Francesco Fiorentino

Palermo 22.02.2016 - Teatro Biondo, "Minetti" Ritratto di un artista da vecchio, regia di Roberto Andò con Roberto Herlitzka. Ph. Franco Lannino/Studio Camera

Ph. Franco Lannino/Studio Camera

È l’ultimo dell’anno e dalla bufera di neve arriva lui. Arriva nella hall di un hotel di Ostenda dov’era stato decenni prima. Arriva avvolto in un grosso cappotto, il cappello, la valigia, l’ombrello. È un po’ fuori luogo e fuori tempo, sorpreso di quanto tutto sia cambiato, più vecchio, come lui. L’andatura stanca e decisa è quella di Roberto Herlitzka che interpreta Minetti, un altro grande attore, protagonista dell’omonimo dramma di Thomas Bernhard. La messinscena è quella allestita da Roberto Andò per il Teatro Biondo di Palermo e accolta dal 24 al 29 gennaio dal Teatro Argentina di Roma.

La regia di Andò è discreta, pulita; fa salire in primo piano il testo e la recitazione di Herlitzka. La scena di Gianni Carlucci ricorda un po’ un quadro di Hopper: la hall è asciutta, spettrale, con quella grande finestra bianca sullo sfondo, in primo piano le due poltrone dove Minetti siede prima con una donna malata di solitudine, poi con una ragazza che aspetta l’innamorato. Tutti gli altri sono solo comparse: testimoni distratti del monologo del vecchio attore come anche il portiere e il facchino dell’albergo, oppure presenze fantasmatiche come i clienti mascherati che attraversano la sala. A tenere la scena è sempre e solo lui, che parla, straparla, sentenzia. E man mano che parla apprendiamo che è stato convocato dal direttore del teatro di Flensburg, per recitare il Re Lear. Apprendiamo che anche lui è stato direttore di un teatro, quello di Lubecca, da dove era stato cacciato 30 anni prima, perché aveva «rifiutato definitivamente la letteratura classica», ovviamente «tranne il Lear». Apprendiamo che poi si è rifugiato nella profonda provincia, a Dinkelsbühl, a casa della sorella, isolato, incompreso, dileggiato. Per 30 anni, ogni mattina, recita il Lear, in soffitta, per pochi minuti, davanti allo specchio. Ora si prospetta la possibilità di recitarlo finalmente sulla scena. Ma il direttore non viene. La mancanza che ha segnato per 30 anni la sua esistenza non si lascia colmare. Così lui esce nella tempesta, indossa la maschera di Lear che porta sempre con sé e si fa coprire per sempre dalla neve. Lasciarsi morire: un atto di protesta estremo e impotente. Quando si sceglie l’arte dell’attore come scopo dell’esistenza, il prezzo da pagare è l’oscuramento dell’animo, la rottura con tutti e con tutto, persino con la materia, dice Minetti. Essere attore è un martirio.

Palermo 22.02.2016 - Teatro Biondo, "Minetti" Ritratto di un artista da vecchio, regia di Roberto Andò con Roberto Herlitzka. Ph. Franco Lannino/Studio Camera

Ph. Franco Lannino/Studio Camera

Sembrerebbe un omaggio al mestiere dell’attore, a questa sua instrinseca tragicità. Se non fosse che il dramma è stato scritto da Thomas Bernhard per un mostro sacro del teatro tedesco: Bernhard Minetti. Lo ha scritto per lui e voleva che nessun altro mai lo recitasse se non lui, che infatti ne diede una memorabile interpretazione nella prima messinscena di Claus Peymann nel 1976, a Stoccarda.

I due Minetti non potrebbero essere più diversi. E Bernhard deve essere molto divertito a costruire questo contrasto: amato e acclamato il Minetti reale; respinto e dileggiato quello fittivo. L’uno è logorato da trent'anni di esilio dalla scena, l’altro sfoggia un’inesausta vitalità. A ottant’anni ancora è capace di sfrecciare in autostrada con la sua Mercedes decappottabile. La morte lo coglie 93enne nel 1998, mentre recita ancora: nell’Arturo Ui di Brecht messo in scena da Heiner Müller al Berliner Ensemble.

Era una star già negli anni Trenta. Lavora anche nel cinema, tra l’altro in film di propaganda. Nel dopoguerra viene poi osteggiato per essere stato complice e beneficiario del regime nazista. Ma si ricostruisce una carriera, ripartendo dalla provincia. Negli anni Settanta una nuova generazione di registi si afferma: quella di Peter Zadek, Klaus Michael Grüber, Claus Peymann. E la sua carriera riprende slancio, intepretando tra l’altro alcuni drammi di Bernhard, diretto da Peymann. Infine si ritrova a recitare se stesso in un dramma che porta il suo nome e lo rappresenta diverso da com’è. O forse lo mette subdolamente di fronte a una parte rimossa di sé.

