Nello Speciale:

  • Alessandro Casiccia,  Tentazione neocentrista e nazionalsocialismo lepenista
  • Salvatore Palidda, La polizia francese, pratiche razziste e violenza neocoloniale

Tentazione neocentrista e nazionalsocialismo lepenista

Alessandro Casiccia

marine-le-pen-Con l’esito della corsa alla Casa Bianca e l’avvicinarsi delle elezioni in Francia, era naturale che l’opinione pubblica focalizzasse la propria attenzione sull’emergere di movimenti comunemente detti “populisti”, ma meglio denominabili “neo-nazionalisti”. Entro questo scenario, assume in Francia un ruolo rilevante, il Front National. Il caso deve essere tuttavia considerato nella sua specificità. Occorre non dimenticare i tratti peculiari del nazionalismo nelle vicende della Repubblica francese. E riflettere, al tempo stesso, sul tanto dibattuto distacco dell’attuale leader dal proprio padre. Se per alcuni osservatori quel distacco costituisce una frattura reale e profonda, per altri invece non rappresenta che un temporaneo camuffamento. E questa seconda ipotesi parrebbe trovare riscontro nelle dichiarazioni di Marine Le Pen a favore dei poliziotti dopo l’odiosa violenza da essi compiuta a danno di un giovane di colore nei primi giorni di febbraio. Resta fermo comunque che occorrerà tener conto anche del carattere molto particolare che nella storia francese ha più volte assunto il rapporto fra destra e sinistra (dal tardo ottocento, al periodo dell’occupazione, fin poi ai giorni nostri). Guardando a quel rapporto però i punti di contatto parvero spesso presentarsi non tanto nelle posizioni moderate di entrambi in fronti, quanto piuttosto in quelle radicali. E ciò parrebbe riproporsi ai nostri giorni in forme nuove. E non solo in Francia. Il che, considerando anche l’attuale rovina delle classi medie, potrebbe contribuire a rendere vieppiù discutibile il classico tema della “corsa al centro” come tattica vincente nei confronti elettorali. Tale “corsa” viene ora lanciata dal concorrente centrista Macron, facendo leva su un superamento delle opposte tensioni. Ma non si dimentichi che per un curioso paradosso proprio nella tradizione francese la prospettiva “né destra né sinistra” caratterizzò a suo tempo movimenti tendenzialmente fascisti.

Il partito oggi guidato da Marine Le Pen sembra confrontarsi con alcune questioni cruciali. L’immigrazione è una di queste: non solo perché non facile da gestire in assenza, al riguardo, di programmi europei coerenti, ma anche perché il fenomeno viene messo in rapporto, da una parte considerevole dell’opinione pubblica, con l’irruzione del terrorismo marcato “stato islamico”; irruzione particolarmente tragica proprio in Francia, come appare guardando agli eventi degli ultimi due anni.

Ma sarebbe assurdo ignorare quanto il fenomeno migratorio sia percepibile da una parte considerevole dell’elettorato tradizionalmente di sinistra come pressione competitiva nel mercato del lavoro. Non manca la possibile lettura del fenomeno quale “esercito industriale di riserva” utilizzabile programmaticamente da parte della classe capitalistica, grazie allo sgretolamento dei confini nazionali. Giustificabile o meno, una certa drammatizzazione del fenomeno migratorio pare presentarsi anche in altre linee politiche. Ad esempio, con la candidatura alle primarie di François Fillon, ora messa nuovamente in difficoltà per l’emergere dei noti scandali.

Un altro punto che appare oggetto di discussione è il ruolo dell’Unione Europea. Le cui politiche vengono in genere percepite, da un lato come un tentativo di limitare o controllare taluni effetti della globalizzazione, d’altro lato invece (e qui già si erano manifestate posizioni radicali di opposti segni) come un aspetto del processo globalizzante stesso, perlomeno in quanto la sua azione riduce i poteri sovrani degli stati membri; e accentua, almeno fra essi, la liberalizzazione degli scambi.

