Rossella Catanese

dumdum

Fotografia di Luca Bergami, 27 settembre 2012

È appena uscito nelle sale italiane, distribuito da BIM e Nexo Digital, Gimme Danger, il documentario di Jim Jarmusch sul gruppo musicale The Stooges. Il film è il dichiarato tributo di un fan alla «più grande band rock di tutti i tempi», secondo le parole del regista di Down by Law (1986) e Ghost Dog (1999).

Gimme Danger, il cui titolo cita la seconda traccia del terzo disco, Raw Power (1973, firmato Iggy & the Stooges), omaggia una delle band più radicali e iconoclaste della storia del rock, cronologicamente in anticipo sulle sonorità e sull’estetica selvaggia della sottocultura punk. Gli Stooges sono stati pietre miliari nella trasformazione del suono della musica rock attraverso una miscela esplosiva di chitarre distorte, ritmi sincopati e soprattutto un’aggressività viscerale e assordante.

Il film racconta la genesi del gruppo attraverso un collage di materiali eterogenei che contribuiscono a una trama disordinata, articolata fra aneddoti e avventure. Il mosaico assemblato da Jarmusch è un tripudio di found footage, fotografie, animazioni, ma soprattutto una lunga intervista a Iggy Pop, al secolo James Newell Osterberg, rockstar simbolo della trasgressione, qui in una versione estremamente lucida e ironica. Si percepisce la sincera ammirazione di Jarmusch verso il frontman del gruppo, che viene presentato fin dai titoli come “James Osterberg as Iggy Pop”, come fosse un personaggio della diegesi in un film di fiction. Lo stesso regista l’ha descritto come una figura sincretica, capace di incarnare insieme l’eredità di Nijinsky, Bruce Lee, Harpo Marx e Arthur Rimbaud. Già in Coffee and Cigarettes (2003) Jarmusch aveva coinvolto come interprete Iggy, accompagnato dalla traccia Down on the Street, brano d’apertura del disco Fun House (1970).

È dalla voce di Iggy Pop che qui prendono forma le vicende degli Stooges (insieme a Ron e Scott Asheton, e Dave Alexander, con la parentesi di Steve Mackay al sassofono per l’incisione di Fun House) e poi della successiva formazione chiamata Iggy & the Stooges (senza Dave, con Ron al basso e con James Williamson alla chitarra).

Si alternano alcune vecchie interviste ai fratelli Asheton, al manager Danny Fields, James Williamson, Steve Mackay e Mike Watt, bassista dei Minutemen nonché fautore della reunion degli Stooges nel 2003. Dopo una rapida e appassionata presentazione enunciata dalla voce del regista, durante il film non c’è un narratore extradiegetico ad accompagnare la visione e il pubblico si trova immerso in una chiacchierata informale con questi pionieri del rock. Soprattutto, si trova faccia a faccia con Iggy Pop.

Iggy racconta di quando con la sua famiglia abitava in una roulotte a Ann Arbor, in Michigan, dei suoi esordi alla batteria da ragazzino nella band liceale beat The Iguanas, nel 1966, poi la sua esperienza con il blues dai Prime Movers alle collaborazioni con Sam Lay a Chicago, fino all’incontro con i fratelli Asheton e i primi live insieme a Dave come Psychedelic Stooges. Iggy Pop descrive l’amicizia e la vita in una casa-comune dove si suonava costantemente; poi l’incontro con gli MC5 e John Sinclair a Detroit, che li hanno supportati presentandoli al mercato discografico. I primi due dischi, editi dall’etichetta Elektra, sono nati all’insegna di un’espressione radicale: il primo, omonimo The Stooges (1969), è stato mixato da John Cale dei Velvet Underground, mentre il secondo, Fun House, è stato registrato a Los Angeles e deve il suo titolo al nome che il gruppo aveva dato alla propria comune (= “la casa del divertimento”), ed elabora una ricerca sonora più sperimentale, influenzata dal free jazz di Miles Davis e John Coltrane. Iggy poi descrive l’incontro con David Bowie a New York e l’esperienza a Londra per la registrazione diRaw Power, edito dalla Columbia Records, e con un salto di diversi anni, senza menzionare le sue esperienze da solista, giunge poi alla riunione del gruppo nel 2003, dopo una registrazione dei brani degli Stooges per il film Velvet Goldmine (Todd Haynes, 1998), che coinvolgeva nuovamente il suo primo chitarrista. Dopo la morte di Ron Asheton, Iggy ritorna in tour con James Williamson, per trent’anni ingegnere presso la SONY.

