Michael Wolf_Tokyo compression_generaleNello speciale:

- Andrea Cortellessa, Un bel dì vedremo

- Fabrizio Patriarca, Ruth Benedict, il potere della distanza

- Ludovica del Castillo, Il Giappone di Parise

 

Un bel dì vedremo

Andrea Cortellessa

Michael Wolf_Tokyo compression_1«Zipagu èe una isola in levante, ch’è nell’alto mare mille cinquecento miglia. L’isola è molto grande, le genti sono bianche, di bella maniera e belle; e la gente è idola, e non ricevono signoria da neuno, se no’ da loro medesimi»: sono le prime parole dedicate al Giappone dal Milione: nonché forse le prime di un viaggiatore occidentale (come annota Dalila Colucci all’inizio del suo bel saggio sull’ Impero dei segni di Roland Barthes e sull’Eleganza è frigida di Goffredo Parise: testo nel quale l’io narrante si traspone proprio nell’ avatar di Marco Polo). E ha il valore di un apologo, che il viaggiatore per antonomasia – Polo appunto – abbia scritto queste parole senza averlo mai visto coi suoi occhi, il Giappone. Si è pensato in passato, per la verità, che tale statuto avessero anche le pagine sulla Cina, del libro mirabile dettato a Rustichello da Pisa durante la prigionia di Polo nel carcere genovese, seguita alla disfatta veneziana a Curzola; ma le ultime ricerche paiono confermare senza margine di dubbio che in effetti proprio il Giappone, nel testo, abbia il privilegio di una descrizione esclusivamente di seconda mano.

Circostanza emblematica, si diceva, perché proprio una separatezza quasi trascendentale – non semplice frutto dell’insularità – è il primo connotato dell’idea che in Occidente abbiamo sempre avuto di questa terra. Persino il gran libro di Ruth Benedict, Il crisantemo e la spada, ristampato in questi giorni da Laterza e che va indicato come primo lavoro antropologico moderno sul Giappone – per il buon motivo che venne scritto con gli Stati Uniti ancora in guerra; e commissionato all’allieva di Margaret Mead, dal suo governo, proprio per preparare i suoi militari all’occupazione a venire – venne scritto senza che la sua autrice vi fosse mai stata.

Dunque un paese che è anzitutto un luogo scritto, «una pura invenzione» (secondo l’Oscar Wilde della Decadenza della menzogna ), un repertorio di stereotipi – quelli che a cavallo del Novecento diedero voga alla moda del «giapponismo» (coll’apice di crudeltà della Butterfly pucciniana, 1904). Ma, per un paradosso eloquente, persino il saggio decisivo – nella demistificazione appunto degli stereotipi coi quali l’Occidente ha pensato l’Altro da sé –,Orientalismo di Edward Said, lascia il Giappone fuori dal raggio della propria attenzione. Probabilmente perché il Giappone sta a parte, isolato e quintessenzialmente specifico, anzitutto per questo: totalmente Altro da noi ma, al tempo stesso, esteriormente rivestito da una patina di Occidentalismo persino iperbolico. Da quando l’8 luglio 1853 il commodoro Matthew C. Perry entrò per la prima volta nell’inviolabile baia di Edo, al comando di quattro cannoniere statunitensi, si produsse un fenomeno forse unico nella storia dei meticciamenti interculturali: per la rapidità con la quale i modelli occidentali vennero fatti propri, in ambito non solo economico, da una cultura vissuta sino a quel momento, e per millenni, in splendido isolamento; ma anche per la contraddittorietà, quanto mai ambigua e ingannevole, di quell’assimilazione: come ha scritto Flavia Arzeni ( L’immagine e il segno , il Mulino 1987), i connotati autoctoni (che a un occhio occidentale appaiono, appunto, così alieni) sono da allora restati come «congelat i » in un sostrato, una riserva di «valori etici ed estetici paralleli cui il popolo giapponese potrà far ricorso in momenti di difficoltà o di turbamento»; mentre nella vita di tutti i giorni l’ american way of life può, dallo stesso popolo, essere mutuato sino al parossismo – sino, anzi, a saturare il modello.

