baudrillard-analysis-ceasefireDieci anni fa, il 6 marzo 2007, moriva Jean Baudrillard. Lo ricordiamo con due testi che - come tanti dei suoi - precorrono il tempo presente.

Nel primo, tratto da un libro del 1987, L'Autre par lui-même (L'altro visto da sé, Costa & Nolan), il filosofo francese descrive la trasformazione della vita privata in "un terminale di reti multiple". Difficile resistere alla tentazione di vedere in questa immagine una prefigurazione dei social network, le nostre "reti sociali" multiple e onnipresenti.

Il secondo, invece, è uno stralcio di un saggio del 2002, L'esprit du terrorisme (Lo spirito del terrorismo, Raffaello Cortina), ora ripubblicato dall'editore Franco Angeli - che qui ringraziamo - all'interno di una raccolta curata da Vanni Codeluppi e intitolata Pornografia della guerra.  Il testo è stato scritto all'indomani dell'attacco alle Twin Towers ma non ha perso la sua attualità e anzi,  come nota nell'introduzione Codeluppi, "ci permette di mettere a fuoco le molteplici forme con cui il terrorismo si presenta oggi".

L'estasi della comunicazione

Jean Baudrillard

Telematica privata: ognuno si vede promosso al comando di una macchina ipotetica, isolato in posizione di perfetta sovranità, a distanza infinita dal suo universo originale, cioè nella posizione esatta di un cosmonauta nella sua capsula, in uno stato di assenza di gravità che lo costringe a un eterno volo orbitale e a mantenere una velocità sufficiente nel vuoto sotto pena di venire a schiantarsi nel suo pianeta di origine.

Questa realizzazione del satellite orbitale nell'universo quotidiano corrisponde alla elevazione dell'universo domestico alla metafora spaziale, con la messa in orbita del due-vani-cucina-servizi nell'ultimo modulo lunare, e quindi alla satellizzazione dello stesso reale. La quotidianità della vita terrestre ipostatizzata nello spazio è la fine della metafisica, è l'era dell'iperrealtà che comincia. Voglio dire: quello che si proiettava qui mentalmente, quello che si viveva nell'habitat terrestre come metafora è ormai proiettato, senza metafora del tutto, nello spazio assoluto che è quello della simulazione.

La nostra stessa sfera privata non è più una scena in cui si recita una drammaturgia del soggetto alle prese coi suoi oggetti come con la sua immagine, noi non esistiamo più al suo interno come drammaturgo o come attore, ma come terminale di reti multiple. La televisione ne è la prefigurazione più diretta, ma è lo spazio stesso di abitazione e che è oggi concepito come spazio di ricezione e di operazione, come schermo di comando, terminale dotato di potenza telematica, cioè della possibilità di regolare tutto a distanza, ivi compreso il processo di lavoro nelle prospettive di lavoro telematico a domicilio, e ovviamente il consumo, il gioco, le relazioni sociali, il tempo libero. Si potranno concepire dei simulatori di tempo libero o di vacanze, come esistono simulatori di volo per i piloti di aereo. Fantascienza? Certo, ma finora tutte le mutazioni dell'ambiente sono sorte da una tendenza irreversibile all'astrazione formale degli elementi e delle funzioni, alla loro omogeneizzazione in un solo processo, al passaggio delle gestualità, dei corpi, degli sforzi, dentro dei comandi elettrici o elettronici, alla miniaturizzazione, nel tempo e nello spazio, dei processi la cui scena – ma non è più una scena – diventa quella della memoria infinitesimale e dello schermo.

Qui del resto sta il nostro problema, nella misura in cui questa encefalizzazione elettronica, questa miniaturizzazione dei circuiti e dell'energia, questa transistorizzazione dell'ambiente relegano nell'inutilità, nella desuetudine e quasi nell'oscenità, tutto quello che prima costituiva la scena della nostra vita. Si sa che la semplice presenza della televisione cambia l'habitat in una sorta di arcaico involucro, in una traccia di relazioni umane, la cui sopravvivenza lascia perplessi. Dal momento in cui questa scena non è più abitata dai suoi attori e dai loro fantasmi, dal momento in cui i comportamenti si focalizzano su certi schermi o terminali operativi, il resto finisce per apparire come un grande corpo inutile, abbandonato e condannato. Il reale stesso finisce per apparire come un grande corpo inutile.

