favourite_animal_studies____by_rpowell77-d69uwqjNello Speciale Vita animale / 1:

  • Emilio Maggio, Il paradosso dell'animalità
  • Andrea Comincini, Il secolo dei Lumi allo specchio di un elefante

La seconda parte dello Speciale Vita animale, più specificamente dedicata all'ambito dell'arte contemporanea, andrà online mercoledì 15 marzo. Segnaliamo inoltre che per un disguido redazionale nella newsletter di sabato 11 marzo lo Speciale James Joyce risultava purtroppo mancante di un intervento, quello di Sara Sullam intitolato Un lungo viaggio verso la notte. Delle (s)fortune di Finnegans Wake in Italia. Ce ne scusiamo con l'autrice e con i lettori, che possono adesso comunque trovare lo Speciale nella sua integrità seguendo questo link.

Il paradosso dell'animalità

Emilio Maggio

Scrivere sull’animale è sempre problematico, soprattutto quando si ha a che fare con una parola che genera equivoci e conseguenze generalmente sottovalutate dagli ambiti scientifici che hanno come oggetto elettivo delle loro ricerche il vivente animale. L’etologia, la biologia, la zoologia con le sue dirette emanazioni zootecniche tendono a promuovere un discorso che istituisce una presa biopolitica sull’altro animale. Bisognerebbe prima di tutto riflettere sul lemma animale, un costrutto inventato per essere contrapposto al termine altrettanto artificioso di umano e così garantire e legittimare un mondo diviso gerarchicamente in privilegiati e discriminati, sfruttatori e sfruttati, dominanti e dominati, padroni e schiavi, aggressivi e docili. L’animale diventa nel corso della storia un dispositivo di inclusione/esclusione che Agamben ha definito macchina antropologica. Il concetto di animale che si è andato instaurando ha finito per rappresentare il contenitore dell’infimo e dell’abietto, la categoria tassonomica che designa tutto quello che si oppone all’essere umano come soggetto agente di civiltà. Ma per quanto il lessico antropocentrico abbia lavorato e ancora lavori per occultare la pluralità delle manifestazioni creaturali del vivente ed esautorarne così la spinta propulsiva alla loro autodeterminazione, la realtà è sempre pronta a produrre i suoi eventi paradossali, quelle manifestazioni che ci fanno percepire e intuire quanto invece la parola animale sia sinonimo di umano. L’antropologia evoluzionista, quella strutturale, la filosofia de-antropocentrica aristotelica, quella decostruzionista derridiana, il divenire animale deleuziano, la poesia, la letteratura, perfino il cinema hanno instillato continuamente dubbi sul paradigma che vede l’uomo padrone assoluto sul resto del vivente. La narrazione specialistica vigente descrive il vivente con una circonlocuzione linguistica che dovrebbe rappresentare una dicotomia politicamente corretta: animale umano versus animale non umano. La cosiddetta società civile, i cui attori hanno finito per rappresentare il baluardo democratico a tutte le derive autoritarie e identitarie che attualmente egemonizzano la governance globale, auto reclusa nella difesa dei propri interessi trasversali, sembra ormai essere del tutto indifferente non solo alla zoè, alla vita indifferenziata, alla vita in potenza, ma anche al concetto di animalità, cioè a quella parte mancante che costituisce l’umano tanto quanto la sua parte razionale. Le comunità cosiddette primitive, coscienti della perdita di quell’animalità che li rendeva indistinguibili agli occhi dello sguardo animale, negoziavano continuamente la macchinalità delle tecniche acquisite - per sopravvivere e per immaginare – con quella vulnerabilità bestiale non civile e non umana che paradossalmente finisce per rappresentare l’aspetto più profondo dell’umanità.

Se parlare degli animali è impresa impossibile se non adottando retoriche antropomorfe dettate dalla prospettiva privilegiata del sapiens che sussume il mondo attraverso un vero e proprio regime dello sguardo disciplinante, parlare del loro utilizzo "è una faccenda densamente storica". L’ambizioso compendio divulgativo di Morus, alias dietro cui si cela il giornalista e storico tedesco Richard Lewinsohn, può essere un ottimo pretesto per riflettere proprio su quei processi storici che hanno determinato l’uso intensivo degli animali nelle dinamiche della civiltà e nei dispositivi del potere. In Gli animali nella storia della civiltà, opera pubblicata per la prima volta da Einaudi nel 1956 e ora riproposta nella bizzarra galleria sotto culturale OL per i tipi di Odoya Edizioni, Morus irride proprio quel concetto di storia lineare e progressivo che sembra animare il suo stesso monumentale progetto. L’enorme affastellarsi di dati, date, avvenimenti, numeri, statistiche, fonti bibliografiche scientifiche e filosofiche deprime il desiderio di esaurire il soggetto elettivo della sua ricerca che la prassi storicista cerca di far proprio in modo compiutamente argomentativo. Arrivati alla fine dell’opera si è più che mai consapevoli di quanto gli animali siano irriducibili a ogni definizione che non sia quella legata alla loro strenua paradossalità.

