Maia Giacobbe Borelli

presunteIn occasione dell’inutile giornata della festa della donna, sempre più vuota di senso, mentre il femminicidio imperversa in Italia con cifre allarmanti, propongo di rivolgere un pensiero gentile (e grato) alle presunte colpevoli, alle insoumises della nostra storia di genere, celebrate in questi giorni dagli Archivi Nazionali francesi in una mostra dove sono esposti i documenti originali dei processi fatti alle donne nel corso di cinque secoli, per affrontare il tema del crimine al femminile, oggetto d’innumerevoli fantasmi maschili presenti nella cultura europea attraverso i miti, la religione, la letteratura, le arti in genere.

Commissari dell’esposizione sono Fanny Bugnon, Pierre Fournié e Michel Porret, sotto la direzione scientifica di Claude Gauvard. La mostra è il risultato di un lavoro colossale di esplorazione dei fondi documentali conservati negli Archivi di stato, effettuato da un team di 14 donne e uomini per ritrovare, trascrivere, decifrare dal latino, dall’antico francese o tedesco, tradurre in francese e inglese, ed esporre 320 documenti degli interrogatori, con le parole di queste donne criminali, le streghe nell’Europa del XVI e XVII secolo, le avvelenatrici, le assassine politiche, le incendiarie della Comune di Parigi, le traditrici della Patria, le infanticide (quasi sempre dopo stupri e raggiri). I loro casi sono esposti uno per uno, attraverso i documenti originali di cinque lunghissimi secoli di ingiustizie contro le donne, da quello di Jeanne d’Arc, morta sul rogo a Rouen il 30 maggio 1431, accusata di stregoneria dagli Inglesi per neutralizzarne il potere militare, il suo e quello del re Carlo VII da lei difeso, che più che sulle sue vittorie militari viene interrogata a lungo sull’uso della mandragora, e «risponde che non ne ha, né mai ne ha avuta» (respondit quod non habet mandragoram, nec unquam habuit), all’avvelenatrice Marie Besnard, giudicata nel 1949 a Parigi per la morte di 13 suoi familiari.

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Germaine Berton

Una variegata serie, dalla rivoluzionaria Louise Michel, degradata al rango di semplice pétroleuse, ovvero incendiaria, processata e deportata nel 1871 a Versailles, all’anarchica Germaine Berton (1902-1942), nuova Corday, che nel 1923, a soli 21 anni, vendica la morte del socialista Jean Jaurès assassinando il segretario dell’Action Française, Marius Plateau, figura presa a simbolo dai surrealisti, presente insieme a loro nel numero del 1 dicembre 1924 de La revolution surréaliste; dalle numerose giovani domestiche analfabete che subiscono la violenza dei benestanti da cui sono alloggiate a Parigi, all’avvelenatrice Violette Nozière, chiamata l’angelo nero, vittima d’incesto dall’età di 12 anni, condannata a morte nel 1933 all’età di 18 anni (pena poi commutata in ergastolo). Isabelle Huppert fu protagonista dell’omonimo film con la regia di Claude Chabrol del 1978 che racconta la sua storia. Fino alla seriale Hélène Jégado, accusata di 87 tentativi e di 27 omicidi per avvelenamento delle persone da cui era a servizio, condannata nel 1851.

Per noi, le parole delle présumées coupables, scritte diligentemente nei verbali ai tempi degli interrogatori, impongono il dovere di ricordare queste donne, con i loro nomi e le loro storie particolari, oggi, in questa giornata, allo scopo di ridare loro la voce che è stata negata a suo tempo, rendere un omaggio commosso di fronte alle sofferenze subite e ricordare la tanta strada percorsa e ribadire quella ancora da percorrere per l’uguaglianza dei diritti.

Queste malefemmine, per secoli giudicate sempre e solo dagli uomini, sono state condannate a morire, ma le loro ragioni e i torti di cui sono state oggetto non sono stati mai considerate.

