Piergiorgio Caserini

staccioli1Si aspetta nei luoghi esclusi dal transito, negli spazi cerniera che sono vuoti marginali alle traiettorie percorse dai passanti. Lì, l’aspettativa nei confronti del mondo si pone come abbandono in quello spazio che è un residuo del consumo di un movimento estraneo all’individuo: Je m’ouvrais pour la première fois à la tendre indifférence du monde. È il titolo della personale di Luca Staccioli a Waiting Room#08, nelle sale dello studio Jonas, in cui espone una raccolta di oggetti provenienti da luoghi diversi del Mediterraneo, raccolti o scambiati, sui quali si dipanano, ricamati, i segni calcarei di un vetro, che nel suo essere confine si fa astrazione di una geografia. Inhabiting atlas: through the window-pane, stratificando e accomunando gli oggetti attraverso l’atto e la forma del ricamo, consolida uno spazio residuale che non ha luogo se non nel viaggio: unica condizione esistenziale che sia in grado di ritrovare il rapporto con l’altro, nell’abbandono all’esperienza insito nel moto di un soggetto. Attraverso il segno del ricamo, luoghi e culture si ritrovano ad essere abitati dalla stessa geografia, all’interno di un processo che si appropria delle cose a partire dalla comunanza della loro differenza. La mappa si dispiega sugli oggetti, il residuo ricamato su map#16, un Fell, portafortuna tunisino di fiori secchi, è la stessa isola che fora la pagina dell’Étranger di Camus, map#33: si condivide la stessa geografia di margini. Il confine si configura così non come luogo di separazione ma come spazialità del contatto, in cui memorie e usi coabitano in un’eterogeneità sempre transitoria, in divenire.

staccioli2L’estraneità, come condizione storica ormai assodata ma necessaria al ritrovarsi del soggetto, viene assunta dal video Screen-memory: a souvenir come principio per l’appropriazione: immagini rubate ai social, come cartoline, passano troppo veloci, frenetiche e disturbate dalla ripresa a schermo che deforma i ricordi (i souvenir) di sconosciuti: passa veloce una ragazza, passa veloce un museo coloniale, passa veloce la velocità di un treno. È troppo poco il tempo per distinguerle, troppo poco il tempo per farle proprie: ci ritroviamo tutti in balia della stessa velocità, testimoni a fianco della scomparsa di un’esperienza diretta, tangibile. Impegnati a guardare e ascoltare un’apparente prossimità che in realtà distanzia, disappropria. E ciò che passa, come ciò che si vede, è di qualcun altro che non è concesso incontrare: si sfiora con lo sguardo una sagoma al di là di un vetro sporco, i cui segni impressi sulle immagini attestano la loro estraneità, e insieme la loro similitudine. Nell’impoverimento dell’esperienza di chi è subordinato alla velocità, altro non rimane da fare che cercare nell’altro il piacere dell’esperire, solo per esperirsi. In questo senso si ridefinisce quella distanza culturale e rappresentativa innestata dal retaggio coloniale: si apre la possibilità di relazione, è il contatto con l’alterità che lo concede, e ci si appropria dell’altro nell’indiscriminata creolizzazione delle abitudini e delle fonti culturali. In quegli interstizi si gioca la possibilità d’uso e di riconoscimento del sé nel rapporto con l’altro: poiché si usa non ciò che è propriamente nostro (quella finisce con l’essere una fastidiosa abitudine) ma ciò che non ci appartiene, o ha smesso di appartenerci.

staccioli5Luca Staccioli

Je m’ouvrais pour la première fois à la tendre indifférence du monde

Trento, Waiting Room#08

25 febbraio-25 marzo 2017

 

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