Dalle parole di Morus affiora continuamente un senso di frustrazione per quello che si rivela, nonostante le molteplici dissimulazioni scientifiche, un vero e proprio mistero. Mistero infatti è una parola che ricorre spesso fra le pagine, lasciando trapelare un sentimento di panico che ci attanaglia quando l’ideologia storicista sembra prendere il sopravvento su una materia incandescente come quella che riguarda la vita degli animali. La Storia infatti, secondo la lezione marxiana di Mario Tronti, non ha sufficientemente preso in considerazione il lato oscuro dell’umanità, quel male (quel mistero), che ha prodotto nel passato e continua a produrre nel presente sfruttamento e dominio non solo sulla persona – che individua la maschera sociale umana – ma sulla vita tutta. In altre parole si tratta di sperimentare una spiritualità conflittuale e materialista che cominci a prendere realmente in considerazione l’altro in quanto eterogeneità irriducibile e riconoscere l’altro animale – aggiungo io – come paradossale sinonimo di umano. Il libro di Morus, pur con tutti i limiti del caso, produce continui slittamenti di senso grazie anche al suo involontario anacronismo. Scritto in un momento in cui la questione animale non aveva ancora prodotto quel salto ermeneutico e politico che vedeva nella liberazione animale un’emancipazione dal semplice sentimento compassionevole che aveva animato il dibattito delle varie associazioni protezioniste, l’opera riserva ad un lettore smaliziato sorprese e veri e propri colpi di teatro. Uno snodo importante del libro riguarda la questione della violenza. Un tema che sembra orientare ed esaurire il problema dello sfruttamento degli altri animali attraverso l’abusata idea che esso sia un semplice prodotto di dinamiche culturali, per cui basterebbe smontare una serie di pregiudizi morali perché si affermi quella considerazione che riconsegna all’animalità la dignità compromessa. Il problema è mal posto perché quello che ancora calamita la discussione non è l’animalità dell’uomo ma la sua naturalità culturale. L’apparente ossimoro evidenzia come l’uomo e l’animalità si contrappongono in una lacerazione che determina storicamente la specificità umana. Per Bataille l’uomo è l’animale che non si limita ad accettare il dato naturale (ma) che giunge a negarlo…Parallelamente, l’uomo nega se stesso, si educa, rifiuta per esempio di dare alla soddisfazione dei propri bisogni naturali quel libero sfogo a cui l’animale non poneva alcuna riserva. Insomma la doppia negazione con cui l’uomo si congeda sia dalla natura sia dall’animale esplicita in qualche modo il tema della violenza come corruttrice della differenza che struttura gerarchicamente le comunità umane. La violenza (animale) rappresenta un pericolo, una minaccia per l’ordine delle società umane, incentrato sulle differenze di stato sociale, di genere e di specie. L’animale in cui si può pericolosamente confondere l’umano rappresenta la violenza che abolisce e inibisce la differenza che discrimina il vivente in base alle proprietà acquisite e in cui il lavoro, secondo Bataille, gioca un ruolo affatto secondario. Infatti in quanto esiste l’uomo, esistono anche il lavoro e la negazione mediante divieti dell’animalità dell’uomo.