Le prime a essere giustiziate saranno le streghe, sospettate di rapporti con Satana, fatte oggetto di umiliazione, rappresentate oscenamente nella loro pericolosa nudità, uccise in modo atroce, bruciate vive sul rogo fino a che il corpo sia ridotto in cenere, così da non lasciare traccia, dopo processi inquisitori, tra il 1450 e il 1650 (ma anche prima, come Marion la Droiturière, che sotto tortura accusa l’amica Margot de la Barre, entrambe bruciate a Parigi tra il 1390 e il 1391, o Guillemette La Tubée, nel 1382, tutte accusate di operare sortilegi).

sorciereSi stimano a 110.000 i processi di cui esiste documentazione in Europa (al di fuori dei linciaggi sommari), con l’esecuzione del 48% delle inquisite, un numero compreso tra 60 e i 70.000 donne, secondo lo studio di Brian P. Levack (1987). La maggior parte delle streghe processate provenivano da zone rurali, dove si concentravano tensioni confessionali ed eresie, per esempio valdesi, catare, albigesi, nell’Europa continentale o sudoccidentale (Paesi Baschi, Ungheria, Alpi, Pirenei, Savoia, Normandia, Lorraine, antica Guascogna) oltre che in Scozia.

In Italia, Inghilterra, Spagna, i processi alle streghe furono in numero minore, data la maggior compattezza religiosa di quei territori.

La verità è che, dove si è svolto lo spettacolo orrendo della messa a morte di queste donne e la loro riduzione in cenere, ci vorrebbe un monumento ai caduti. E non ce ne sono, per meditare e ricordare, ci restano solo queste poche vestigia di carta.

Pur di morire in pace, la donna confessa ogni tipo di fantasia, riconferma le immagini che erano già presenti nei manuali di demonologia dell’epoca. Confessioni estorte con la tortura, chiamata nei processi question , ufficialmente abolita dai processi in Svezia nel 1734, in Francia nel 1780, a Neuchatel solo nel 1815.

Confrontare gli archivi giudiziari con le innumerevoli rappresentazioni iconografiche della femme dangereuse(immagini della stampa illustrata, fotografie, film, fumetti, stampe d’epoca, fiction tv) è tra gli obiettivi dell’esposizione. Nasce così la figura della strega che vola a cavallo della scopa, l’uso della mandragora, il marchio di possessione diabolica, il rito del bacio al posteriore del diavolo, ecc. ecc. Così le frasi e le descrizioni si ripetono uguali, confermando un’iconografia che corrisponde ai canoni della Chiesa, diffusa dai trattati di demonologia, circa tredici scritti tra il 1320 e il 1420, e successivamente un’altra trentina, prontamente diffusi dopo l’invenzione della stampa e fino al XVII secolo, tra cui Formicarius, redatto tra il 1436 e il 1438 dal domenicano Jean Nider, stampato nel 1480, e il noto Malleus Maleficarum, pubblicato a Strasburgo nel 1486.

Proviamo a elencare almeno alcuni dei nomi delle tante streghe francesi citate in questa occasione, per ricordarle, rendendo loro l’onore dei caduti di una interminabile guerra tra i sessi. Per prime Jehanne Canay, Péronne de Benville e le numerose donne bruciate a Marmande nel 1457, accusate di essere all’origine di un’epidemia che aveva colpito la cittadina; la Grossa Alison di Monteigneiz (Vosges), 1561, accusata di aver arrostito un neonato e di averlo mangiato con le sue compagne durante un sabba; Françoise Billaud, Paris, 1597, dichiara di essere stata a un sabba e di aver visto il diavolo trasformatosi in capro durante la danza; Jeanne Chevalut, Paris, 1598; Reine Percheval, Basuel, 1599, che aveva in casa quattro rospi addomesticati, e afferma di essere stata picchiata durante il sabba per non aver voluto baciare il posteriore al diavolo; Aldegonde de Rue, Basuel, 1601, strangolata e bruciata per aver causato la morte di numerosi cavalli e di una mucca.