Michael Wolf_Tokyo compression_2Sicché l’Occidentale resta tuttora perplesso dalla «doppiezza» dei giapponesi: come sintetizzava Benedict «sono al tempo stesso, e al massimo grado, aggressivi e pacifici, militaristi ed estetizzanti, insolenti ed educati, inflessibili e arrendevoli, remissivi e insofferenti di ogni pressione, leali e traditori, coraggiosi e codardi, conservatori ed amanti delle innovazioni». Non è un caso che il mirabile apologo del 2003 di Sofia Coppola, Lost in Translation , fosse ambientato proprio a Tokyo. Sono allora gli scrittori, fra i viaggiatori occidentali, ad aver prodotto lo sforzo maggiore per capire davvero il Giappone; per «tradurlo», almeno in parte, in coordinate tali che noi si possa assimilarle. E anzi a essere «assimilati» – come mostra con grande puntiglio il saggio di Colucci – furono in effetti tanto Barthes (che in Giappone risiedette a tre riprese, dal ’66 al ’68) che Parise (il quale vi andò nel 1980): i quali da quell’esperienza straordinaria mutuarono in abbondanza «affetti e percetti», in misura tale da modificare radicalmente le loro «grammatiche della visione» permeando di un nuovo – e certo più consapevole – «giapponismo» l’ultima parte delle rispettive traiettorie esistenziali e letterarie.

E se è vero, come sostiene qui Fabrizio Patriarca, che la scrittura letteraria è «una variante ironica (e centrata sugli effetti) dell’antropologia culturale», allora il libro da lui pubblicato qualche mese fa per 66thand2nd, Tokyo transit , ha un valore non solo di (ragguardevole) epifania stilistica, bensì di imprescindibile «aggiornamento». A restare quasi del tutto fuori dalle epifaniche scritture tanto di Barthes che di Parise, infatti, è il Giappone «assimilante», cioè quello «occidentalista» stritolato nella pressa dell’«ordinario e del quotidiano», dai «meccanismi infernali del lavoro»: che invece nelle pagine di Tokyo transit trova una raffigurazione tanto spietata quanto esatta. Tanto che le immagini più appropriate per accompagnare questo speciale di alfabeta2 ci sono apparse quelle di Tokyo compression , del fotografo tedesco Michael Wolf (viste l’anno scorso alla mostra milanese 2050. Breve storia del futuro, a Palazzo Reale): che coi suoi flash del 2010, raffiguranti i pendolari nella metropolitana della capitale giapponese, capovolge simmetricamente il mito di una cultura imbevuta in ogni sua fibra di armonia ed eleganza (quello che Parise definiva «classicismo cellulare»), definita proprio dalla perfezionistica quanto edonistica gestione dello spazio. Colpisce come quasi tutti i commuters ripresi da Wolf chiudano istintivamente gli occhi davanti al suo obiettivo. Non solo e non tanto per il sonno mattutino, si ha motivo d’opinare: bensì in nome della «cultura della vergogna», tipica di quella società, che Ruth Benedict contrapponeva acutamente alla «cultura della colpa» della tradizione giudeo-cristiana. E finiamo per essere un po’ «assimilati» a nostra volta: se forte è la tentazione, davanti a queste immagini, di chiuderli a nostra volta – gli occhi.

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Ruth Benedict, il potere della distanza

Fabrizio Patriarca

Michael Wolf_Tokyo compression_3Premesso che quella praticata dai romanzieri è probabilmente una variante ironica (e centrata sugli effetti) dell’antropologia culturale, il ritorno in libreria di un classico di Ruth Benedict, Il crisantemo e la spada, a settant’anni dall’uscita e a meno di dieci dalla prima edizione Laterza, mi ha subito ricondotto a un circolo di domande snervanti, di quelle che gli scrittori amano farsi quando ragionano sulla serietà (o sull’opportunità, sulla profondità, se non sulla decenza) del loro mestiere. Domande urgenti – non solo perché mi è capitato di scrivere delGiappone – che rischiano di mettere a nudo la verità di una vocazione, la sua durabilità nel canale del tempo, l’affidabilità – e vorrei dire lo spessore – dell’Artificio.