Recensioni dell’epoca raccontano che nell’interpretare l’attore che porta il suo cognome, Bernhard Minetti abbia eluso continuamente il melodramma del grande artista incompreso e disprezzato da un pubblico insensibile, ironizza sulla dimensione lamentosa dell’attore che si sente una vittima sacrificale della società. L’arte del Minetti attore getta un’ombra di dubbio sull’arte del Minetti personaggio: soprattutto declamando il Lear nella hall dell’albergo lo mostra ben poco all’altezza del ruolo. Nella tragedia dell’attore ripetutamente si accende la commedia. La capacità di prendersi in giro è una caratteristica tipica di Bernhard, un modo per esibire la sua profonda vulnerabilità e allo stesso tempo difendersi da essa.

Palermo 22.02.2016 - Teatro Biondo, "Minetti" Ritratto di un artista da vecchio, regia di Roberto Andò con Roberto Herlitzka. Ph. Franco Lannino/Studio Camera

Ph. Franco Lannino/Studio Camera

Recensioni dell’epoca raccontano ancora che il Minetti attore giocava con le parole – ingiuriose, disperate – del personaggio: le pronunciava ora col tono amareggiato di un pensionato incattivito, ora come un sussurro bambinesco, cantandole quasi. C’è tutto un movimento nell’apparente immobilità del monologo bernhardiano, nella ripetività ossessiva del suo lamento. Ogni ripetizione nasconde una variante, ogni frase va in una direzione diversa. E sono frasi spezzate in versi che spesso sono di due o tre parole soltanto. Il tono e il senso non sono così univoci, univocamente amari. Molte cose si mischiano nel monologo ossessivo di Minetti: pensieri audaci e chiacchiere confuse, saggezze profonde e cliché, rassegnazione e rabbia, pathos tragico e patologia nevrotica.

Roberto Herlitzka sceglie una recitazione più rigorosa. L’incedere apparentemente instabile, dolente, non deve trarre in inganno: la sua voce segue soprattutto il Bernhard cantore della stasi, dell’impossibilità di sfuggire alla ripetizione, alla prigione dell’ossessione, il Bernhard in cui la voce del lamento sembra coprire tutte le altre voci: quella isterica dell’ingiuria, quella della denuncia, della follia accarezzata fanciullescamente, dello sberleffo anche verso se stesso e la propria disperazione. Bernhard sa mostrare con virtuosismo che la disperazione può essere uno stato di godimento, che il fallimento può essere anche molto divertente. Non è solo godimento di un sintomo e anche articolazione di una critica nella forma di lamento: il lamento sulla follia dell’arte, l’ottusità del pubblico, la catastrofe che è il mondo. Perché il lamento è una forma – primaria, elementare – di critica, che nel teatro ha trovato spesso espressione, a partire dalla tragedia antica. Il lamento è anche una richiesta di attenzione, non indica soltanto un eccesso di negatività: segnala pure un rimosso che vorrebbe o dovrebbe ritornare.

L'attore, il grande attore è per Bernhard l’eroe tragico del perturbante, cioè di qualcosa di estraneo che angoscia e spaventa perché è in fondo ben noto, ma è stato, appunto, oggetto di rimozione. Il pubblico è attratto dal grande attore e allo stesso tempo prova per esso repulsione, ripete Minetti: repulsione per il perturbante che esso rappresenta e ha da rappresentare. Questo è il suo compito: mettere alla prova lo spettatore, spaventarlo per indurlo ad accettare quel che già sa, ma ha consegnato alla rimozione. La letteratura classica, che Minetti – come non si stanca di ripetere – 30 anni fa ha definitivamente rifiutato, è un agente della rimozione: «L’umanità fugge quotidianamente / nella letteratura classica...... Nel classico la società è sola con se stessa / indisturbata / Ma l’artista ha da rifiutare questo processo / questa spudoratezza». Ha da rifuggire il classico che rifugge l’orrore.

Il Minetti reale – lo ha confessato lui stesso in un’intervista – ha chiuso gli occhi davanti all’orrore del nazismo per non essere paralizzato nella sua arte che era per lui, come per il Minetti del dramma, una difesa contro l’angoscia. In un’intervista dichiarò che si rimproverava di aver capito quello che stava succedendo e di non aver fatto nulla, di aver usato i privilegi che aveva da attore per tenersene fuori. Di aver avuto bisogno del teatro per salvarsi: «dal mondo, dalla vita, dalla disperazione». Bernhard Minetti evitava la disperazione nella vita recitandola a teatro. Il Minetti fittivo di Bernhard non può più recitarla e in fondo neanche vuole più, perciò l’ha fatta finita con la letteratura classica che la dissimula e la rimuove. Perciò affronta la disperazione nella vita, fino a esserne consumato. Ma poi ci invita anche a riderci su.

Thomas Bernhard

Minetti

con Roberto Herlitzka

regia: Roberto Andò per il Teatro Biondo di Palermo

in scena dal 24 al 29 gennaio dal Teatro Argentina di Roma

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