Oltre alle donne processate e uccise tra il 1608 e il 1609 a Labourd (Bordeaux) perché si divertivano in assenza dei mariti; a Marie Lanecin, Basuel, 1621, che racconta di essersi per due volte accoppiata con il diavolo nel suo letto, e viene strangolata e bruciata; Reyne Mignot, strangolata e bruciata, Franche-Comté, 1630; Jehanne Le Rouy, Parigi, 1635, accusata di aver mangiato carne di neonato cotto sul carbone.

A Montbéliard Henriette Borne, dice di aver provocato la grandine insieme al diavolo, 1617; Catherine Thomas, racconta di essere volata al sabba a cavallo di una scopa, 1621; Adriaine d’Heur, 1646, quest’ultima, dopo aver raccontato la sua infelice vita, tra cui un fratello che la violenta dall’età di dodici anni, un matrimonio forzato, urla: «Dio mio, che non si costringa nessuno a sposarsi contro volontà!»; Magdeleine Desmas, la cui madre, zia e figlia erano già state bruciate come streghe, che dichiara che queste erano state forzate a confessare crimini mai commessi, e anch’essa dopo due mesi di tortura confessa gli stessi crimini e viene bruciata, Bouchain 1650; Suzanne Gaudry, Mons, 1652, interrogata il giorno dopo la tortura dice di aver confessato di essere stata strega per vent’anni solo perché aveva troppo male; Michée Chauderon, Ginevra 1652; Henriette Pillard, considerata figlia di un lupo mannaro, accusata di provocare la follia e la morte nei cavalli, 1654; Isabeau Chayné, 1656 che confessa di essersi trasformata in gatto per andare con il diavolo a succhiare il sangue dei bambini; e ancora Elise Guion, nel 1660, che, spogliata e totalmente rasata in mezzo al pubblico processo, per cercare sul suo corpo la marca corporale satanica, pungolandola in tutte le parti con uno spillone, grida: «Datemi la morte ma non il tormento!», e davanti al boia che impugna gli strumenti di tortura: «Dio, io non ho mai visto il malefico!».

Nel 1662 a Valenciennes, Catherine Polus descrive il sabba con grande precisione: «Le streghe danzano e ognuna ha una candela che viene accesa da una torcia, tenuta da un diavolo con una lunga coda». Ma questa imputata ha 8 anni e mezzo e viene usata per bandire il padre dalla città, accusandolo di averla incoraggiata a diventare strega.

L’anno dopo, in questo stesso posto, sarà la volta di Arnoulette Defrasnes, cosiderata la regina delle streghe.

Nel 1632 nel convento di Loudun le suore accusano Urbain Grandier, il giovane e seducente prete, di averle possedute in forma di diavolo. Questa volta sarà lui a essere processato e bruciato vivo nel 1634.

E da allora entra in scena lo spettacolo dell’esorcismo contro le indemoniate, che sostituisce lo spettacolo del rogo.

Pian piano, grazie alla Modernità, la strega lascia posto all’avvelenatrice, alla nemica della famiglia, dove, se si muore improvvisamente, la donna sarà ritenuta responsabile. Così è se muoiono i neonati, frutto di gravidanze indesiderate, nascoste perché ne sono vittima giovani donne non sposate, le cattive madri, le infanticide. Ed ecco le testimonianze delle ragazze condannate a morte e giustiziate a Parigi tra il XVI e il XVIII secolo per infanticidio, un crimine divenuto insopportabile (e che secoli prima era tollerato come crudele mezzo di regolazione delle nascite): Marguerite Gaberot, che dichiara di essere vittima d’incesto da parte del padre, nel 1583; Marie de Marida, 24 anni, confessa di aver dormito con il fratello, uccisa nel 1612; Jehanne Bourgoinde, abusata dal padre, Paris, 1631; Perrine Henneton, 30 anni, incinta del prete, accusata di aver buttato il neonato nella latrina, Paris, 1638; Anne Grumeau, la quale poco istanti prima di morire rivolge un pensiero alle altre donne, pregando i giudici di essere più comprensivi in futuro con le povere giovani che partoriscono sole, nel 1640; Michelette Chana, 20 anni, orfana, che ha partorito e ucciso un neonato, frutto di incesto con lo zio, nel 1668; Françoise Cances, 32 anni, che si presenta con un bambino al processo e accusa il prete di averla messa incinta due volte, e cercato di farla abortire, 1708; Magdelaine Potier, 18 anni, domestica stuprata dal figlio della padrona nel 1731; Marie Dusuc, domestica, violentata da un soldato di passaggio, 1732; Anne Belin, 35 anni, Paris, 1737; Marie Guyot, 20 anni, che dopo il parto getta il neonato dalla finestra, nel 1784.

