Nello Speciale Vita animale / 2:

  • Gabi Scardi, Per una nuova forma di coabitazione
  • Antonello Tolve, Un RAID creativo a Bologna

Per una nuova forma di coabitazione

Gabi Scardi

huyghe_humanmask-tt-width-1600-height-1067-fill-0-crop-0-bgcolor-eeeeee-lazyload-0“Siamo scimmie da parte di madre, di padre e anche di un cugino che passava di lì” affermava Dario Fo il 21 settembre 2016, in una delle sue ultime occasioni pubbliche, per la presentazione del libro, intitolato appunto Darwin. Ma siamo scimmie da parte di madre o di padre?.

È significativo che le ultime intuizioni di un grande commentatore dell’attualità siano state dedicate al tema degli animali: tema cogente, su cui si concentrano riflessioni che investono i campi della cultura, della speculazione filosofica e della ricerca scientifica. Da sempre l’uomo guarda agli altri animali, che ne popolano i sogni, le proiezioni archetipiche e le cosmologie e le mitologie; e vi individua compagni di viaggio, alter ego, esempi, totem.

Anche nell’arte visiva la presenza degli animali è stata pervasiva. Dalle Grotte di Chauvet e di Lascaux agli ibridi di sempre, ai personaggi delle animazioni di oggi, il rapporto uomo–animale ha costituito un ambito sconfinato a cui gli artisti non hanno smesso di attingere.

Oggi però l’attenzione è estrema; c’è chi parla di un “animal turn”. La letteratura prolifera (tra gli altri: Animals, a cura di Filipa Ramos, MIT Press); le mostre anche: attualmente in corso, a Londra, presso la Wellcome Collection, Making Nature: How we see animals. Un momento scatenante per questo ritorno di interesse è il 1991, quando Jared Diamond pubblica Il terzo scimpanzé. Ascesa e caduta del primate homo sapiens, che rivela che la divaricazione tra i nostri antenati e gli altri primati è avvenuta sette milioni di anni fa; ma che con alcuni di essi abbiamo ancora in comune il 98.4% del DNA.
 Da quel momento gli studi si moltiplicano esponenzialmente.

In effetti, il tema sta assumendo connotazioni specifiche che ne fanno un filtro eccezionale attraverso il quale guardare alla società attuale e alle sue trasformazioni. Basti pensare al mondo contemporaneo: la violenza incalza; i grandi esodi in corso la rendono anche più tangibile. Fenomeni di discriminazione, di chiusura e di intolleranza investono luoghi e ambienti diversi. Il tema dell’alterità, in particolare, si pone con urgenza. E l’altro animale, visto in contrapposizione al “sé” umano, emerge come efficace metafora. Perché, al di là delle infinite declinazioni possibili, il tema dell’animalità sottende proprio la questione dell’alterità. È a partire dall’animalità che l’uomo ha costruito, per opposizione, l’idea di umanità. In realtà, come chiarisce Agamben (L’Aperto), il confine fra l’umano e l’animale passa all’interno stesso dell’uomo, ed è mobile.

Il richiamo all’animale, alla bestia che ci saremmo lasciati indietro, evoca infatti le forze che l’uomo stenta a governare. Su di esso si proiettano il desiderio, l’inquietudine e l’ostilità per ciò che non si può accettare, comprendere, assimilare, imbrigliare. Attraverso questo processo l’uomo arriva a sancire lo statuto della differenza e a legittimare il disimpegno morale, fino alla discriminazione: l’“altro”, chi non si conforma e non si allinea, chi si allontana dalla norma, l’uomo barbaro, lo straniero tanto quanto il criminale peggiore: individui poco degni, figure riducibili a categorie, destituite, passibili di perdere prerogative, diritti, facoltà; le possiamo espropriare, emarginare, ridurre di rango, spogliare dell’umanità e dell’individualità; non fanno più parte alla pari del corpo sociale; ne perdono i diritti. Diventano entità sfruttabili. Le si può allora immettere nel sistema economico come oggetti d’uso e consumo, come business; per poi estrometterli, quando si vorrà, come scarto o rifiuto. Proprio come avviene con gli animali-non-umani: considerati con distacco, anonimi: specie, categoria, oggetto da “trattare”, a cui si attribuiscono definizioni: domestico, selvatico, esotico, da compagnia, da esperimento, di utilità o da reddito; oggetti da profitto in un regime industrializzato. Che, naturalmente, non guardiamo. Altrimenti non sarebbe possibile non pensare, insieme a Rosa Luxemburg: “un po’ di compassione”! Uniche eccezioni: i casi di “affinità elettiva” che ci legano a un singolo pet.