La tentazione – anche solo nei rispetti di una “fonte documentaria”, per lo scrittore che tollera a malapena le domande snervanti – è quella di considerare il libro della Benedict come un grosso reperto, o al limite un detrito, di archeologia del pensiero occidentale. Un testo per molti versi incapace di rispondere alle sollecitazioni del presente, non-aggiornabile (per la mole e il contesto in cui fu scritto: commissionato all’autrice nel giugno del 1944 dal governo americano, per due anni prima dell’effettiva pubblicazione fu il vademecum di riferimento dei militari USA riguardo al paese che si preparavano a occupare). Però è vero che i classici, se realmente sono tali, iniziano col tempo a parlare una lingua diversa: perdono in perspicuità ma guadagnano sul terreno dei riflessi, o forse siamo noi che li leggiamo a spostarci quel tanto che basta a perdere di vista il loro centro argomentativo, e cominciamo a fare caso a tutto un ordine della lateralità che prima ci sfuggiva. Di fatto è nella nostra indole difendere ciò che ci piace, o ci è piaciuto/servito o che abbiamo sentito come autorevole/necessario. Cultura è probabilmente questa persistenza di un’idea di Necessità contro la forza erosiva del Mutamento.

Nell’orbita dei quasi-paradossi, materia in cui certi scrittori più di altri si trovano a proprio agio, andrà allora segnalata l’affilatura che si produce in questa inesorabile consunzione degli argomenti: un po’ come le città in rovina di cui parlava Derrida, per cui dallo scheletro dilavato riesci a risalire alla forma essenziale. Dunque una lettura di scarto, istintivamente perimetrale e periferica, lettura delle zone di passaggio, delle zone apparentemente “scariche”: «Quando comprendere il Giappone diventò per l’America un problema cruciale, queste contraddizioni, e molte altre non meno clamorose, non poterono più essere trascurate».

L’occasione, il dato «cruciale» ed evidentissimo, è la guerra. Il che scopre una prerogativa di questo libro intimamente legata al suo passaggio in una dimensione della conoscenza che più volte l’autrice rivendica come preliminare allo studio scientifico: in breve, circola questa idea di dover conoscere a fondo l’altro in quanto nostro nemico. Informazione che dopo settant’anni di Giappone pacifista (fatti salvi i rigurgiti nazionalisti dell’era di Abe Shinzo) innesca una distorsione prospettica davvero niente male. Quel genere di curvatura che inopinatamente restituisce a un libro ciò che è tagliato fuori dalle necessità della sua stessa ambizione: perché nel caso di Benedict, e particolarmente nel suo caso, ciò che manca alla visione analitica è l’esperienza traumatica. Il crisantemo e la spada è un libro scritto a partire da documenti e testimonianze raccolte sul suolo americano: prevede la letteratura specifica che lo precede ma non può beneficiare, dato il contesto bellico, del «viaggio sul posto». Eppure non sta nemmeno qui l’essenza di quello che ho chiamato trauma (nel nostro caso mancante). Perché lo choc dell’incontro traumatico col Giappone attuale non risiede nella frequentazione di circostanze aberranti o situazioni-limite, ma nella pratica dell’ordinario e del quotidiano – come sanno molti expat che in Giappone ci vivono e vengono presto assorbiti (al contrario dei turisti, a cui praticamente è permesso tutto) dai meccanismi infernali del lavoro, dalle logiche degli imperativi non scritti, dai ritmi sfiancanti della giornata-tipo.