In La lotta per l’anima (cap.16) Morus stigmatizza l’umano adottando, superficialmente, una delle massime più abusate di Hobbes e che riguarda la natura bestiale dell’uomo nella sua strenua lotta per la sopravvivenza: Il legame sociale con i suoi simili non è maggiore di quello che tiene unito un branco di lupi che escono insieme a predare. Più o meno nello stesso momento in Francia Montaigne conferisce agli animali non solo abilità maggiore degli uomini, ma soprattutto un più profondo senso morale. Arrivando a Leibniz e alla sua teoria delle monadi, la barriera tra uomo e animale si incrina definitivamente. Per il filosofo tedesco il mondo intero è animato. Le differenze consistono in gradi di coscienza che nell’uomo sono più sviluppati rispetto al resto del vivente organico e inorganico. Assistiamo, in questa inedita e per certi versi rivoluzionaria concezione, ad una anticipazione di quelli che diventeranno i cardini filosofici dell’antispecismo morale dello statunitense Peter Singer. Per semplificare potremmo dire che alcune caratteristiche psichiche e alcune capacità non costituiscono di per sé delle proprietà esclusive dell’uomo. L’elaborazione politica dell’antispecismo promossa da Massimo Filippi nei suoi ultimi saggi evidenzia come il pensiero antispecista debba emanciparsi dall’approccio filosofico e concentrare l’attenzione sulle protesi tecnocratiche dei dispositivi dello sfruttamento sugli altri animali, sui luoghi eterotopici del disciplinamento del vivente, mettendo in relazione l’assoggettamento zootecnico ai processi di animalizzazione che riguardano la presa biopolitica e necropolitica su quella moltitudine di corpi resi e considerati docili in quanto privi dei mezzi per produrre la loro autodeterminazione. Per Filippi l’antispecismo si trova ad un bivio: o abbandona le categorie del proprio dell’Uomo e dell’Animale attraverso cui immagina ancora il mondo e abbraccia un’idea di vita sensuale e impersonale - il divenire animale come inesauribile bisogno di lasciarsi interpellare dall’altro – oppure rimane ostaggio degli stessi meccanismi specisti identitari e antropocentrici a cui si vorrebbe contrapporre. La rivendicazione dei diritti degli animali non fa altro che alimentare la considerazione qualitativa e quantitativa di quegli animali che sono in grado di competere con le proprietà dell’uomo. Se il vivente sensuale si caratterizza come fragilità, finitudine e gioco inoperoso allora è proprio il paradosso dell’animalità a suggerirci come ogni tentativo di circoscrivere il vivente in griglie significative sia impresa destinata al fallimento. Il paradosso dell’ornitorinco (cap.19) lo dimostra inequivocabilmente. Dove collocare zoologicamente questo animale?

Morus (Richard Lewinsohn)

Gli animali nella storia della civiltà

Odoya Edizioni

pp. 384, euro 20

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Il secolo dei Lumi allo specchio di un elefante

Andrea Comincini

“L’elefante è sempre stato una delle meraviglie del creato, straordinario d’aspetto e pieno di qualità divertenti e curiose. E una conoscenza approfondita non fa che aumentarne il fascino e l’immaginazione”. Così Kipling, nel Piccolo bestiario indiano, descrive le emozioni suscitate da uno degli animali più incredibili al mondo: l’elefante appunto, “questa massa colossale organizzata”, capace di strabiliare i cuori di grandi e bambini e protagonista dell’impeccabile saggio di Paolo Mazzarello, docente di storia della medicina a Pavia, il quale fonde cronaca e narrativa in un racconto affascinate quanto il pachiderma che, dall’India di fine ‘800, arrivò in Francia alla corte del re.

L’elefante mangia fino a 135 kilogrammi di vegetali al giorno, ha una memoria prodigiosa, è mansueto e imponente: simbolo di rigenerazione e iniziazione, ha donato la propria testa al dio Ganesh, assurgendo al mito che gli compete. Quale creatura infatti è così straordinaria, capace di incutere terrore in battaglia agli avversari, ma anche in grado di allietare l’essere umano quando usa la sua proboscide per inondarlo di acqua o portarlo sul dorso? Vicino all’uomo da quattromila anni, il colosso dalla pelle grinzosa lo accompagna sommessamente, non è come il cane a cui tutti attribuiscono la fedeltà nei confronti del padrone, ma in realtà ne è espressione di sogni e paure molto più del collega domestico. L’elefante, con la sua lunga proboscide, è il simbolo di un mondo che sembra lontano ma si intreccia incredibilmente con la nostra storia. Basti pensare ad Annibale e ai suoi 51 pachidermi, sempre più decimati, fino all’ultimo esemplare, Surus, a cui dedicò grandi onori e dedicò una città – o all’iconografia di certe cattedrali come quella di Otranto, dove sono raffigurati sul pavimento. La storia europea ne custodisce la figura gelosamente, seppur non in maniera esplicita (il grande scrittore portoghese Josè Saramago dedicò un suo libro al rapporto uomo-elefante ne Il viaggio dell’elefante, stavolta partendo dal Portogallo per andare in Austria). Si pensi ai tanti bestiari medievali: nel Fisiologo, probabilmente scritto ad Alessandria tra il II e il V secolo, poiché partorisce di rado e la gravidanza dura 22 mesi, diventa simbolo di castità e mansuetudine, privo di “brama di congiungimento carnale”. Quando decide di partorire si reca in Oriente e mangia la mandragora, albero dalle proprietà afrodisiache. La femmina si nutre per prima e poi induce il maschio in tentazione, il quale poi si congiunge alla compagna che concepisce “nel ventre”. Si tratta di una chiara similitudine con le vicende bibliche di Adamo ed Eva, dove la donna tenta l’uomo.

