Erminio Risso

writing-828911_960_720Un’educazione milanese di Alberto Rollo è un libro atipico, come ci comunica, fin dalla soglia, la dialettica tra il titolo Un’educazione milanese, appunto, e il sottotitolo Il romanzo di una città e di una generazione, in un assemblaggio assai peculiare di materiali, dove l’autore ci parla sin da subito di ricordi e di memorie personali e della città dove vive, giocando con forme e scritture, tra i ricordi di egotismo stendhaliani, declinati alla Foscolo, e i modi e i modelli di Berlino-Sinfonia di una grande città di Ruttmann, trasposti su Milano.

Il testo si può davvero leggere come una sorta di sinfonia in quattro tempi; la narrazione si apre con uno squarcio govoniano, quasi crepuscolare: Alberto bambino si perde, mentre è con il padre in piazza Prealpi, nella folla che ascolta alcuni suonatori di fisarmonica. I suonatori sollevano il bambino e chiedono: “Milano lo vuole?”. Questa frase, anfibologica e persino ambigua, diventa insieme alla canzone dei musicanti il basso continuo, il leitmotiv dell’intero libro. Da questa apertura, che svolge anche la funzione di motore narrativo della scrittura, si passa al primo momento, ai ricordi d’infanzia, quando Alberto cresce tra Via Grigna, Piazza Prealpi e Via Mac Mahon, con l’affetto e l’insegnamento dei genitori, la madre sarta e il padre prima operaio, poi impiegato ed infine piccolo imprenditore/artigiano metalmeccanico in proprio, ma sentendosi sempre, in prima persona, lavoratore, la cui cultura è quella operaia del P.C.I.. L’attività della madre, e cioè il cucito, è metafora non solo del testo come tessuto, ma del lavoro ben fatto, dell’attenzione ai particolari, e proprio qui si incontra e si unisce indissolubilmente con l’orgoglio paterno per il lavoro a regola d’arte. In questo viaggio i quadri delle relazioni familiari, di parentela, di amicizia, tra elementari e medie, con i primi passi verso la scoperta del mondo femminile, si legano e si intrecciano con la geografia urbana della città, dove le architetture paiono acquistare un corpo di carne e di sangue: non sono un semplice fondale. Questo primo tratto della vita di Rollo, che mette bene in chiaro le caratteristiche di una educazione milanese operaia, viene raccontato dalla voce narrante secondo le modalità della confessione, del cuore messo a nudo, della scoperta autobiografica. Il momento della gioventù è caratterizzato da una scrittura romanzesca vera e propria, quasi a dirci che è la letteratura a spiegare e a poter interpretare la vita. In quest’ottica pare questo l’unico codice in grado di indagare l’io complesso e di fare in modo che la narrazione della memoria più o meno volontaria si faccia racconto di un apprendistato, di una formazione. In questa sezione troviamo il momento decisivo della fase di crescita giovanile, le amicizie, gli amori, le letture, la cultura diventano esperienze centrali: tutto avviene grazie ad uno sguardo obliquo, ben sintetizzato dall’espressione “Gli occhi diversi!”. L’incontro con il teatro, rappresentato dall’arrivo in Italia del Living Theatre con il suo rivoluzionario Paradise Now, dall’Orlando di Sanguineti-Ronconi, da Strehler e da Peter Brook, esercita un’immensa attrazione su Alberto che scopre un universo espressivo nel quale l’arte serve a interpretare e a modificare il mondo: l’entusiasmo è tale che Alberto riesce ad entrare alla scuola del Piccolo, ma la forza degli eventi politici degli anni 70 allontana il nostro protagonista dal mondo del teatro per gettarlo nel teatro del mondo. È qui che inizia l’amicizia con Marco, il grande amico, che morirà in un incidente stradale e che resterà interlocutore di tutta una vita con la sua presenza dell’assente.