Anche sotto questo aspetto, la linea di Marine Le Pen merita attenzione in quanto, pur dichiarandosi europeista sotto il profilo culturale, esprime scetticismo e critica riguardo all’azione politica dell’Unione. Nell’ indirizzo da lei impresso al Fronte, emerge una riaffermazione dello stato-nazione, accompagnata dal progetto di un forte controllo pubblico sull’economia: aspetto, quest’ultimo, che segna una differenza marcata rispetto alle posizioni del padre. E così pure rispetto ad apparentemente simili posizioni neo-nazionaliste in altri paesi a sviluppo maturo; compresa quella rappresentata ora dalla Casa Bianca, nonostante il plauso formale di Marine Le Pen all’inaspettato successo di Trump.

A ciò si aggiunge, nella linea della leader del Fronte, una dichiarata sfiducia riguardo alle attuali élites della politica; e ancor più a quelle dell’economia finanziaria. A completare il profilo “socialista” che la nuova leader mostra (quasi a riempire il vuoto della sinistra politica), potrebbero ricordarsi le sue dichiarazioni a favore dei diritti dei lavoratori, di un fisco progressivo, del Welfare State, e contro il libero mercato globalizzato. Un atteggiamento critico nei confronti del grande capitale privato, e della crescente diseguaglianza parrebbe insomma delineare l’attuale indirizzo del Fronte. E non manca chi ritiene che un analogo atteggiamento avrebbe potuto (se assunto tempestivamente) ridare vita e seguito a molte linee politiche di sinistra, oggi in declino. L’entrata in scena, sia pur tardiva, di un candidato socialista radicale come Hamon potrebbe forse ridisegnare la scena, pur senza mutare il corso delle prossime elezioni.

È pure da tener presente che la dichiarata sfiducia nelle élites genericamente intese costituisce un tratto caratterizzante di molte posizioni demagogiche oggi presenti nel mondo; non esclusa quella espressa da Trump con frettolosa e paradossale demagogia durante la sua campagna per la Casa Bianca. In quella campagna erano oggetto di denuncia anche i poteri dell’alta finanza; rappresentanti della quale però, una volta ottenuto il successo elettorale da parte del tycoon, sono stati da lui chiamati a far parte della compagine governativa in posizioni strategicamente decisive. Del resto andrebbe sempre tenuto presente lo stretto rapporto fra il grande patrimonialismo immobiliare (di cui Trump è un rilevante esponente) e il mondo bancario.

In linea generale, la convinzione che lo sgretolarsi dei confini e delle barriere sia imputabile in buona misura alle élites cosmopolite del potere economico-finanziario, alimenta diversi movimenti neo-nazionalisti. Che tali movimenti poi si ergano anche a difesa di un’identità (linguistica, religiosa, “etnica”) e che soprattutto oggi tale difesa possa esprimersi attraverso la drammatizzazione sopra accennata delle ondate migratorie, tutto ciò acuisce la differenza rispetto a orientamenti propriamente definibili “di sinistra radicale”, pur non meno critici nei riguardi delle élite del potere, oltre che dell’attuale assetto economico-politico mondiale e dell’incontrollabilità del libero mercato senza confini e senza regole.

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La polizia francese, pratiche razziste e violenza neocoloniale

Salvatore Palidda

Il recente stupro col manganello del minorenne Théo per mano di quattro poliziotti durante un controllo è l’ultimo di una serie di fatti ad avere suscitato rivolta e sdegno in Francia, dopo la morte, pochi mesi prima, del giovane Adama Traoré, che tentava di sfuggire al controllo di polizia perché non aveva con sé la carta d’identità e aveva già sperimentato la violenza che si può subire in tali casi.

