro di trattative su regole di bilancio e su scelte di linee di politica economica piuttosto complesse la cui riduzione a concetti di uso comune come ‘giusto’ o ‘solidale’ appare molto opinabile; parimenti non è facile indicare i destinatari reali degli aiuti economici come dimostra la vicenda greca. Superfluo aggiungere che i comportamenti di cui sopra c’entrano ben poco con quello che nel linguaggio standard si chiama ‘solidarietà’ e tanto meno con quello che si intende nella tradizione socialista, dunque l’uso di questo termine è chiaramente un eufemismo.

Anche la contestata dichiarazione relativa a coloro che spendono tutti i loro averi in donne e alcol appare alquanto banalizzante: non solo perché difficilmente uno stato può essere in difficoltà solo per aver speso tutto o gran parte delle proprie entrate in cose futili, ma perché è fuorviante paragonare comportamenti individuali a quelli collettivi. Peraltro secondo certi economisti, anche protestanti, perfino il comportamento individuale di chi sperpera il proprio denaro in liquori e in regali lussuosi ad amanti fugaci svolge un ruolo più utile nell’economia di chi accumula e poi affida a società finanziarie, aventi sede ad Amsterdam o in qualche altro paradiso fiscale, il compito di moltiplicarli tramite operazioni virtuali. In generale questa equiparazione di azioni individuali a scelte politiche che hanno ricadute collettive è ingannevole in quanto esclude numerosi e complessi fattori che determinano l’attuale situazione.

In un certo senso i chiarimenti che Dijsselbloem ha offerto sulle sue dichiarazioni sono ancora più interessanti. Il fatto che non abbia citato direttamente l’Europa del Sud non dimostra che egli non si riferisse a questa: infatti una delle funzioni del linguaggio alla base della comunicazione umana è quella referenziale, ossia riferita al contesto. Ora il contesto di quelle dichiarazioni, il luogo in cui sono state fatte, l’incarico occupato da chi le faceva, la storia recente e il presente conducono oggettivamente a indicare nei paesi dell’Europa del Sud i destinatari di simili cortesie.

Per quanto concerne il rigore calvinista e la franchezza olandese, occorre ricordare che tra allusioni ed eufemismi queste dichiarazioni appaiono il contrario di una schietta franchezza, mentre è fuorviante il richiamo al calvinismo sia perché quasi tutte le culture tradizionali europee hanno forme di riprovazione morale dello sperpero dei propri averi sia perché l’Olanda è il paese europeo con il più alto livello di indebitamento privato. È il passo più inquietante che ammicca a mitologie di superiorità nazionali e razziali di popoli più schietti e più rigorosi di altri.

In definitiva le dichiarazioni di Dijsselbloem sono imperniate su semplificazioni irridenti dei problemi trattati e sul richiamo, tanto più forte quanto più ambiguo, a un immaginario politico mitologico. Di solito questi ingredienti sono tipici dell’estrema destra nella sua versione attuale populista. Queste parole non sono semplicemente l’uscita maldestra di un politico in difficoltà a causa delle elezioni nel suo paese, che cerca di mantenere il proprio posto, al contrario esse sono la testimonianza di una mentalità diffusa, come dimostrano il suo rifiuto di scusarsi e l’appoggio ricevuto dai governi tedesco e francese. Si vede qui in nuce la sostanziale contiguità culturale ed entro certi limiti politica tra neoliberismo delle élite europee e populismo: entrambi si nutrono del medesimo cocktail di esaltazione della competitività, retorica, irresponsabilità, autoritarismo e razzismo, solo che variano le percentuali degli ingredienti in ragione delle peculiarità sociali delle diverse platee cui si rivolgono l’uno e l’altro.

Teniamoci a mente questo episodio perché, temo, non sarà l’ultimo in cui questa contiguità emergerà in maniera evidente per opera di qualche ‘europeista convinto’, quale, secondo le classificazioni oggi in voga, è Dijsselbloem.

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