Roberto Silvestri

AGA_RE_Turkey_1966_02_300dpiA Good American è il prequel di Snowden, afferma Oliver Stone che ha diretto il secondo e coprodotto il primo. Un prequel sul marcio che si annida nelle centrali d’intelligence statunitense, e che collega il “tradimento” di Assange e Snowden al caso Echelon – l’indebito spionaggio privato, anticostituzionale, dell’ex presidente G.W. Bush – e ai perversi maneggi delle multinazionali affinché si moltiplichino i conflitti invece di prevenirli, e la presunta e pesante ingerenza russa nell’elezione di Trump. Ma è un “marcio” che iniziò quasi mezzo secolo fa…

L’infinita serie cinematografica Rambo, aperta da First Blood nel 1982, fu il contributo psicoterapeutico (a scoppio ritardato) di mezza Hollywood per metabolizzare lo shock nazionale dopo la disfatta nordamericana nel sud-est asiatico. Far credere che le cose non sono andate come sono andate, in fondo, è il compito di chi fa politica, direttamente o indirettamente, tra gioco immaginario e serietà finzionale. Il classicismo hollywoodiano era stato perfetto nel consolare e aizzare alla speranza e al futuro radioso gli spettatori americani schiacciati dalla grande Depressione, producendo “torte emozionali” di millimetrica efficacia, no?

Dunque, dopo la resa di Saigon del 1975 passò subliminalmente nel mondo quella certa rilettura fiabesca e rambesca dei fatti: gli eroici, invincibili soldati Usa del Cacciatore e di Platoon, proletari infangati nella giungla, avrebbero facilmente annientato un nemico così piccolo e mal armato, senza il tradimento dei burocrati borghesi di Washington, dei soliti politici incollati sulle loro poltrone. E senza il “cedimento morale dell’opinione pubblica americana”, infuriata dopo gli oltre 45 mila giovani morti e perché quella non era una guerra, ma una aggressione immotivata se non dalla voracità del complesso militare-industriale.

Un documentario austriaco, A Good American, realizzato da Friedrich Moser nel 2015 per raccontarci come funziona lo spionaggio americano elettronico dei giorni nostri e la NSA, uscito sugli schermi di tutto il mondo in queste settimane, intanto ha il compito di smentire quella falsità. Sarebbe stata proprio l’ottusità militare del generale William C. Westmoreland, comandante in capo delle forze militari nordamericane in Vietnam, convinto di schiacciare facilmente i vietcong per superiorità di mezzi e potenza di fuoco, a provocare quell’immane (e per noi ben meritato) disastro. Pur avvertito dai servizi segreti che nel febbraio del 1968 Ho Chi Minh e Giap avrebbero lanciato l’offensiva del Tet, trovò l’informazione insignificante. E fu un massacro che rovesciò i destini del conflitto.

Quella nota riservata arrivò proprio dal good american William Binney, un matematico geniale che iniziava a lavorare in quei mesi a Fort Meade (Maryland), dove ha sede appunto la NSA, una delle più importanti agenzie di spionaggio Usa (assieme a CIA e FBI, in tutto sono 22), e che avrebbe fatto una fulminante carriera da dirigente prima di dimettersi all’indomani dell’11 settembre. Certo stiamo sempre parlando di spie. Non fidarci è meglio. Per esempio Matt Damon, nel ruolo di un giovane matematico dal talento mozzafiato, in Good Hunting, dice di no proprio alla NSA che vorrebbe arruolarlo: “La politica estera nordamericana, al servizio delle multinazionali, è criminale. Perché dovrei aiutarla?”.

