Claudio Canal

lolSiti Aisyah, indonesiana venticinquenne, dichiara che lo credeva uno scherzo. Di solito, però, nelle candid camera non ci scappa il morto altrimenti non sarebbero candid. Anche l’altra arrestata, una vietnamita ventottenne, credeva forse di giocare a innaffia lo sconosciuto? Non era acqua lo spruzzo, era un qualche veleno, si dice. Micidiale, se ammazza in così poco tempo senza lasciare tracce. Il famigerato gas nervino? Il povero Kim Jong-nam, fratello del caro leader nordcoreano, se ne è stato un po’ imbambolato poi è spirato sulla barella. La polizia ha arrestato anche un terzo sospetto, un nordcoreano di 45 anni. Ne ricerca altri tre, anzi quattro, che però sono volati via lo stesso giorno del gavettone postmoderno.

L’aeroporto di Kuala Lumpur, la capitale della Malesia, è il medesimo da cui è decollato il Boeing 777 con 239 persone a bordo e svanito nel nulla tre anni fa. Doveva essere un terreno sacro a qualche divinità vendicativa, l’area aeroportuale, se si allestiscono questi malefici. Una sola volta ci ho fatto scalo, ma non mi è successo niente, all’apparenza. Forse è un dio ridanciano e burlone. La ragazza vietnamita arrestata aveva una t-shirt con la dicitura LOL che, si sa, sta per lot of laugh ( tante risate). Poi una TV giapponese manda in rete un video in cui si vede una donna assalire di spalle Kim Jong-nam, e il medesimo rivolgersi preoccupato agli addetti alla sicurezza per segnalare che qualcosa non va sul suo volto. Infine una barella. Niente a che fare con lo shakespeariano polonio che ha steso a Londra la spia russa Litvinenko e, forse, Yasser Arafat?

Sembra che la Corea del Nord non abbia battuto ciglio o così dà ad intendere il caro fratellino, Kim Jong-un, leader maximo, che non si dimostra così fremente di ricevere le spoglie del familiare per i dovuti onori. Sempre che il malcapitato risulti effettivamente essere il fratellastro. Battibecchi tra ambasciate, Corea del Sud che soffia sul fuoco sparando accuse. La Malesia è uno dei pochi Stati a mantenere relazioni non ostili con Pyongyang.

Di questo intricato e attraente giallo asiatico non sappiamo quasi niente di certo e qui sarebbe anche il bello della storia se non fosse rovinata dal fragore dall’ultimo missile a medio raggio lanciato da una base nordcoreana e schiantato in mare a 400 chilometri di distanza. Più fumo che arrosto, ma il fumo impedisce sovente di vedere e capire cosa succede nella realtà là fuori. Ogni test missilistico è nello stesso tempo una domanda: mi volete sì o no prendere sul serio? Madre natura non è stata benevola con il brillante compagno Kim Jong-un e lui stesso con il suo parrucchiere sembra mettersi d’impegno per aggravare la endogena goffaggine. Così il tiranno un po’ fa paura un po’ fa ridere. Non gli riesce di essere marziale, come vorrebbe e ruolo dinastico imporrebbe. LOL, LOL.

I corpi contano, sappiamo. Lo sanno anche in Nord Corea. Il regime infatti ha da alcuni anni avviato un restyling dell’immagine corporea pubblica dando spazio in televisione e nelle sale da concerto autorizzate ad una band di ragazze musiciste di prim’ordine e militari di carriera. Tengono mirabilmente la scena, suonando, cantando e ballando. Mettendo in mostra le loro giovani bellezze fasciate da abiti luccicanti e succinti e con acconciature internazionali, virtuose che imbracciano un basso elettrico, siedono a un drum system, imboccano un sax tenore. La narrativa è calcolata, si tratta di assorbire nuovi idiomi e volgerli a vantaggio del regime. La Moranbong Band si presenta in messinscene hollywoodiane con effetti laser sbalorditivi, interpretando medley di arrangiamenti pop di Mozart, canzoni e inni patriottici, My Way, O sole mio , evergreen del rock. Chiudono con un’estetica del passato e la loro esibizione è una promessa di prosperità e di bellezza. Ambasciatrici di una nuova era di progresso e creatrici di un mondo fantastico. Quando si presentano con lo State Merited Chorus, un centinaio di maschi infagottati nell’uniforme militare che cantano disciplinati e impalati mentre scorrono sul mega schermo immagini di eroi della patria, kombinat industriali, panorami mozzafiato, ti stupisce la sovrapposizione nella medesima scena di un design politico double face. Il regime si umanizza? Il regime si sintonizza su nuove sensibilità che non possono essere lasciate a sé stesse, ma devono essere incanalate dall’alto. È la politica della musica. Quando poi la telecamera si allarga sulla platea dello smisurato auditorium vieni travolto dallo sguardo maschile, compassato e famelico, di qualche migliaio di burocrati e funzionari di partito in gita premio. Le artiste della band ne sono consapevoli, lo fanno “a fin di bene”, patriottiche a loro modo e sarebbe da stupidi sottovalutare questi slittamenti dell’immaginario. Non tutto può essere ridotto ai rituali di imbalsamazione social-politica e di oppressione scientifica. Muoversi dalla piazza Kim Il-sung verso lo stadio Kim Il-sung per arrivare in un attimo in piazza Kim Il-sung dove troneggia la statua di Kim Il-sung. La disponibilità gregaria di un’intera popolazione ha dei limiti, mentre l’altra Corea si infiamma per cacciare la presidente della repubblica teleguidata da una sciamana maneggiona, mentre il sancta sanctorum del business sudcoreano viene violato dalla magistratura con l’arresto per corruzione del patron della Samsung. Corea una e bina.

L’angelo in fiamme è il titolo di una musica visionaria del compositore coreano Isang Yun, oggi celebrato a Nord e a Sud, virtualmente unificate nella sua commemorazione. Il dolore della divisione del Paese non si è estinto del tutto. C’è chi ancora se l’aspetta e se la sogna di notte la riunificazione. Se gli capita di leggere Vita privata di una nazione di Lee Eung-jun, multiforme scrittore sudcoreano, i suoi sogni si trasformeranno in incubi. Il romanzo è appena stato tradotto in italiano dalla coraggiosa casa editrice Atmosphere libri di Roma, partendo dall’originale del 2009. Bel titolo di merito perché spesso la fiorente letteratura coreana subisce una traduzione al quadrato, prima in inglese e da qui in italiano, nonostante che la Corea [del Sud] sviluppi una efficace politica di sostegno alle traduzioni dal coreano. Il lavoro di Mary Lou Emberti Gialloreti, traduttrice del libro, non deve essere stato agevole, non solo per l’ovvia distanza tra le due lingue, ma soprattutto perché il testo di Lee Eung-jun è anch’esso “distopico” come il romanzo, procede per stratificazioni e spigoli, e apre una scena che si potrebbe tecnicamente definire noir, ma che è invece molto di più.

Le due Coree si sono riunificate nel 2018, immagina l’autore, ed ecco cosa sono diventate: un luogo tetro in cui scorrazzano bande criminali e poliziotti corrotti fanno il bello e cattivo tempo, in cui circolano nuove e travolgenti droghe dal nome seducente, in cui il passato si affastella nelle menti come dogma o come immondizia. La violenza non è una scelta, è un destino. L’angelo del Nord è andato in fiamme, è imploso e risucchiato dal vorace capitalismo del Sud che tutto divora. Riunificate, le due parti disperatamente non combaciano. Lee Eung-jun sembra suggerire la domanda: il mondo sta diventando una “Corea riunificata”?

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