Valentina Valentini

b6a98f00b8Il 25 febbraio 2017 al Teatro India di Roma si è svolto  Roma Theatrum Mundi-Assemblea cittadina per il teatro, “un primo passo verso l’aggregazione della comunità teatrale romana attorno a temi urgenti di politica culturale, di normativa, di vocazione degli artisti e degli spazi, di opportunità”, come ha descritto l’incontro Sergio Lo Gatto. Promotori dell’evento, oltre allo stesso Lo Gatto, i critici Graziano Graziani, Andrea Porcheddu e Attilio Scarpellini. Cospicua la partecipazione di compagnie, organizzatori, attori, registi, curatori, gestori di spazi indipendenti, alla presenza del direttore del Teatro di Roma Antonio Calbi e del vicesindaco al Comune di Roma, nonché assessore alla Crescita Culturale, Luca Bergamo.

Urgenti i temi affrontati, accomunati dalla necessità di istituire un luogo d’incontro fra gli amministratori e gli artisti; il bisogno di governare insieme le istituzioni, stabilire la politica culturale della città e, infine, l’affermazione che tale confronto debba trovare una prassi metodica e costante. A tal proposito i presenti si sono ripromessi e impegnati a organizzare un nuovo incontro, che avrà luogo tra un mese all’Angelo Mai, formando dei tavoli di discussione su temi specifici in modo da cominciare ad attivare quel “governo dal basso” dai più rivendicato.

L’interrogativo dal quale è nata la decisione di riunirsi in assemblea: cosa manca a Roma per essere considerata una capitale europea del teatro? Quali sono le risorse e gli spazi per la creazione a Roma?

Molti artisti – si osserva – sono stati costretti a lasciare la città per cercare lavoro in Toscana o Emilia Romagna, regioni più virtuose per quanto riguarda la vita del teatro. A Roma coesistono da una parte attori con cachet elevati e dall’altra molti attori sottopagati, giovani che per lo più lavorano gratuitamente. Chi protesta o reagisce a questi o altri criteri imposti viene emarginato: l’acquiescenza al potere dominante è la regola (non solo in campo teatrale) e gli interventi del MIBACT nel settore dello spettacolo dal vivo hanno accentuato le criticità: oltre ai tagli al settore e al concepire il bene culturale come una risorsa da sfruttare per fare cassa (si veda la vicenda dei Fori a Roma), i criteri quantitativi di valutazione delle attività, l’emanazione di direttive assurde come l’imposizione ai Teatri Nazionali di istituire scuole di formazione per attori che si rivelano fabbriche di disoccupazione.

A Roma l’82% del bilancio comunale è assorbito dal funzionamento delle aziende partecipate quali ATAC e AMA, e i tagli alla spesa pubblica hanno gravato sostanzialmente, e in massima parte, sulla cultura e sulla ricerca. A Roma la Corte dei Conti è diventato il vero organo di governo: lo spauracchio di ricorsi a questo organo, in seguito ai processi e alle inchieste all’interno dell’indagine di Roma Capitale, fa sì che tutte le decisioni siano in mano ai funzionari amministrativi. Ne consegue che non è più la politica a governare la città, bensì la burocrazia.

A Roma l’80% degli spazi teatrali sono irregolari, e questo anche per responsabilità degli organi amministrativi municipali, che hanno alimentato la gestione caotica di spazi comunali: basti ricordare che i precedenti lavori di restauro del Teatro Valle non risultano dichiarati al catasto. Salvo poi spacciare tale caos amministrativo per “illegalità”: come mostra la recente chiusura di uno dei teatri storici indipendenti della città, il Teatro dell’Orologio, sottoposto a sequestro per non aver ottemperato alla normativa sulle uscite di sicurezza.

Il sistema di finanziamento adottato dal Comune di Roma, in nome della cosiddetta “trasparenza”, è quello del bando pubblico, procedura cui ottemperare per qualsiasi interazione con il Campidoglio, come presentare un libro alla Casa dei Teatri di Villa Torlonia, realizzare un’installazione (a spese proprie ovviamente) nella sala Santa Rita, ricevere un contributo per un’attività culturale nel contesto dell’estate romana o gestire il Teatro del Quarticciolo. Il problema è che il sistema del bando pubblico ha come conseguenza la scadenza a breve termine e l’incertezza di continuità: portando, quindi, a una progettazione culturale intermittente e a rischio.