Inserirsi in un tale nucleo di significati è complesso. In questo compito ci può aiutare lo sguardo degli artisti; i quali, pur parlando con voce singola e personale, riescono a esprimere punti di vista, posizioni e campi di possibilità importanti per ognuno.
 Molti, tra i più sensibili e attenti ai fenomeni del presente, hanno visto negli animali non umani e nella loro relazione con l’uomo e con il suo habitat, situazioni paradigmatiche attraverso le quali esprimere i temi del potere, del controllo, della prevaricazione e dello sfruttamento; delle diverse forme che la violenza può prendere nella quotidianità; ma anche della coabitazione e della convivenza con l’Altro, del diritto e della rappresentanza, della possibilità di nuove, più rispettose forme d’interazione con il contesto.

Così, fa leva sul senso del perturbante Pierre Huyghe con il film (Untitled) Human Mask, che trae spunto dalla storia vera di un ristorante vicino a Tokyo, noto per utilizzare due scimmie addestrate come camerieri. Huyghe filma una delle due scimmie che, con il volto coperto da una maschera dalle fattezze umane, si aggira nel ristorante vuoto e spettrale. L’atmosfera è postatomica; ma la scimmia-uomo, forse unica sopravvissuta, resta ancora intrappolata nel suo ruolo.

pieter01Ancora di ruoli e di dominio, parla Pieter Hugo, con la sua serie di monumentali fotografie The Hyena & Other Men: siamo in Nigeria, dove un gruppo itinerante si esibisce con iene, pitoni e babbuini. Tra costumi esotico-carnevaleschi ed economia informale, queste comunità rappresentano un’ibridazione di mondo urbano e forme di vita tradizionali; così come il loro rapporto con gli animali comprende un misto di identificazione e brutalità. Ad essere esibito è, anzitutto, l’esercizio del potere.

Opposto è lo sguardo di Francis Alys che realizza Sleepers a partire da una serie di foto scattate a Città del Messico, tenendo la macchina fotografica all’altezza del marciapiede: fotografie di senzatetto e di cani, entrambi addormentati per la strada. Il punto di vista ravvicinato riduce la distanza tra il soggetto delle fotografie e l’autore generando un senso di vicinanza umana e terrena. L’opera è lirica, struggente, ma anche critica: vulnerabili, esclusi, espropriati dalla privacy prima che di ogni altra cosa, cani e umani, quando dormono, sono più che mai alla mercè di chi passa. La loro stessa presenza evoca storie di vita, sottolineando la differenza tra chi ha casa e chi non ce l’ha. Mettono invece in questione le definizioni di normalità e patologia, le opere di Javier Tèllez. Con Letter on the Blind, For the Use of Those Who See, l’artista ricrea la parabola indiana “The Blind Men and the Elephant” filmando sei persone non vedenti che toccano diverse parti del corpo di un elefante, e descrivono questi “momenti di riconoscimento tattile”, commentandoli. Le loro reazioni sono diverse. L’azione avviene all’interno di una piscina di Manhattan in disuso: il rapporto tra gli animali e il contesto urbano è uno dei temi ricorrenti nelle opere degli artisti che, oggi, guardano con interesse agli animali.

giarettaAnche tra gli artisti italiani esistono sviluppi del tema: Emma Ciceri, con Almerino Vola (2015), registra la relazione instauratasi fra un uomo, Almerino, e i volatili con i quali vive. Per loro, Almerino ha creato un ambiente complesso, pieno di strutture e posatoi e, con loro, trascorre giornate scandite da gesti regolari. Il risultato è un microcosmo intenso ed esclusivo, basato su una straordinaria comunicazione non verbale. Giovanni Giaretta documenta la relazione di un entomologo con diverse specie di farfalle. I gesti e l’esperienza, con le rhopalocere che si muovono tra le dita dell’uomo, creano una narrazione a metà tra descrizione scientifica, linguaggio ludico e coreografia: un inno alla bellezza, alla caducità e alla fragilità.

Infine Wurmkos Animale, progetto a lungo termine del laboratorio di arti visive Wurmkos, da sempre basato sull’attenzione per le lateralità, parte dal presupposto che non si possa vivere senza animalità.
Attraverso disegni, fotografie, schizzi e parole, il progetto propone un’idea di co-appartenenza tra il mondo animale e la sfera umana e sottolinea gli elementi di similitudine uomo-animale.

Focalizzarsi sulle convergenze e sui punti d’incontro di questi due mondi, come fanno Wurmkos e gli altri artisti menzionati, ed elaborare l’elemento destabilizzate dell’animalità, significa tentare di scardinare le abitudini linguistiche, relazionali e le convenzioni relative alla bellezza, all’abilità, al successo, al fine ultimo di aprirsi a un dialogo e ad uno scambio profondo con l’altro. In questo modo è possibile trasformare le diversità, da motivo di segregazione, in opportunità. Non si può vivere senza animali; non si può vivere senza animalità. I rapporti fra gli uomini e gli animali dovranno cambiare. L’attuale grande attenzione per il tema lo conferma.

