Vito M. Bonito

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Nella foto: Christine Lavant

Inizia con due libri segreti ma importanti la collana di traduzione “Le meteore” pubblicata da Effigie e diretta da Anna Ruchat e Domenico Brancale. Due libri che seppur opposti per struttura tematica e ritmica sono conficcati dentro la parola poetica e la sua possibilità di dire.

Le Poesie di Christine Lavant (1915-1973), che noi qui leggiamo nella severa e raffinata traduzione di Anna Ruchat, sono il frutto della ferrea selezione di Thomas Bernhard che le fece pubblicare nel 1988 dall’editore Suhrkamp. Come Ingeborg Bachmann nata in una «Carinzia terribile e priva di spirito» (Bernhard), Lavant è autrice che in prosa e in poesia fa del corpo il luogo di un conflitto permanente, lo spazio di un disastro e di un supplizio da attraversare per approdare alla verità della scrittura: che è destino e condanna, colpa e dolore, dannazione e metamorfosi.

Siamo in presenza di «una parola che si imprime a fuoco», di una vertigine che avviene nella contrazione infinitesimale del sistema percettivo e poi nella dilatazione siderale della parola e del suo delirio. Il corpo, colto nella propria disgregazione, è usato come cassa acustica o lanterna magica, in cui tutto può accadere, vivere o morire, illuminarsi e sprofondare nel buio, suonare o bruciare al fuoco di una litania che scende e sale dal «Cielo» (Himmel) alla «muffa» (Schimmel): testimonianza elementare di un «martirio» del pensiero e della scrittura, condannati a essere «formula magica» e «folle balbettio». La dissipazione del corpo e dell’io sono sostanza stessa della scrittura di Lavant, e chi scrive è obbligato a fare di sé lo strumento straziato di una lingua lacerata e crudele, di un’identità che come «la notte» è «senza testa».

La poesia viaggia dentro un ritmo ipnotico che mette in scena una sorta di diffrazione maniacale dello spazio interiore, una discesa nel «fondo del pozzo» per portare «alla luce molte cose». La geografia del dolore sottopone il corpo a una sorta di stasimo, di canto quanto più il corpo delle parole – come «rose infuocate del dolore» – si espone a una passione senza requie e a una solitudine implacabile – contrazione verticale e nel contempo dilatazione dello spazio della scrittura verso un «dire di sì con tutti i sensi». La dimensione metamorfica e creaturale del canto, di matrice biblica e rilkiana, si alza in preghiera fino al cielo, fino a dio, alle stelle per precipitare in una salmodia senza speranza – nel disfarsi mistico di una scrittura in cui uccelli, cani, lupi, galli, alberi, pietre compongono una grammatica visionaria del corpo data per frammenti, schegge, lesioni.

La parola interroga il fondo oscuro della disperazione mentre precipita nello smarrimento dei sensi per sprigionare poi un sistema di immagini con cui recintare l’abbandono in cui viene lasciato il corpo. La parola in grado di avvicinarsi al creato e al creatore, alla vita e alla morte, arde nell’attesa della propria mutilazione: nell’universo mentale e verbale di Lavant tutto può essere posseduto o quanto meno lambito solo a patto di perderlo. L’enfatizzazione di un corpo esploso o perennemente in trasmutazione rende conto di una ferita mai richiusa, anzi sempre più in grado di ospitare l’inermità e il dolore come parti di un io condannato quasi a decrearsi, a disfarsi per poter trovare asilo almeno nella parola. In questo spazio della mancanza la poesia di Lavant si proietta nell’assoluto o nel suo desiderio, nella dismisura di un anéantissement mai raggiunto eppure sempre agognato.

Rispetto al magma visionario dell’oltranza lirica di Christine Lavant, Le nature indivisibili di Royet-Journoud (Lione, 1941) vivono di sottrazioni, di silenzi, di vuoti. Il libro (ultimo di una tetralogia) è concepito per «blocchi di spazi» e «blocchi di durata», e la rigorosissima partitura del testo, nel suo dire di passaggio e il passaggio, è come una «bocca aperta nell’abbandono», un’attesa al cui interno la parola si fa carico di ogni impercettibile spostamento, di ogni scarto improvviso dell’accadere, mentre contrae al minimo la sintassi poetica verso il massimo possibile della reticenza – quasi a voler dire che la poesia è di fatto l’evidenza dell’invisibile.

Le sequenze dei versi costruiscono per slittamenti un ordito di immagini con cui attraversare, negli interstizi della scrittura, l’esperienza di ciò che si è perduto, della perdita stessa come condizione intransitabile del nostro stare al mondo e di fronte all’altro: «noi siamo là, noi siamo / la perdita».

Dunque di «spostamenti di un’immagine» è tramata la scrittura di Royet-Journoud. A muovere e articolare tali spostamenti c’è una parola che si sottrae allo statuto di rappresentazione come ombra o riflesso di qualcos’altro. La rappresentazione (re-praesentatio), così, più che sottolineare una dinamica ripetitiva, marca una forza intensiva dell’accadere. Siamo in presenza di una vera e propria hypotyposis , ovvero di una caduta in scena di persone o cose davanti a noi, per cui si tratta di far venire alla presenza ciò che è assente mentre si cerca di ridurre al minimo l’alone mimetico che la parola porta con sé. La poesia allora procede per riduzioni progressive dello spazio soggettivo, dei minimi intervalli di un corpo e del suo agire, fino a fare di noi stessi «il poco che siamo / intorno all’immagine».

La scrittura si fa fessura dolorosa in cui ciò che resta vicino si dispose già a una lontananza, a una distanza incolmabile. Le parole si aggregano lungo i bordi del taglio stesso che le ha generate e che non è più possibile ricucire se non nella distanza che le separa, le sostiene e le apre allo spazio fragile del dire. Il tempo in questo libro è una mano all’opera sul bianco. I suoi segni sono le parole stesse che cadono e accadono nella durata del loro venire alla luce come traccia, residuo di un racconto che non vuole finire. Il libro sembra modularsi secondo uno schema a Tintinnabulum (se mai volessimo evocare lo stile di certe composizioni di Arvo Pärt), su un doppio cammino parallelo: da un lato una narratività data per bagliori e cedimenti, dall’altro i resti di una ferita che ha disgregato il disegno e l’ingranaggio del cuore. E in effetti il libro si apre con l’immagine del pozzo e del cuore e si chiude su «un ingranaggio» che «occupa la base del cuore». All’interno di questo spazio c’è il «libro» la cui immagine «corrisponde al cuore». Un cuore residuale, un libro che afferra i resti di ciò che una volta si dava come immagine piena, e ora può solo darsi in frantumi.

Il progressivo apparire in filigrana di «lei» e di «lui» regge la delicatissima impalcatura narrativa dell’opera, così come il «metodo» della «cancellazione» costruisce a sua volta il vacuum dentro il quale il clinamen delle parole edifica la struttura del libro. Qui la lucida traduzione di Brancale si attiva quanto più la presenza del testo francese viene fatta cadere per volontà dell’autore, così da lasciare spazio a un testo ri-versato nel respiro del traduttore e aperto all’ennesimo spostamento e spossessamento di una parola che si approssima a circondare la «forma del silenzio».

Christine Lavant

Poesie , scelte da Thomas Bernhard

traduzione di Anna Ruchat

Effigie, 2016, 178 pp., € 15

Claude Royet-Journoud

Le nature indivisibili

traduzione di Domenico Brancale

Effigie, 2016, 95 pp., € 12

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