Il terribile reato d’infanticidio era inizialmente collegato a quello, per noi più surreale, di occultamento di gravidanza, stabilito nel 1556 dall’editto di Enrico II, e abolito solo dalla Rivoluzione francese, che obbligava le donne non sposate a dichiarare la loro gravidanza davanti all’autorità giudiziaria o a un notaio, pena il carcere.

E la serie delle esecuzioni sommarie continua fino al secolo scorso a Nantes, con i processi e le condanne delle infanticide Germaine V., 26 anni, nel 1927 e Berthe V., nel 1945.

Solo a Ginevra, tra il 1558 e il 1620, circa quaranta donne sono accusate d’infanticidio, incesto, adulterio, sodomia, e sono giustiziate per annegamento, pena purificatrice riservata solo alle donne, per addolcirne la morte. Ma non sempre, perché nel 1727, una donna di servizio, sedotta e abbandonata, condannata per aver avvelenato con l’arsenico il bambino nato illegalmente, viene ancora legata a un palo e bruciata viva; Rose Narny, 22 anni, sarà condannata a essere frustata otto volte a sangue perché libertina; Pernette Haller, avvelenatrice, 23 anni, impiccata nel 1769; Jeanne Chappuis, domestica e infanticida, a sua volta impiccata nel 1783.

Riguardo a questo terribile reato, l’infanticidio, il nostro pensiero corre agli zelanti funzionari francesi, responsabili il 16 e 17 luglio 1942 del Rastrellamento del Velodromo d'inverno di Parigi, ovvero la deportazione di 13.152 ebrei, tra cui 4.115 bambini. Chi ne ha uccisi di più, le donne o questi individui, senza peraltro sporcarsi le mani, o essere giudicati dai tribunali? Nella mostra sono esposte le foto delle traditrici della Patria, fatte solo circolare nude per le strade e tosate pubblicamente (perché colpevoli di avere amato un tedesco, in una sorta di collaborazionismo sentimentale che non ha danneggiato nessuno se non loro stesse, mentre nessun collaborazionista zelante di cui sopra è stato fatto neanche solo girare nudo per le piazze di Parigi).

Vediamo appesi alle pareti delle sale gli atti dei famosi processi a due attrici, Léonie Bathiat, detta Arletty, e Rosita Luchaire, detta Corinna (introdotta agli ufficiali nazi grazie al set di un film italiano e alle amicizie con Edda Ciano e con il ministro Pavolini), entrambe rasate e offese prima di essere processate (e assolte) per collaborazionismo nel 1945. Tosate perché la dignità stessa della persona sia annientata, aldilà e ben prima della pena, che in questo caso non viene di fatto neanche comminata.

Ma il crimine più ingiustificabile di questa rassegna di orrori è quello di pétroleuse, incendiaria, affibbiato alle militanti politiche per renderle nemiche pubbliche. Vengono così marchiate tutte le combattenti della Comune di Parigi nel 1870: Joséphine Marchais, Anne-Marie Ménand, Elisabeth Deguy, Eulalie Papavoine, Léontine Suétens, Hortense David, Coralie Chérelle, Marie-Jeanne Moussu, e anche Louise Michel. Nel processo la donna rivendica inutilmente il suo ruolo politico, con punte d’intelligente sarcasmo davanti all’ottusità dei suoi giudici. Dichiara di non aver partecipato agli scontri e a nessuna azione militare, ma di aver incitato pubblicamente alla difesa e di essere l’autore del programma d’azione rivoluzionaria apparso sulla rivista Cri du People, dove purtroppo passaggi come: soppressione della magistratura infame, gli erano stati eliminati.