Sulla sua sedia a rotelle Bill Binney è arrivato combattivo anche a Roma, nella sede della stampa estera, per raccontarci, al fianco del regista, la sua emblematica e incredibile storia, dal sorprendente succo che negli States solo il periodico radical The Nation ha svelato: non solo l’attacco alle Twin Towers poteva essere sventato, ma per aver messo a punto un sistema digitale poco costoso, il ThinThread, “rispettoso della privacy di individui e aziende” ed efficace per sventare quella e altre azioni terroristiche, lui e i suoi collaboratori (J. Kirk Wiebe and Edward Loomis) sarebbero stati emarginati e costretti al silenzio o alle dimissioni (con i computer sequestrati, il materiale distrutto e la stessa vita tuttora a rischio), mentre i nuovi famelici dirigenti imposti da Bush (come il generale Michael Hayden, al vertice NSA dal 1999 al 2005, poi promosso capo della CIA, che oggi in pensione maledice Snowden e Trump) trovarono più redditizio farsi finanziare il costosissimo, obsoleto e mai operativo Trailblazer Project. Forse perché nell’attacco (auspicato?) alle Torri gemelle e sulla pelle di quei 3000 morti avrebbero trovato un’occasione formidabile per triplicare i finanziamenti pubblici dell’Agenzia in nome della calamità nazionale. Quando perfino lo spionaggio assume una logica d’azienda c’è da far scandalizzare perfino un patriota come Binney, che ora ripone solo in Trump le sue residue fiducie: “Almeno è fuori dall’establishment”.

La NSA, National Security Agency, per gli umoristi la No Such Agency (l’agenzia che non c’è), nata in piena guerra fredda nel 1947 per ordine di Truman, è un organismo che ha il compito di tutelare l’integrità del paese da attacchi di qualunque tipo, attraverso il controllo più ampio possibile delle informazioni mondiali che riguardano gli Stati Uniti d’America, nonché di proteggere e criptare i dati e i messaggi che giornalmente transitano attraverso gli uffici governativi, la Casa Bianca, il Pentagono, le ambasciate, etc. Per fare questo ha il dovere di tradurre messaggi cifrati e registrare tutto tutto, telefonate, telegrammi, lettere, un tempo, ma oggi anche email e cellulari, con ogni mezzo necessario, satelliti spia e hackers inclusi. Compito del personale operativo è inventare algoritmi o sistemi complessi che riescano a selezionare dalla quantità immensa di dati nel più breve tempo possibile solo quelli “sensibili”, utili.

Musiche suggestive, “alla Glass”, tensione di montaggio da thriller, cartoni animati per spiegare le suggestive visioni di Binney (“miliardi di miliardi di comunicazioni da registrare e ordinare? Si può fare!”), impennate da horror quando le interviste ai collaboratori di Binney fanno capire che la gang Hayden ha il sopravvento (e le insostenibili immagini dei corpi volanti dalle Twin Towers in apertura sembrano una ouverture da Requiem) non sono solo una resa alla sensibilità postmoderna. Manca al lavoro – ed è peccato mortale per i critici statunitensi – la parola data al gruppo Hayden. Ma loro si sarebbero rifiutati. Mentre la simulazione fatta da Binney solo dopo il crollo delle torri, utilizzando la procedura ThinTread, che avrebbe facilmente messo le mani sugli infidi sauditi, è convincente fino a un certo punto, o semipersuasiva, come scrive Variety (soprattutto dopo aver visto Sully non ci si può fidare della freddezza del robot, davanti a tragedie flagranti). Si spera solo che la lunga trafila giudiziaria, vincente finora, provocata dall’ex dirigente patriottico e irriducibile della NSA porti, prima o poi, a una sentenza che ristabilisca un po’ di regole costituzionali aggirate da alcune presidenze a dir poco scorrette. E porti all’incriminazione dei colpevoli e alla riabilitazione di chi, come Snowden oggi o i soldati che fuggirono all’estero per non combattere in Vietnam, si comportò da americano vero. O meglio, come la metà degli americani sanno comportarsi.

A Good American. Il prezzo della sicurezza

regia di Friedrich Moser

Austria 2015, 104’

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