Tornando al libro: Benedict ha provato a esaminare il comportamento di un popolo in guerra come un dato culturale. Naturalmente si tratta di un’operazione che, a ridosso di una pletora (e diverse tipologie) di rilevi, ci consegna dei “modelli”, i modelli culturali del sottotitolo. Fin qui niente di allarmante. I modelli in questione rispecchiano macro-problemi come l’intima necessità di gerarchia che muove la società giapponese, il concetto sociale di “debito” e relative conseguenze, la triade passione/virtù/autodisciplina, i fondamenti della pedagogia. Però quando vado a rileggere la lunga dichiarazione di metodo offerta nel primo capitolo non posso fare a meno di raffigurarmi Ruth Benedict come un novello Champollion che approfitta delle imprese napoleoniche per risolvere un problema relativo soprattutto alla sua intelligenza, e questo me la rende straordinariamente vicina (che è un modo come un altro per dire che l’intelligenza è metastorica, trascende i contesti, ed è sempre al culmine del mio interesse).

Michael Wolf_Tokyo compression_4Champollion, che non mise mai piede in Egitto, riuscì a scartare l’enigmatico involucro dei geroglifici. Ricordo la citazione di una sua lettera al fratello che avevo trovato, ragazzino, fra le pagine di Civiltà sepolte di Ceram: «parlo copto fra me e me». Ecco, quest’aria di assoluta immersione in un problema mentale è quanto permane intatto nel libro di Benedict: questo privilegio fatto di assiduità e fiducia nel potere della distanza. Ho detto che i romanzieri mettono in opera una specie di antropologia culturale rovesciata, che gioca sulla deflagrazione e conflagrazione degli effetti: l’onere del cosiddetto “incontro traumatico” spetta alla narrativa più che ad altri sistemi d’indagine scritta, ciononostante possiamo ancora lasciarci sorprendere da questa antropologa newyorkese che provò a «mettere in luce tutto ciò che fa del Giappone una società di Giapponesi» mentre attorno infuriava la guerra: quando per esempio indovina una piega decisiva nella pratica del suicidio, e ci mostra come l’attestazione di onorabilità del mondo antico ceda all’attualità straniante di una disciplina dell’autodistruzione. Mishima, per dire, si è tolto la vita precisamente in quella piega.

Mi chiedo se sia possibile leggere Il crisantemo e la spada, partendo dai pochi margini che ho indicato qui, come il racconto di un’impresa intellettuale. In parte credo di sì. Non è il racconto di una società agonizzante, anche se da molte pagine si può oggi percepire un senso di agonia che affiora dalla sottrazione di coordinate culturali, più o meno la medesima ostruzione che ci impedisce, a distanza di secoli, di comprendere una metafora medievale o l’ironia che iniettava vitalità in una data figura retorica. È più, in questo senso, un libro di paesaggi che possiamo affrontare, tra indispensabili cautele, con rinnovato piglio comparatista.

Ruth Benedict

Il crisantemo e la spada. Modelli di cultura giapponese

traduzione di Marina Lavaggi, Ferdinando Mazzone e Marilena Renda, prefazione di Ian Buruma

Laterza, 2017, 378 pp., € 22

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Il Giappone di Parise

Ludovica del Castillo

Michael Wolf_Tokyo compression_5Nel mese di settembre del 1980 Goffredo Parise sbarca in Giappone, dove resta ospite per più di un mese dell’ambasciatore italiano a Tokyo Boris Biancheri; tra il gennaio ’81 e il febbraio ’82 pubblica sul «Corriere della Sera» i venti articoli che nel 1982 confluiranno nel riccamente illustrato volume L’eleganza è frigida (l’apparato iconografico cadrà tanto dal «Meridiano» dell’87 che dalla riedizione adelphiana del 2008).

La prima pagina è inaspettata: «lasciato il paese della Politica Marco sbarcò in Giappone». A saltare agli occhi è l’uso della terza persona: L’eleganza è frigida è un reportage ma anche un romanzo o, come ha scritto più precisamente Vito Santoro ( L’odore della vita. Studio su Goffredo Parise, Quodlibet 2009), una «trasfigurazione romanzata dell’esperienza personale mediante fantasie e suggestioni letterarie». C’è un rifiuto dell’analisi – a favore della sintesi – e un’inclinazione sensoriale: per lasciarsi illuminare dalle «semplificazioni fulminanti».