(da L'altro visto da sé, Costa & Nolan 1987, traduzione di Maria Teresa Carbone)

Lo spirito del terrorismo

Jean Baudrillard

La tattica del modello terroristico consiste nel provocare un eccesso di realtà e nel far crollare il sistema sotto tale eccesso. Tutto il ridicolo della situazione e insieme tutta la violenza mobilitata dal potere gli si ritorcono contro, perché gli atti terroristici sono insieme lo specchio esorbitante della sua stessa violenza e il modello di una violenza simbolica che gli è vietata, della sola violenza che non possa esercitare: quella della propria morte. Per questo tutta la potenza visibile non può nulla contro la morte infima, ma simbolica, di pochi individui.

Dobbiamo arrenderci all'evidenza, prendere atto della nascita di un terrorismo nuovo, di una forma di azione nuova che gioca e si appropria delle regole del gioco per meglio sconvolgerlo. Loro non soltanto non lottano ad armi pari, in quanto mettono in gioco la loro stessa morte, cui non si dà risposta possibile (“sono dei vigliacchi”), ma si sono anche appropriati di tutte le armi della potenza dominante.

Il denaro e la speculazione in Borsa, le tecnologie informatiche e aeronautiche, la dimensione spettacolare e le reti mediatiche della modernità e della mondialità: hanno assimilato tutto, senza cambiare obiettivo, quello di distruggerle. Colmo dell'astuzia, hanno addirittura utilizzato la banalità della vita quotidiana come maschera e doppio inganno. Hanno dormito nelle loro casette di periferia, letto e studiato in famiglia, per svegliarsi da un giorno all'altro come bombe a scoppio ritardato. Il controllo perfetto di questa clandestinità è quasi altrettanto terroristico dell'atto spettacolare del 11 settembre. Perché fa cadere l'ombra del sospetto su qualsiasi individuo: qualsiasi essere inoffensivo non sarà un terrorista in potenza? Se quelli hanno potuto passare inosservati, allora, ciascuno di noi è un criminale in incognito (ogni aereo diviene anch'esso sospetto) e in fondo è un po' vero. Ciò corrisponde forse bene a una forma inconscia di criminalità potenziale, mascherata e scrupolosamente rimossa, ma sempre suscettibile, se non di risorgere, almeno di vibrare segretamente davanti allo spettacolo del male. Così, l'evento si ramifica nei particolari – fonte di un terrorismo mentale ancora più sottile. La differenza radicale è che i terroristi, oltre che delle armi proprie del sistema, dispongono anche di un'arma fatale: la loro propria morte. Se si accontentassero di combattere il sistema con le sue stesse armi, verrebbero immediatamente spazzati via. Se gli opponessero soltanto la loro propria morte, scomparirebbero altrettanto rapidamente in un sacrificio inutile – ed è quanto ha sinora fatto il terrorismo classico, quello degli attentati suicidi palestinesi, votandosi al fallimento.

Tutto cambia non appena si coniugano tutti i mezzi moderni disponibili con quest'arma altamente simbolica. Quest'ultima moltiplica all'infinito il potenziale distruttivo. È questa moltiplicazione dei fattori che ci sembrano inconciliabili con i nostri a conferire loro una tale superiorità. La strategia dello zero-morte, invece, quella della guerra “pulita”, tecnologica, passa precisamente a lato di questa trasfigurazione della potenza “reale” attraverso la potenza simbolica.

Il prodigioso successo di un attentato del genere fa problema, e per capirci qualcosa dobbiamo abbandonare la nostra ottica occidentale per vedere cosa accade nell'organizzazione e nella testa dei terroristi. Un'efficacia del genere presupporrebbe da noi una un massimo di calcolo, di razionalità, che stentiamo a immaginare negli altri. E anche in questo caso ci sarebbero sempre state come in qualsiasi organizzazione razionale o servizio segreto, fughe o sbavature.

Il segreto di un successo così clamoroso, quindi, è altrove: la differenza è che, per loro, non si tratta di un contratto di lavoro, ma di un patto e di un obbligo sacrificale. Un obbligo del genere è protetto da qualsiasi defezione e da ogni corruzione. Il miracolo è quello di aver saputo adattarsi alla rete mondiale, al protocollo tecnico, senza perdere nulla di questa complicità con la vita e la morte. Contrariamente a quanto avviene nel contratto, il patto sacrificale non lega individui – anche il loro suicidio non rientra nell'eroismo individuale – ma è un atto sacrificale collettivo suggellato da una esigenza ideale. Ed è il coniugarsi dei due dispositivi, quello di una struttura operativa e di un patto simbolico, ad aver reso possibile un atto di una tale dismisura.

 (da Lo spirito del terrorismo, Raffaello Cortina Editore 2002, traduzione di Alessandro Serra, ora in Pornografia del terrorismo, Franco Angeli 2017)

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