Quale è dunque, se ne esiste una, la vocazione degli spazi in cui si fa teatro (se ne contano novanta) a Roma?

Il teatro India, che in passato ha tentato di realizzare una progettualità performativa, negli ultimi anni è usato esclusivamente come succursale del Teatro di Roma. Gli spazi come il Rialto Santo Ambrogio e l’Angelo Mai, che negli anni Novanta con uno spirito di ricerca ammirevole promuovevano forme d’interazione di teatro e danza con la musica e il video, nel nuovo secolo hanno risentito delle aggressioni istituzionali che hanno compromesso la loro attività. Il Teatro Ateneo dell’Università La Sapienza è chiuso da anni, e quando finalmente sono stati ultimati i lavori di restauro ed era pronto a essere riaperto, è stato trasformato dalla governance dell’Università in un centro servizi e non più un centro di ricerca sullo spettacolo.

Tutte queste esperienze fanno tirare un bilancio di cui non ci rallegriamo affatto. Non mi pare che a Roma arrivi l’eco delle Buone Pratiche che Oliviero Ponte Di Pino promuove con Mimma Gallina per far fronte a uno scenario trasformato dalle nuove tecnologie, dalla criticità della dimensione culturale, politica ed economica che ha aggredito nel profondo la nostra società. È espressione di tale situazione anche la crisi d’identità dell’associazionismo (dai circoli dell’ARCI agli organi di governo democratici della scuola e delle università, ai comitati di quartiere).

È necessaria una forte mobilitazione politica delle forze culturali a Roma, esorta Luca Bergamo, il quale riconosce e ammette come sia stato devastante l’aver orientato la politica culturale sul modello di azienda o “impresa culturale creativa”, accantonando completamente il valore sociale e il criterio politico secondo cui il patrimonio deve essere speso per la vita culturale associativa.

Mi pare che l’evidenza maggiore che scaturisce dall’Assemblea Roma Theatrum Mundi, per quanto riguarda la politica del Comune di Roma, è che subiamo l’abdicazione dell’istituzione pubblica a svolgere il suo ruolo di promotore e realizzatore di programmi culturali rivolti ai cittadini del centro e delle periferie, scegliendo, coordinando, differenziando le offerte, stimolando la partnership con i privati e con strutture internazionali, facendosi capofila e collettore di finanziamenti europei etc. Così gli spazi espositivi sono da tempo divenuti appannaggio di chi detiene le risorse, per sopperire in toto alla produzione pubblica dell’evento culturale. Ma l’istituzione rinuncia al suo ruolo anche quando – come nel caso del Capodanno di Roma, organizzato chiamando a raccolta tutti coloro che fossero disposti a occupare, senza remunerazione alcuna né in denaro né in servizi, gli spazi messi a disposizione con le loro prestazioni circensi, acrobatiche, coreografiche, musicali, teatrali – non garantisce quel diritto alla bellezza della fruizione artistica dovuto ai cittadini. Perché trascura, senza neanche rendersi conto della perdita, il valore dell’arte in nome di uno sciatto e stereotipato spalancare le porte dei musei, dei teatri e delle sale da concerto a un generico cittadino che fa da sé: così svilendo l’etica della pratica artistica che richiede, invece, una disciplina rigorosa.

In questa situazione un concetto pertinente richiamato dai promotori dell’Assemblea è quello di resilienza: “forza di resistenza dello spirito che, proprio nei momenti più difficili, permette alle persone di opporsi al proprio destino e, pur non potendolo mutare esteriormente, le rende capaci di dominarlo dall’interno”. Per cui non solo si resiste, ma anche si cresce nonostante le avversità, perché, come scrive Heiner Müller, non c’è crescita senza trauma.

L’esortazione emersa dall’assemblea è quella di trovare soluzioni alternative, recuperare la dignità degli artisti e ricostruire una comunità responsabile di una politica culturale che prenda ispirazione dalle realtà virtuose esistenti, ripartendo dal basso, con rabbia ed energia.

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