L’Avvertenza scritta da Parise per Guerre politiche, nel ’76, sembra un ponte necessario tra il reportage sul Giappone e quelli «politici» che lo hanno preceduto («Metto “politici” tra virgolette perché sul loro valore politico […] divento ogni giorno più scettico»): «lo scrittore che viaggia finisce per avere una sua idea di luoghi e persone diversi. Che analizza, con automatico piacere professionale, come insegnò a fare allora Marco Polo, un grande fenomenologo ante litteram». Nell’Eleganza è frigida proprio un Marco Polo redivivo è il protagonista, alter ego di Parise: «Marco che, come è noto, era stato precedentemente in Cina». Sia Parise che Polo, entrambi veneti, sono stati in Cina – certo in epoche diverse – e hanno raccontato il loro viaggio (Parise in Cara Cina, raccolto in volume nel 1966). Anche se il Marco di Parise viaggia ovviamente in aereo («l’aereo toccò terra alle 9.25 precise»), i verbi e i costrutti usati per indicare il viaggio sono legati alla navigazione («sbarcare», «spiegare le vele»), saldando ancora di più il legame con l’avatar Marco Polo e accentuando il carattere narrativo del testo.

La riprova del forte valore narrativo del reportage nipponico si legge sempre nelle prime pagine – rivelatrici, come anche in altri testi parisiani: «La notte parve estremamente silenziosa a Marco, che dormì di un sonno al tempo stesso felice e lontano, simile a quelli delle convalescenze o della salvezza. Questa era infatti la speranza di Marco nel lasciare il paese della Politica […] e questo il nuovo stato d’animo che lo accompagnò per tutto il tempo del suo soggiorno in Giappone». Il «sonno al tempo stesso felice e lontano» potrebbe quindi riferirsi all’intero viaggio giapponese, e non a una reale dormita rigeneratrice (che può anche essere avvenuta, certo), e si ritrova anche alla fine del reportage. Il piano del racconto è subito traslato: i personaggi, le situazioni, gli ambienti sono il motore di riflessioni tese alla ricerca di un’armonia, in una disposizione alla conoscenza – consapevole della parzialità di ogni sguardo – e alla tensione che Dalila Colucci nella sua brillante monografia ( L’eleganza è frigida e L’empire des signes. Un sogno fatto in Giappone , Firenze University Press 2016, che già dal sottotitolo – una parafrasi dal Candido di Sciascia – evoca la dimensione onirica) descrive come «la raffinata attitudine a scoprire parti di sé nelle immagini altre del mondo». Il Giappone come materia e spunto narrativo: il sognato nasce dalla memoria, filtro notturno del vissuto, inconscio. Viene in mente la serie di scritti di Parise usciti sul «Corriere della Sera» tra l’83 e l’84, col significativo titolo di Ricordi immaginari: etichetta che ben si addice anche al reportage giapponese, scritto dopo il rientro nel «paese della Politica».

Lo sguardo che cerca la tabula rasa, cosciente della propria parzialità, si riflette anche nella scrittura, per esempio nell’uso della congiunzione avversativa («ma» o «bensì»), con piglio comparativo: «Aveva ciglia cespugliose e bianche, ma tutto il suo modo di essere e di muoversi mostrava una educazione così alta e una così grande frequentazione delle cose dello spirito che Marco pensò subito a un artista».

Colucci sviluppa un confronto analitico e di accurata ricerca tra L’eleganza è frigida di Parise e L’impero dei segni di Roland Barthes, colmando l’indubbia distanza fra i due con una ricca partitura di rimandi incrociati. Recensendo sul «Corriere della Sera» l’edizione italiana dell’Impero dei segni – che in Francia era uscito nel 1970, in Italia da Einaudi solo nell’84, quattro anni dopo la morte di Barthes – Parise accusa il «pur brillante libretto» di Barthes di un eccesso di analisi (la «più profonda e oscura trappola in cui un semiologo per formazione e deformazione professionale non poteva non cadere»), ed è proprio dalla destrutturazione logica e dal rifiuto della dimensione analitica che parte nella sua descrizione del Giappone. Secondo Parise «il Giappone non si presta all’analisi ma quasi esclusivamente a una serie pressoché infinita di elettroshock, di fulminee intuizioni, quello che i giapponesi chiamano satori, una specie di perdita di conoscenza». Ma Barthes è un semiologo, Parise uno scrittore, e partono da impostazioni metodologiche diverse (Parise stesso poi, sempre nell’ Avvertenza a Guerre politiche, parla di «automatico piacere professionale»). E, come fa notare Colucci, in verità il concetto di satori è frequente pure nel Barthes tardo.