Un RAID creativo a Bologna

Antonello Tolve

5Lo scorso 28 gennaio, per sei ore (dalle 10 alle 16), a San Lazzaro di Savena nell’hinterland bolognese, un plotone di sedici artisti ha occupato pacificamente lo stabilimento metallurgico X per dar vita a una esperienza che, sotto la via lattea di un titolo frizzante, RAID. Un museo per piccioni, punta nuovamente sull’ideologia del fare, sullo spazio da vivere e da trasformare con interventi effimeri, sul collasso delle logiche concorrenziali tra gli artisti, sul contributo attivo e creativo di figure sensibili a una dimensione oggettuale dell’opera, tese a reinterpretare esteticamente la scena materica e formale dei prodotti industriali.

RAID punta sul “valore del lavoro” (Jorn), su una cultura dell’estetico e del politico – quasi a riprendere in mano le fila dell’Internazionale Situazionista (quel movimento, vale sempre la pena ricordarlo, nato a Cosio d’Arroscia, in Liguria, il 28 luglio 1957) – in un ambiente metallurgico dove la pratica artistica e progettuale pone al centro dell’attenzione lo stare insieme, il condividere un campo comune.

Organizzata dall’Associazione Culturale FatStudio, le cui anime sono Alessandro Brighetti e Giulio Cassanelli che per l’occasione hanno realizzato un’opera con escrementi di piccione sulla quale ci soffermeremo a breve, l’operazione condotta dagli artisti – visibile dal pubblico esclusivamente online, via streaming, e oggi ancora godibile – è stata quella di riqualificare i 24000mq di una factory abbandonata con interventi minimi ma graffianti, utilizzando esclusivamente i materiali recuperati peregrinando e indagando lo spazio.

Alessandro Brighetti, Giulio Cassanelli, CCH, Marco Ceroni, Max Coppeta, Fabrizio Cotognini, Arthur Duff, Matteo Fato, Andrea Nacciarriti, Roberto Paci Dalò, Francesca Pasquali, Ivana Spinelli, Giuseppe Stampone, Laura Renna, Giovanni Termini e Ciro Vitale hanno scelto un campo d’azione e lavorato, così, in una periferia intesa come rivolta contro il cento; hanno aperto brecce, incroci, transiti, intrecci e intersezioni, con la volontà e la consapevolezza che l’utopia della fusione sia non solo un concetto filosofico di stampo transculturale ma anche un luogo di dibattito, di incontro gramsciano per “fare insieme la storia”.

4In un ampio capannone Giovanni Termini ha realizzato una circonferenza materica, un cerchio di tubi dilaniati dai cacciatori di rame e sospeso da una serie di sedie per creare un centro, un circuito apparentemente chiuso ma aperto ai confini, all’espansione. Attorno al suo lavoro, le impressioni plastiche di Max Coppeta (realizzate mediante una fiamma ossidrica portatile sulle matrici dell’opificio), la “performa-scrittura” di Matteo Fato (non pitturare invano…) e il pavimento instabile di Francesca Pasquali sono stati – e continuano ad essere – interventi intermittenti e pensanti che popolano con eleganza lo spazio architettonico. Muovendosi tra le officine, Laura Renna ha scorto una serie di tende verdi e ocra che hanno dato corpo alla sua azione, alla sua riflessione sulla fragilità. In una stanzetta riscaldata da una vecchia stufa alimentata con cherosene, Roberto Paci Dalò ha inscenato, dal canto suo (e con un lingotto di grafite), una favola ambientale dove tanti io si aggrappano alle pareti per chiedere un nome, una voce. Con una proiezione multipla, nei pressi degli archivi, Fabrizio Cotognini – scegliendo anche lui, come Paci Dalò, uno spazio intimo – ha truccato l’ambiente con una serie di disegni luminosi. All’ingresso della fabbrica quattro studenti sono stati delegati da Giuseppe Stampone (che ha fornito loro una roulotte) per intervenire con un’interessante manovra estetica. Al secondo piano Ivana Spinelli ha scelto di riordinare e ripulire la stanza dei sindacati – mostrando l’attitudine di un ricercatore, di un regolatore, di un risanatore. La partita a scacchi di Ciro Vitale, il segno luminoso di Arthur Duff, le spruzzagliate di Andrea Nacciarriti, le dorature di Marco Ceroni e il talk di CCH sono le altre operazioni che compilano questo primo appuntamento di RAID. L’ultima opera è il parallelogramma ad angolo retto realizzato da Brighetti e Cassanelli nettando gli escrementi stratificati in un ex magazzino: al centro, una montagna di semi di mais – colorati di verde con un pigmento alimentare – sono e saranno il cibo dei piccioni, unici spettatori e nuovi attori che, con i loro escrementi verde smeraldo, continuano a modificare lo spazio.

Questo format, che nasce con un manifesto ben preciso per disarcionare le inimicizie e per ripensare le alleanze, per varcare gli steccati della competizione e per aprire a un nuovo confronto costruttivo, da Bologna arriverà a breve a Milano e – in occasione di MiArt – avrà una nuova collocazione; agli artisti della prima puntata si aggregheranno nuove importanti figure.

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La prima parte dello Speciale Vita animale si può leggere seguendo questo link.

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