Di fatto, la scelta di utilizzare il discorso diretto non solo scardina la struttura canonica del documentario, molto spesso tesa a un approccio informativo-didattico, ma lascia anche spazio a una messinscena che miscela sapientemente riferimenti intermediali, creando un collage di diversi linguaggi, farcito da citazioni ammiccanti (frammenti presi dal cinema comico, vari B-movie, pubblicità d’epoca e animazioni), in un ritmo rapido e molto leggero. Questa decisione risponde volutamente a due scopi diversi: in primo luogo, la volontà di non creare iati tra le parti più ricche di materiali d’epoca, tra cui riprese, fotografie, documentazioni, e quelle con più lacune, in particolar modo la descrizione delle prime fasi, in cui Iggy non era ancora una star. In secondo luogo, il regista mantiene l’obiettivo di coinvolgere uno spettatore vario, e non necessariamente un fan.

Alcune sequenze del racconto sono ricostruite attraverso un’animazione dei personaggi realizzata per il film dall’artista canadese James Kerr, noto sul web per il progetto Scorpion Dagger, ovvero un blog di ironiche GIF animate con editing digitale a partire da celebri dipinti quattrocenteschi. Il lavoro di Kerr per Gimme Dangerconsiste nelle immagini stilizzate dei giovanissimi Stooges, che intersecano il patchwork visuale del film con brevi azioni dinamiche in forma di cartoon.

Tra le parti più interessanti del film ci sono le rare registrazioni di vari gruppi influenzati dalle canzoni e dal sound del gruppo di Ann Arbor. Sono innumerevoli, infatti, gli artisti che hanno fatto proprie le emozioni di quei brani: da Bowie ai Sex Pistols, dai Damned ai Birthday Party, dai Dead Boys ai Radio Birdman, dai Dictators a John Zorn, dai Sisters of Mercy ai Depeche Mode, dai Misfits ai Negative Approach, dai Sonic Youth agli Spacemen 3, tanti musicisti hanno suonato i loro brani. Tra video e filmati d’epoca, realizzati in contesti amatoriali, si disegna una fitta trama di band in debito con gli Stooges.

Nonostante questa ricca varietà visiva, la principale mancanza del film è l’assenza di una descrizione veramente polifonica: la percezione dello spettatore è filtrata dalla prospettiva monopolizzante di Iggy Pop. Sebbene egli citi numerosi episodi e infinite trovate performative che riguardavano l’intera band, nonché le cose di cui va meno fiero, come la dipendenza dall’eroina, principale causa di disgregazione della band, è forse più indulgente del dovuto sulle proprie responsabilità nell’ascesa del mito individuale, parallelo alla crisi del gruppo. In Please Kill Me: The Uncensored Oral History of Punk (Legs McNeil, Gillian McCain, 1996), Ron Asheton raccontava di quando prima di un concerto il fratello Scott ed Iggy vendettero la sua chitarra Fender Stratocaster (un pezzo vintage perché precedente alla produzione CBS), per una dose da quaranta dollari di eroina.

Mentre l’istrionico Iggy Pop calcava i palchi di mezzo mondo, Ron e Scott Asheton, con cui all’inizio il cantante condivideva tutto, hanno invece dovuto adeguarsi a lavori di fortuna, nonostante le varie collaborazioni musicali nella scena underground statunitense; il primo con The New Order, Destroy All Monsters, Dark Carnival e New Race, il secondo con Sonic’s Rendezvous Band, Destroy All Monsters e Sonny Vincent. Iggy omette la storia del proprio successo e il film salta direttamente alla tournée del nuovo millennio, l’esperienza con Mike Watt e J. Mascis dei Dinosaur Jr in seguito alla colonna sonora del film di Haynes.

I fratelli Asheton muoiono entrambi di attacco cardiaco dopo la reunion, il primo nel 2009, il secondo cinque anni dopo, ma nel film appare intervistato con Iggy, già travolto dai postumi di un ictus che lo aveva colpito nel 2011. L’impressione è che forse per un racconto più obiettivo e variegato, che comprendesse in maniera più legittima un punto di vista collettivo, questo documentario si sarebbe dovuto fare una decina d’anni fa, con gli Asheton ancora in vita.

Fa sempre un certo effetto, però, vedere Iggy Pop che parla degli Stooges. Star e icona indiscussa del rock mondiale, egli ha sempre sottolineato in tutte le interviste l’importanza di quella band nel suo percorso artistico; anzi, traspare visibilmente come fino alla fine egli abbia creduto in quello che invece il mondo del business discografico gli aveva allontanato, ovvero i Dum Dum Boys (=“ragazzi esplosivi”, per citare la penultima traccia del suo album solista The Idiot, del 1977), i giovani che hanno forgiato la sua sensibilità musicale e il suo impulso creativo. Come racconta in quella canzone, Iggy aveva conosciuto gli Asheton in una strada di Ann Arbor; erano l’archetipo dei selvaggi, dei capelloni, degli outsider, ed Iggy ne era affascinato. Anche in Gimme Danger emerge visibilmente la sua nostalgia nel ricordare le avventure condivise con questi ragazzi del Midwest, la fraterna amicizia e soprattutto la spontaneità irripetibile della loro musica. “Sto cercando/ I ragazzi esplosivi/ Dove siete ora/ Quando ho bisogno del vostro baccano?”.

Gimme Danger

Regia: Jim Jarmusch

2016

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