Mazzarello racconta di un viaggio non solo zoologico ma politico e sociale, immerso in una atmosfera quasi epica, che ricorda le avventure di Salgari: l’India è contesa fra grandi interessi, e stimolare in Europa l’immaginazione e la curiosità dei potenti può aiutare a costruire nuovi ponti e realizzare succulenti affari. Questo breve ma intenso resoconto, simile ai resoconti di Darwin per la capacità di stimolare curiosità e immaginazione, esplora il mondo animale e narra di un lungo viaggio che andrà dall’India fino a Versailles, ma vedrà il suo epilogo a Pavia, quando Napoleone in persona verrà a visitare la città, discettando di scienza e politica. La data di partenza è 12 febbraio 1772, l’organizzatore del trasporto un tal Chevalier, un avvocato avventuriero divenuto dopo molteplici traversie governatore, il quale decide di inviare alla menagerie del re un esemplare femmina di elefante, per ingraziarsi il re e usufruire di eventuali benefici.

La tradizione per cui i sovrani desideravano contornarsi di creature esotiche non era recente, ma si perdeva nella notte dei tempi: attrarre gli ospiti, strabiliarli, offrire argomenti di conversazione e – perché no – creare invidia sociale erano elementi imprescindibili per dimostrare la propria maestà. L’elefante quindi si prestava a essere anche nel 1700 la punta di diamante di una autorità degna di questo nome. Quando il colosso arriva a destinazione, viene alloggiato nel parco reale, e qui si consumerà la sua gloria e la sua fine, che il lettore comprenderà facilmente essere non solo quella di un animale, ma di un’epoca. Si tratta dunque anche di una escursione fra la politica di re e sovrani, tra apparenze di grandeur e tristi realtà: l’elefante rivela un mondo di glorie e decadenze, e con il fatale epilogo terreno anche di ribellioni e ingiustizie. Chi l’accompagna, dai cornac – i conducenti-addestratori di quelle montagne viventi – fino ai governatori in cerca di successi e opportunità, resteranno impigliati, nonostante le esigenze prettamente materiali, nella grandezza onirica sviluppata dall’animale: creatura stupefacente, inclassificabile, forte eppur soggetta al freddo e tremendamente delicata, amorevole e vendicativa contro chiunque osi ferirla (le descrizioni delle reazioni a violenze subite o ad addestramenti coatti sono tra le più interessanti del testo).

Con raffinato spirito descrittivo Mazzarello dipinge un ritratto a tinte vivaci di un mondo sotterraneo, meno conosciuto ai più ma incredibilmente attuale nelle sue debolezze e vanità, e offre l’opportunità di esplorare un contesto sociale vivo, concreto, di scienziati e addestratori, sultani e strateghi, la cui energia attraversa il secolo dei lumi, una forza simile all’elefante: primordiale, istintiva, feroce, ma anche mansueta, allegra e destinata a concludersi come il pachiderma in questione. Secondo il grande scienziato dell’epoca Buffon, “l’elefante dopo l’uomo è l’essere il più considerabile di questo mondo: esso sorpassa tutti gli animali terrestri in grandezza, e si accosta all’uomo per intelligenza, tanto meno, quanto la materia può accostarsi allo spirito”.

L’uomo e l’elefante sembrano appartenere ai volti di una stessa medaglia, e per loro valgono le parole dello scrittore rivolte al pachiderma, nel prologo: “un essere misterioso, diverso e lontano, come il mondo da cui proveniva”.

Paolo Mazzarello

L’elefante di Napoleone. Un animale che voleva essere libero

Bompiani

pp. 192, euro 13

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