Le chiedono: Riconoscete di essere l’autore di questo manifesto del comitato centrale dell’Unione delle donne?Risponde: Sì, ma con i seguenti cambiamenti che vi segnalo. Alla frase “l’albero della libertà”, avevo scritto: “l’albero della libertà cresce grazie al sangue dei martiri”. Inoltre la frase finale è incompleta. Finiva così: “Lavoratori! Acclamiamo la Repubblica sociale universale. Viva la Repubblica universale! Viva la Comune”

Viene deportata in Nuova Caledonia come pétroleuse, incendiaria, accusa che risulta senza nessuna prova o testimonianza. Anche lei come le altre donne, ancor prima di venir giudicata, è agli occhi degli uomini présumée coupable. Con questo nome, les pétroleuses, le femministe francesi riprendono la lotta nel 1974.

Présumées coupables, Les grands procès faits aux femmes du 14° au 20° siècle

Durata: dal 30 novembre 2016 al 27 marzo 2017

Orari: Da lunedì a venerdì dalle 10 alle 17, 30 sabato e domenica dalle 14 alle 17, 30. Chiuso il martedì.

Indirizzo: Archives nationales, Hôtel de Soubise, 60 rue des Francs-Bourgeois 75003 Paris

www.archives-nationales. culture.gouv.fr

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5 Risposte a Speciale 8 marzo – Presunte colpevoli, fare la festa alle donne

  1. Silvia Neonato ha detto:

    Inutile giornata per chi? I cortei di ieri, in tutto il mondo, erano pieni di ragazze e ragazzi che lottano contro i femminicidi e non solo. Quanto alla mostra, grazie della segnalazione, è preziosa

    • Maia G Borelli ha detto:

      ciao Silvia
      sono d’accordo con te, quest’anno l’8 marzo non è stato inutile, ma io ho chiamato inutile la celebrazione stanca di una festa che andava avanti da anni senza corrispondere a nessuna presa di coscienza delle donne sulla propria situazione. Speriamo che l’esperienza dell’8 marzo 2017 ci permetta di riprendere in mano le lotte…senza aspettare il prossimo 8 marzo!!

  2. Patrizia Bonini ha detto:

    Un’esposizione con ricca documentazione che ci voleva. Periodicamente le persecuzioni delle donne collegate alla stregheria si ripresentano come ben preciso periodo storco di odio sessuato con riflessi processuali,gia’ esaminati da Luisa Muraro in La Signora del Gioco e in altri testi inglesi,trattandosi di un fenomeno europeo,e contemporaneo alla avanzata di una classe medica di dominio maschile. Ci sono molti elementi per approfondire questa cruenta misoginia,questa riesumazione puo’ essere un passo importante.La difficolta’ di dedicare delle titolazioni toponomastiche a queste vittime esiste ancora,per la insensatezza della loro persecuzione e soppressione,non peer ideali o per virtu’, ma come semplici vittime- donne di tortura,tale difficolta’ potrebbe essere superata e proposta con forza.

    • Maia G Borelli ha detto:

      Grazie Patrizia, sono d’accordo, bisogna proporre con forza un ricordo di quelle donne delle quali sono state sacrificate le vite e i corpi, nel loro insieme. Inoltre, quello che cercavo di far notare è che, anche quando il processo è evidentemente politico, vedi Jean d’Arc e Louise Michel,la strategia utilizzata è stata quella di ridurre tutto a questioni di, se non stregherie, rabbia isterica e comportamenti patologici, come nel caso delle “incendiarie” della Comune di Parigi. Altra cosa giustissima è comunque quella di esigere per l’insieme di quelle vittime della storia un ricordo, come ci sono in alcune città, vedi Dublino, per i migranti, per gli operai, per i minatori, per i soldati, ecc ecc

  3. monica ha detto:

    Grazie molte per l’articolo e per la segnalazione della mostra.
    Monica Biancardi

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