“Adama viene buttato a terra da tre gendarmi con tutto il loro peso. I poliziotti notano che la loro preda lamenta di non poter respirare e lo sbattono sul loro furgone dove perde conoscenza. Anziché condurlo all’ospedale, lo portano nella loro caserma. Il 19 luglio 2016, verso le 17,45, Adama Traoré sparisce tra le mani delle forze dell’ordine. Secondo la versione ufficiale, il decesso avviene alle 19,05. Ma nulla è detto alla famiglia. Avendo saputo che Adama «ha avuto una crisi», i familiari cercano sue tracce negli ospedali. Invano. Verso le 21, chiamando il pronto intervento (sapeurs-pompiers) apprendono che è trattenuto alla gendarmeria. La madre d’Adama, va quindi chiedere del figlio alla caserma; le rispondono «sta molto bene». Allora, aspetta lì con altri familiari. Alle 23,30 i gendarmi annunciano la morte d’Adama, cioè quattro ore e mezza dopo la constatazione ufficiale del decesso” (dal testo dell’appello di centinaia di artisti, sportivi e altri ).

Da oltre trent’anni i giovani delle banlieues francesi sono oggetto di continue umiliazioni, abusi, violenze vigliacche e persino torture da parte di agenti della polizia e della gendarmeria. La “giustificazione” di tale accanimento è stata legittimata da destra e sinistra, da buona parte dell’opinione pubblica e anche da parte della stessa popolazione delle periferie come necessaria repressione di “vandalismi primitivi”, di inciviltà intollerabili di “feccia” (racaille ebbe a definirla Sarkozy) che distruggeva le belle cose che lo stato paternalista-pastorale creava in tali territori per il bene di tutti. Le cosiddette rivolte dei giovani delle banlieues (discendenti dei lavoratori francesi e di origine immigrata) erano infatti descritte come azioni nichiliste o da lumpenproletariat. Ricercatori in scienze politiche e sociali, urbanisti e altri esperti ne hanno proposto diverse analisi (utile in proposito la bibliografia di Laurent Mucchielli ), spesso senza arrivare a suggerimenti utili e comunque restando sempre poco ascoltati dalle autorità pubbliche, salvo per le trovate buone per la demagogia elettorale. Così, i partiti politici hanno oscillato tra ammortizzatori sociali e l’escalation della tolleranza zero.

Com’era prevedibile, le rivolte delle banlieues non hanno mai smesso di riprodursi a causa di due principali fatti: 1) l’aggravamento continuo della disoccupazione, della precarizzazione, della discriminazione razzista e l’aumento come pseudo alternative del lavoro nero oppure dello spaccio, delle attività illecite, tutte conseguenze sempre più nefaste della deriva neoliberista; 2) la continua scelta della gestione violenta del disagio, dei malesseri e dei problemi sociali proprio perché la deriva neoliberista della destra e anche della sinistra – in Francia come altrove – ha avallato la fine delle politiche e pratiche di integrazione economica e sociale.

Così da più di trent’anni la polizia francese è stata legittimata e incitata verso la deriva razzista che, come scrivono Rigouste e altri, ricorda le pratiche violente del colonialismo ( De la question sociale à la question raciale? Représenter la société française , a cura di D. e E. Fassin, La Découverte). I criminologi e gli esperti di polizia, salvo qualche rara eccezione, hanno continuato nella loro attitudine reverenziale verso la polizia. E nei ranghi di questa si sono imposti i zelanti sostenitori delle modalità muscolose accompagnati da fascisti lepenisti e neo-colonialisti («figli» dei feroci nemici dell’Algeria indipendente).

Una tale riproduzione delle violenze ha provocato il cronicizzarsi dell’impotenza e dell’odio da parte dei giovani e di parte della popolazione delle banlieues . Il discredito e l’immagine insudiciata della polizia e dello Stato hanno indotto alla costernazione, allo sconforto e alle proteste sempre più associazioni, personalità e cittadini che ancora credono nella possibilità di salvare la République democratica dell’ égalité, fraternité et solidarité. Ma, l’impotenza sembra prevalere. Come per confermare le loro abituali pratiche, alla fine della manifestazione del 18 febbraio a Parigi, in piazza della Repubblica, 4 o 5 poliziotti insieme, varie volte non hanno esitato a trascinare per terra dei manifestanti colpendoli ripetutamente a manganellate sulla testa e dappertutto (vedi le immagini). Assai grottesca appare allora la coesistenza del tentativo di «pacificazione» del presidente della Repubblica Hollande che va a trovare Théo in ospedale mentre la gerarchia della polizia comunica che lo stupro di questo ragazzo è stato solo un «fatto accidentale» e dopo dirige ancora violenze a République il 18 febbraio.