Michael Wolf_Tokyo compression_generaleL’eleganza è frigida sembra una tappa che condensa la scrittura precedente di Parise, integrata nel movimento circolare delle “fasi” dello scrittore vicentino e ne preannuncia gli sviluppi: i contatti con gli altri testi di Parise sono numerosissimi, e Colucci crea una vera e propria rete di rimandi interni ed esterni (in specie ad autori giapponesi assai amati da Parise, come Tanizaki e soprattutto Kawabata); da considerare sono pure la sua precedente esperienza di reporter e il difficile stato di salute negli anni del reportage nipponico. Si pensi per esempio ai Sillabari (in special modo alla seconda raccolta, pubblicata nell’82: per clima, questioni e anche per la struttura sia della raccolta sia dei singoli testi) o anche alle poesie, scritte da Parise tra il marzo e il maggio del 1986, a pochi mesi dalla sua prematura scomparsa in agosto, e pubblicate in volume postume (a cura di Silvio Perrella, da Rizzoli nel 1994). Di conserva colla sua monografia “giapponese”, proprio Colucci ha curato questi testi – restaurandone la lezione complessa, in precedenza restituita in modo incerto – in un’edizione commentata bilingue, italo-francese (con la traduzione di Marie-José Tramuta), promossa dall’Istituto di cultura italiano di Parigi. Del resto la giovane studiosa aveva già approntato un fitto commento al canzoniere di Parise nel suo imponente volume Nessuno crede al merlo d’acqua(Cosmo Iannone Editore 2011).

La vicinanza dei componimenti di Parise all’haiku – forma lirica tipica del Giappone – è evidente: l’haiku si caratterizza per brevità, per assenza di trama (e anzi, sostiene Barthes, proprio di contenuto), per l’incontro in un tempo microscopico di contingente ed eterno: così riportando in letteratura i cardini della filosofia Zen («quella filosofia del tutto e del nulla che si potrebbe riassumere fisicamente con il segno del circolo», dice Parise: e circolare, in effetti, si può considerare il complesso della sua opera: che in limine mortis torna al verso che aveva caratterizzato l’affascinante prosimetro scritto nell’adolescenza, I movimenti remoti: uscito a sua volta postumo, nel 2007 da Fandango, con introduzione di Emanuele Trevi). Anche se le poesie di Parise non rispettano i vincoli strutturali o l’argomento naturale, canonici nell’ haiku, ne mantengono però lo spirito, la grazia, la centralità dell’attimo – e dell’epifania: la poesia è un’illuminazione che sintetizza gli opposti, l’animo individuale e collettivo, e rende comprensibile l’incomprensibile: «La brevità […] intrinseca e fulminante della sensazione, dei sensi, di fronte a un microscopico attimo di natura». Sono «Lampi, petardi di poesia».

Goffredo Parise

Poèmes

a cura di Dalila Colucci, traduzione dall’italiano al francese di Marie-José Tramuta

Cahiers de l’Hôtel de Galliffet, 2016, 160 pp., € 16

Dalila Colucci

L’eleganza è frigida e L’empire des signes . Un sogno fatto in Giappone

Firenze University Press, 2016, 169 pp., € 19,50

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Una Risposta a Speciale Giappone

  1. Federico La Sala scrive:

    SPIRITO CRITICO E AMORE CONOSCITIVO. A CONTRIBUTO DELLO “SPECIALE GIAPPONE”, UN PICCOLO TASSELLO …

    Costituzione dogmatica della chiesa “cattolica”… e costituzione dell’Impero del Sol Levante.