Tra le letture viene fuori con prepotenza l’incontro con Benjamin, che può essere issato, a ragione, ad allegoria di questa parte, con il suo “Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo ‘come propriamente è stato’. Significa impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante di un pericolo” (Angelus Novus). Ma il lavoro esegetico di Rollo non si ferma qui, bensì procede per arrivare ad affermare la necessità di mescolare Gramsci e Benjamin (Sanguineti docet) per spiegare in profondità la complessità del reale, facendo emergere le aporie e le contraddizioni. La scrittura è però per Rollo relazione sociale, la parola è carne così ritroviamo gli amici e le conoscenze, da Fofi a Paci a Fortini, riconosciuto come maestro da un’intera generazione, ma particolarmente efficaci e dense sono le pagine elegiache riservate agli assenti, e non solo a Marco. In questo terzo momento o atto, la narrazione vera e propria si intreccia alle riflessioni sulla cultura in modo che la struttura romanzesca sia costretta a coniugare e a tenere insieme il momento diegetico e le movenze tipiche del romanzo-saggio: in pratica, l’autore unisce le storie dei protagonisti alle storie delle idee. Anche qui la narrazione lentamente avanza e muta registro, stile, per andare verso una riflessione raccontata che caratterizza l’ultima fase, nella quale mette al vaglio della critica le diverse trasformazioni e la decostruzione di una identità di classe, in un universo caratterizzato dalla delocalizzazione delle aziende e dai nuovi poveri delle periferie, gli immigrati.

Possiamo vedere questo percorso anche guardando e isolando i momenti metaletterari, gli appelli al lettore, vere e proprie apostrofi della voce narrante, che sono poi, in ultima istanza, anche gli spazi di passaggio: il centro è la riflessione che “la vita ha da dirci solo quello che è accaduto, e che raccontare è una sorta di approssimazione infinita a una verità”. Questa è proprio la linea operativa, il filo rosso principale del tessuto di parole di Rollo, che dà vita ad una scrittura ibrida per riuscire a mettere al centro il lavoro che non significa produrre o rendere, ma fare, creare e sentire la fatica. All’interno di questo orizzonte materialista si colloca anche la scrittura stessa tanto che il romanzo si configura come vero genere aperto, in quanto lavoro di parole, il manufatto di parole, e questo lavoro può essere, in sintonia con la madre, un tessuto, ma anche, seguendo le orme del padre, una fresa di parole. Infine, questo libro, questo racconto ibrido, giocato su squarci e illuminazioni, è un libro che interroga, che costringe a dialogare al punto che io stesso, di una quindicina d’anni più giovane dell’autore, ma impregnato ugualmente di Benjamin e Gramsci, di Rolling Stones e Jim Morrison, ma quando tutto stava diventando moda e feticcio, rivolgo all’autore una terminale domanda lukácsiana: il proletariato degli anni 50 e 60 era l’approdo di un centinaio di anni di lotte operaie, gli immigrati di oggi non potrebbero rappresentare l’equivalente delle masse inurbate londinesi come forza lavoro, ben descritte da Dickens? essere cioè un nuovo momento aurorale, iniziale? In quest’ottica di verifica dei poteri la questione diventa quella della coscienza di classe in sé e per sé: ma se appunto urge un confronto, e bisogna discuterne, il libro afferma perentoriamente: “Leggetemi!”.

È in virtù di questa struttura dialogante, pronta ad interrogare e a farsi interrogare, fin dalla prima riga con il significativo “Milano lo vuole?”, che un io debordante, un egotismo esasperato, apparentemente, si estenua per lasciare la parola alla città e ad una intera generazione, non è l’io che parla in maschere, ma l’io che si scioglie in un collettivo, nella carne degli amici, nelle strutture degli edifici. L’uomo, vichianamente, conosce ciò che fa, e quindi pare dirci che non ci sono che linguaggi e scritture, e per provare a dire la verità del proprio gruppo sociale fondamentale, bisogna usarli tutti. In questo mondo, così costruito, pare, hic e nunc, però non esserci più spazio, se non nelle scritture, per il lavoro ben fatto, il lavoro a regola d’arte, ed è proprio qui che è contenuto un aspetto fondamentale della tragedia farsesca di quest’epoca.

Alberto Rollo

Un’educazione milanese. Il romanzo di una città e di una generazione ,

Manni editore

pp. 318 € 16

 

Domani, 18 marzo alle 17 Un’educazione milanese sarà presentato all'Auditorium Parco della Musica di Roma nell'ambito di Libri Come (AuditoriumArte - Studio 1)

Con Alberto Rollo dialogherà Massimiliano Fuksas, letture di Stefano Benni.

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