In effetti, la gerarchia della polizia, con il sostegno della maggioranza dei politici di destra e di sinistra, sembra ben ancorata all’idea che la police repose sur le désordre (la polizia si basa sul disordine). Come sottolinea Hélène Huillet, è qui che sta la «ragione» della deriva dell’attuale congiuntura. E ciò perché alcuna proposta e dinamica politica sembra essere in grado di portare la polizia e in generale il governo della sicurezza verso la gestione pacifica del disordine così come verso un governo dei malesseri e problemi economici e sociali secondo lo spirito dell’égalité, fraternité et solidarité.

A dispetto di alcune diagnosi e pronostici sulla crisi del neoliberismo, questo continua a dominare, alimenta e si nutre dei successi della destra più ignobile negli Stati Uniti come altrove. A ciò corrisponde il continuum delle guerre e di una gestione della sicurezza secondo modalità militar-poliziesche di tipo neocoloniale all’interno stesso dei paesi dominanti. Non è un caso se negli Stati Uniti come in Francia la polizia massacra sempre più giovani neri o figli di immigrati, così come è probabile che avverrà anche in Inghilterra, visto l’orientamento dopo il Brexit.

La crisi dell’assimilazionismo in Francia e in altri paesi e la nuova etnicizzazione e razzializzazione degli immigrati e dei loro discendenti è ben spiegabile. Non si tratta di inattesi revival o rigurgiti d’integrismi pseudo-religiosi, e in parte anche “laici”(J.F. Bayart, Les fondamentalistes de l'identité. Laïcisme versus djihadisme. Karthala, 2016) o di “populismi”. Questi non sono che la strumentalizzazione delle conseguenze della destrutturazione economica, sociale, culturale e politica, dello smantellamento del welfare, delle conquiste democratiche. Si tratta quindi della conseguenza ben prevedibile del successo neoliberista che produce innanzitutto una violenta destrutturazione permanente, così come le guerre permanenti, la proliferazione delle insicurezze che gli imprenditori della ‘distrazione di massa’ attribuiscono a false cause e al nemico di turno o di comodo occultando le loro responsabilità. Chi provoca immigrazioni disperate? Chi provoca la riproduzione delle guerre, così come delle rivolte delle banlieues? Chi alimenta i terrorismi?

Questa congiuntura non può non indurre al pessimismo. Tuttavia, forse la sola strada percorribile è il tenace tentativo di costruire ex novo dal basso una gestione pacifica dei malesseri e problemi sociali associandovi tutte le persone, di tutte le professioni, rimaste ancora ancorate alla difesa della res publica; si tratta allora di affrontare innanzitutto le vere insicurezze di cui soffre la maggioranza della popolazione, dai rischi di diffusione delle malattie oncologiche a causa dell’inquinamento (anche da sostanze e rifiuti tossici per mancanza di risanamento e di effettiva prevenzione), ai disastri ambientali, dalla diffusione delle economie sommerse alle neo-schiavitù. Intanto il 23 febbraio i liceali di ben 16 licei di Parigi hanno abbandonato le aule e sono scesi in piazza per “vendicare Théo”; così era scritto nello striscione di testa di una manifestazione non autorizzata nonostante le minacce strombazzate dalle autorità di polizia persino con manifesti affissi dappertutto nelle scuole e l’appoggio a queste da parte di diversi presidi e docenti. Una manifestazione molto dura con toni estremi e senza quella paura che invece sembra mal nascosta nei ranghi della polizia perché non è la prima volta che i liceali parigini non esitano a passare alle modalità estreme ben oltre i cosiddetti casseurs abituali. Dai 14 ai 18 anni hanno la vita davanti e non vogliono viverla come pecore bastonate, impaurite e silenti. Loro sono certo i soggetti sociali che non si piegano e indicano che resistere si può.

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