    Un nota sul “disagio della civiltà”

    di Federico La Sala (www.ildialogo.org/filosofia, Giovedì, 17 novembre 2005)

    Il ’delirio’ della Gerarchia della Chiesa ’cattolico’-romana è ormai galoppante!!! E se vogliamo aiutarla a guarire o, che è lo stesso, se vogliamo aiutarci a guarire (il ’delirio’ è generale, e non solo suo!!!) non possiamo non riprendere a pensare – a partire da noi stessi, e da noi stesse!!! Il problema è pensare proprio a partire da noi, dagli esseri umani in carne ed ossa – dalle persone, quale siamo e quale vogliamo essere, da quell’individuo che non sia un (o una) “Robinson”, come voleva il ’vecchio’ Marx non marxista e non hegeliano!!!

    Basta con le robinsonate! La questione è la Relazione (Dio è Amore), e una relazione non edipica!!! Una relazione edipica (sia dal lato della donna sia dell’uomo) porta a postulare l’esistenza di un “dio” (un dio-uomo o un dio-donna) e, di qui, la concezione di un ’mondo’ dove il diritto di comandare in cielo e in terra sia del “dio” (del dio-uomo o del dio-donna)!!!

    Da questo punto di vista, la Chiesa ’cattolico’-romana è solo l’ultimo baluardo di quel “dio” che garantisce la proprietà privata dei mezzi di produzione e l’educazione edipico-capitalistica. Perché i sacerdoti (se vogliono) non si possono sposare?!, o perché le donne non possono diventare sacerdotesse?!, ma perché il “dio” è concepito come dio-uomo e, come tale, solo il dio-figlio può essere come il dio-padre… e la donna solo come la madre-dea.

    Sulla terra (e per tutti e per tutte) il Dio-Figlio è il figlio-dio e il fratello di tutti e di tutte, ma in cielo solo Lui può essere il Padre… e lo Sposo della Madre – e, siccome è solo lui che può avere rapporti con il cielo (ma il messaggio di Gesù proprio perché è un buon-messaggio dice che tutti e tutte siamo tutti e tutte figli e figlie di Dio-Amore… e tutti e tutte possiamo avere rapporti con “Lui”!!!), deve essere anche ’donna’ (perciò si traveste così come si traveste) per ’generare’ e ’riprodurre’ se stesso, in circolo…e comandare su tutti, su tutte, e su tutto! Che follia, senza alcuna saggezza – sconsolatamente!!!

    Vedere il caso del Giappone – nella cultura giapponese c’è la Dea in cielo, e l’imperatore sulla terra; ora-oggi!!!, dal momento che alla coppia imperiale è nata una bambina, si parla di cambiare la Costituzione per far sì che Lei possa accedere al trono … ma il problema è più complesso – come si può ben immaginare – perché … deve essere cambiata anche la Costituzione celeste dell’Impero del Sol Levante!!! Se no, l’Imperatrice con Chi si ’sposerà’?! Con la Dea?!!

    Non è questa forse la ragione nascosta del “disagio della civiltà” dell’Oriente e dell’Occidente ….. e anche della sua fine, se non ci portiamo velocemente fuori da questo orizzonte edipico-capitalistico di peste, di guerra e di morte? Non è ora di andare al di là della tragedia, e riprendere il filo dall’ “Inizio” (filosoficamente, parlando)?!

    Cosa significa essere EU- ROPEUO*?!! In principio cosa c’era, il Logos buono o il Logos cattivo?! Sta a noi, tutti e tutte, deciderlo – qui ed ora (come sempre, del resto)!!!

    Federico La Sala

    *Sul significato del termine “eu-ropeuo”, mi sia consentito, cfr. Federico La Sala, “Terra!, Terra!: il Brasile dà una ’lezione’ all’Europa e alle sue radici” (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=901 ).

    * SUL NODO “EDIPICO COMPLETO”, SI CFR.: LO SPIRITO CRITICO E L’AMORE CONOSCITIVO. LA LEZIONE DEL ’68 (E DELL ’89). Un omaggio a Kurt H. Wolff e a Barrington Moore Jr. – http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=3085); e i materiali raccolti in “A GLORIA DI FREUD. In difesa della psicoanalisi” – http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=406).

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